DALL'ARCHIVIO - Non ne ha mai imbroccata una che Ŕ una

ANNO 1995 Massimo Fini

 

Eugenio Scalfari è, a modo suo,  un uomo comico, con sfasature nel  patetico.


Nonostante la grande passione della sua vita sia stata, fin da  giovinotto, la politica (tanto da scrivere diciottenne su Roma fascista pretenziosi articoli imperialisti e razzisti, che nessuno gli aveva chiesto), in questo campo non ne ha mai azzeccata una che è una.


Nel 1959, a tre anni dalla sanguinosa repressione della rivolta ungherese, uno Scalfari tutto ilare e giocondo pubblicava su L'Espresso un articolo dall' eloquente titolo  "La Russia ha già vinto la grande sfida ", nel quale, tra l'altro, scriveva: "Se il nuovo piano settennale  verrà attuato (e non c' è ragione che non lo sia, visto che prevede del tassi di sviluppo inferiori a quelli fin qui effettivamente realizzati) nel 1965 le  distanze fra i due massimi contendenti saranno ridotte al minimo e in , alcuni fattori essenziali saranno addirittura scomparse.


Nel 1972 l'Urss sarà addirittura passata in testa  non soltanto come potenza m industriale ma anche come  livello di vita medio della  sua popolazione".


 E aggiungeva: "Tutti i vecchi luoghi comuni della maggiore efficienza dell'iniziativa privata e dell' enorme sperpero di ricchezze che inevitabilmente si accompagna al collettivismo, cadono come castelli di carta di fronte ai risultati raggiunti in quarant'anni dall'economia sovietica".


Chiunque avesse scritto così sesquipedali  sciocchezze vivrebbe oggi sotto un letto o, dovendo proprio uscire, striscerebbe lungo i muri, approfittando  di ogni rientranza per farsi vedere il meno possibile. Chiunque, ma non Eugenio Scalfari, Nulla, per lui, è più  facile che cambiare idea  senza riconoscerlo. Così adesso è il paladino "duro e puro " del liberalismo, dell'impresa privata e dell'Occidente.


 Si dirà che quelli erano anni difficili, che c 'era la cortina di ferro, che la Russia era lontana, che nessuno sapeva niente (anche se Scalfari fingeva di saperne moltissimo, questo del resto è uno dei suoi caratteri salienti: parlare con grande sicumera di ciò che non conosce.


 E sia.


 Ma anche nel più facile e propinquo orto di casa la "Grande Eugene" non ne ha mai imbroccata una. Ogni volta che ha dato il suo appoggio a qualche politico, si chiamasse Berlinguer o De Mita o La Malfa junior il suo si è trasformato in una sorta di  "bacio della morte".


 È  riuscito, con i suoi forsennati e dissennati attacchi a Berlusconi, a far perdere persino Occhetto che pur si era presentato sul rettilineo  d'arrivo da solo. Eppure Eugenio Scalfari resta un uomo mollo autorevole.


Da che gli derivi tale autorevolezza non si capisce bene. Forse dal fatto che se la dà da solo. Forse da quel suo stile retorico, rotondo, a culo di gallina, trombonesco, ciceroniano,  con cui ogni domenica spezza il pane della Conoscenza, della Verità e della morale ai suoi attoniti lettori.


Di lui si potrebbe dire, fatte naturalmente tutte le debite proporzioni, ciò che quel geniale ragazzaccio di Leo Longanesi scrisse di Benedetto Croce: "Non capisce nulla, ma con grande autorità ".


Credo che la più grande qualità di Scalfari sia la faccia tosta. Non ha pudore. Non conosce vergogna. È stato inquilino di tutte, ma  proprio tutte, le stanze del Palazzo, non c' è partito con  cui non abbia fornicato: è  stato fascista, azionista (a guerra finita, ça va sans dire, quando non c'era più  nulla da rischiare ), liberale,  radicale, repubblicano, socialista, comunista, democristiano demitiano,  pidiessino.


Eppure oggi si presenta come il campione dell'antipartitocrazia, ne è anzi un antemarcia. Non  ha forma di coerenza alcuna, non dico quella  morale, che vuole che alle parole tengano dietro comportamenti conseguenti ( questo sarebbe un pretendere davvero troppo da un tipo del genere), ma nemmeno quella intellettuale, che vuole che alle parole tengano dietro almeno parole conseguenti.


 Scalfari è capace di dire una cosa e, con la massima tranquillità, il suo contrario, non a distanza di un anno ma di una settimana e, in alcune performance spericolate, anche di un  giorno. L 'argomento che vale per l' amico non vale per il nemico.


Quando a Nino Rovelli, uno dei finanziatori della vergine Repubblica, oltre che, con la Sir, noto predatore di denaro pubblico, fu ritirato, perché inquisito, il passaporto, Scalfari scrisse un articolo vibrante d' indignazione contro i mgistrati che avevano tolto uno strumento di  lavoro ad un così probo imprenditore. Era lo stesso Scalfari che qualche anno prima, dalle colonne dell' Espresso,aveva tuonato con altrettanta indignazione contro quei magistrati che avevano commesso la leggerezza di lasciare il passaporto a Felicino Riva, poi fuggito a Beirut.


 La sua moralità ha lo spessore di un encefalogramma piatto. Epperò ci fa la morale da mezzo secolo. Come tutti i radical chic ha il cuore a sinistra, ma il portafoglio ben sistemato a destra. l suoi amici sono De Benedetti, Caracciolo, Agnelli, Visentini, Cuccia, gradi bachieri e gandi  finanzieri. Se si  scende appella di un gradino già gli comincia la puzza al naso.


L 'ultima volta che ha incontrato una persona normale, il "ghisa " della Centrale, trent'anni fa, ha dato in convulsioni. Bisogna anche capirlo: non c' è abituato. Non ha un'idea in testa, ma è abilissimo nell'appropriarsi di quelle altrui presentandole come proprie. Campione mondiale di trasformismo, sul suo stemma, se ne avesse uno, potrebbe ben stare la parola del Gattopardo: "Far finta che tutto cambi, perché nulla cambi".


E in fondo chi l'ha centrato meglio, e in poche parole, è il mio antico direttore de L'Europeo, il mitico Tommaso Giglio, che di lui ha scritto: "Nessun altro  tipo potrebbe rappresentare meglio di Scalfari il borghese illuminato dei nostri giorni: velleitario, scontento, insoddisfatto, proclama ad alta voce che le cose i debbono cambiare, ma è il i primo a spaventarsi del più piccolo accenno di cambiamento ".


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