Tornare all'Architettura: i misfatti in corso d'opera

Raffaele Giovannelli 02 Gennaio 2013 effedieffe,.com

 

Per presentare i volumi II° e III° della serie: «Tornare all'Architettura» (qui la presentazione del I°) è opportuno citare i misfatti che sono in corso d'opera. Questi misfatti mostrano quanto è urgente riflettere sulle tendenze dell'architettura.


Una «nuvola» come Palazzo dei Congressi

Fra poco verrà inaugurato nel quartiere EUR di Roma un edificio chiamato «nuvola». Si tratta di un edificio simbolo, un edificio che potrebbe rappresen­tare la fase terminale dell'architettura della nostra epoca, perché poi nell' immediato futuro anche solo immaginare una follia più folle appare quasi impossibile.


L'architettura in passato si è a lungo cimentata con l'acqua, chiamata a far parte di palazzi e di facciate, come la celeberrima fontana di Trevi. Ma con le nuvole mai. Il va­pore, anche se acqua condensata in minuscole goccioline, sembrava molto lontano da un suo ingresso nell' architettura. Eppure un architetto: Massimi­liano Fuksas, per primo, sfidando le leggi della fisica e del ridicolo, ha tolto di mezzo questa mancanza.

nuvola» come Palazzo dei Congressi

Fra poco verrà inaugurato nel quartiere EUR di Roma un edificio chiamato «nuvola». Si tratta di un edificio simbolo, un edificio che potrebbe rappresen­tare la fase terminale dell'architettura della nostra epoca, perché poi nell' immediato futuro anche solo immaginare una follia più folle appare quasi impossibile.


 L'architettura in passato si è a lungo cimentata con l'acqua, chiamata a far parte di palazzi e di facciate, come la celeberrima fontana di Trevi. Ma con le nuvole mai. Il va­pore, anche se acqua condensata in minuscole goccioline, sembrava molto lontano da un suo ingresso nell' architettura. Eppure un architetto: Massimi­liano Fuksas, per primo, sfidando le leggi della fisica e del ridicolo, ha tolto di mezzo questa mancanza.

Così la nostra archistar quasi italiana (1) ha ideato un edificio in cui l'aspetto dominante è un grande elemento informe, con uno scheletro distorto. Dice Fuksas in una intervista del 2006: «É stata adottata come «nuvola» da altri, io non l'ho mai chiamata così. É stata davvero la gente, ed oggi a Roma si conosce la «nuvola». I tempi di rea­lizzazione saranno anche relativamente brevi, infatti per il 2006 dovrebbe es­sere finito».

Come previsione si può dire che è stata un tantino azzardata. Come dichiara­zione circa la paternità del nome come vedremo è una bugia. I lavori inizia­rono di fatto nel febbraio 2008. Se tutto va bene il sindaco Alemanno, imme­more del suo programma elettorale con cui si è fatto eleggere, inaugurerà l' opera nel gennaio 2013.


Già proprio quel programma in cui faceva bella mo­stra il proposito di demolire il museo dell'Ara Pacis, progettato dall' ebreo-americano Meier, voluto dal sindaco precedente Veltroni, nonostante un coro quasi unanime di critiche sollevate da personaggi dell' italica cultura. L'idea della demolizione venne abbandonata subito, appena il neosindaco si inse­diò, avendo ricevuto la tempestiva visita di autorevoli rappresentanti della comunità ebraica romana.


Per amore della verità il suggerimento di utilizzare l'architetto Meier a Roma era venuto dal Vaticano, che gli aveva affidato il progetto della chiesa di Tor Tre Teste. Una chiesa che avrebbe dovuto as­somigliare a tre vele e che invece suggerisce l'immagine di una cipolla spampinata.


nuvola» come Palazzo dei Congressi

Fra poco verrà inaugurato nel quartiere EUR di Roma un edificio chiamato «nuvola». Si tratta di un edificio simbolo, un edificio che potrebbe rappresen­tare la fase terminale dell'architettura della nostra epoca, perché poi nell' immediato futuro anche solo immaginare una follia più folle appare quasi impossibile.


L'architettura in passato si è a lungo cimentata con l'acqua, chiamata a far parte di palazzi e di facciate, come la celeberrima fontana di Trevi. Ma con le nuvole mai. Il va­pore, anche se acqua condensata in minuscole goccioline, sembrava molto lontano da un suo ingresso nell' architettura. Eppure un architetto: Massimi­liano Fuksas, per primo, sfidando le leggi della fisica e del ridicolo, ha tolto di mezzo questa mancanza.

Così la nostra archistar quasi italiana (1) ha ideato un edificio in cui l'aspetto dominante è un grande elemento informe, con uno scheletro distorto. Dice Fuksas in una intervista del 2006: «É stata adottata come «nuvola» da altri, io non l'ho mai chiamata così. É stata davvero la gente, ed oggi a Roma si conosce la «nuvola». I tempi di rea­lizzazione saranno anche relativamente brevi, infatti per il 2006 dovrebbe es­sere finito».

Come previsione si può dire che è stata un tantino azzardata. Come dichiara­zione circa la paternità del nome come vedremo è una bugia. I lavori inizia­rono di fatto nel febbraio 2008. Se tutto va bene il sindaco Alemanno, imme­more del suo programma elettorale con cui si è fatto eleggere, inaugurerà l' opera nel gennaio 2013.


Già proprio quel programma in cui faceva bella mo­stra il proposito di demolire il museo dell'Ara Pacis, progettato dall' ebreo-americano Meier, voluto dal sindaco precedente Veltroni, nonostante un coro quasi unanime di critiche sollevate da personaggi dell' italica cultura. L'idea della demolizione venne abbandonata subito, appena il neosindaco si inse­diò, avendo ricevuto la tempestiva visita di autorevoli rappresentanti della comunità ebraica romana.


 Per amore della verità il suggerimento di utilizzare l'architetto Meier a Roma era venuto dal Vaticano, che gli aveva affidato il progetto della chiesa di Tor Tre Teste. Una chiesa che avrebbe dovuto as­somigliare a tre vele e che invece suggerisce l'immagine di una cipolla spampinata.

Dopo un così brillante esordio il sindaco Veltroni pensò di affidare alla consacrata archistar Meier la realizzazione del museo dell'Ara Pacis, destinato a sostituire con grande magnificenza quello precedente dell' architetto Morpurgo. Coloro che si opponevano al progetto di Meier pubblicarono una raccolta di progetti alternativi, tutti poco convincenti.


 In realtà si fanno critiche, giustissime, ma non esistono oggi forza e volontà necessarie per creare un'architettura nuova, che possa su­bentrare a quella attuale. Alemanno, ormai conquistato dalla modernità, ha definito la creazione di Fuksas addirittura «un vero gioiello nel cuore di Roma«, nonché «una struttura necessaria, perché la Capitale senza un grande Centro congressi è sostanzialmente impensabile».

Forse Alemanno colpevolmente ha dimenticato che Roma proprio all'EUR ha già un centro congressi, opera dell'architetto Adalberto Libera (2). Un edificio iniziato nel 1938 e destinato all'Esposizione del 1942, quell'Esposizione che non vide mai la luce.

I comunicati stampa inneggiano: «Il Nuovo Centro Congressi sarà un'opera dallo straordinario valore artistico, caratterizzata da soluzioni logistiche inno­vative e dalla scelta di materiali tecnologicamente avanzati nel settore edili­zio. La struttura sorgerà in una zona strategica dello storico quartiere dell'Eur, inserita a pieno nel contesto urbano, su un'area di circa 27 mila metri quadrati di proprietà di EUR SpA. La parte visibile del Nuovo Centro Con­gressi (NCC) sarà il risultato dell' interazione di tre elementi: la teca, la «nu­vola» e l'albergo».

La teca, così chiamata in modo un tantino enfatico, sa­rebbe, credo, la parte esterna dell'edificio. La «nuvola» è «l'elemento archi­tettonico caratteristico del progetto: la sua struttura sarà costituita da una membrana di materiale innovativo (fibra di vetro e silicone in grado di garan­tire sicurezza antincendio), membrana che avvolgerà una gabbia d'acciaio, il tutto 'galleggerà', sospesa nella «teca» di acciaio e vetro alta 40 metri, larga 70 e lunga 175. ....». Il progetto del NCC ha cercato ovviamente di essere eco-compatibile, utilizzando l' energia prodotta da fonti rinnovabili.


Ecco il progetto della «nuvola». Istintivamente viene suggerita non l'immagine di una nu­vola ma quella di un gigantesco profilattico, un monumento al preservativo, così racco­mandato e così utile... (3). Orfani degli oggi aborriti trionfalismi retorici di un recente passato, molti monumenti odierni fini­scono per cadere nella banalità e nel ridicolo.

Fuksas assicura che: «Tra pochi mesi il telo traslucido, semitrasparente, co­mincerà a invadere la teca e la notte si illuminerà come una strana lanterna. Di giorno invece la luce penetrerà all'interno».

Il complesso sarà in grado di ospitare eventi con caratteristiche molto diffe­renziate, con una capienza di quasi 8.000 posti, suddivisi tra l'auditorium «so­speso» all'interno della Nuvola, che potrà accogliere 1.800 persone, le grandi sale congressuali che potranno disporre di complessivi 6.000 posti.





Ed ecco alcuni scorci del cantiere dove appare lo scheletro della «nuvola» al cui interno dovrebbe essere alloggiata una sala di conferenza. Non ci sarà poi da stupirsi se si dirà che i congressisti hanno la testa nelle nuvole!

Si può confrontare questo Nuovo Centro Congressi con il non lontano Palazzo dei Con­gressi progettato dall'architetto Libera e recentemente ristrutturato con la dotazione delle ultime strutture tecnologiche. L'intenzione è quella di utilizzare il Nuovo Centro Congressi e il (vecchio) Palazzo dei Congressi simultaneamente in determinate occasioni, proprio nell' ottica di ciò che dovrebbe diventare il primo polo congressuale d'Italia. Quindi avremo due centri Congressi poco lontani l'uno dall'altro. Ma il sindaco Alemanno aveva detto che Roma non poteva fare a meno del Nuovo Centro Congressi. Aveva dimenticato che a poca distanza ce n'era un altro.


Il (vecchio) Palazzo dei Congressi all'EUR


 

Infatti a Roma ci saranno due edifici monumentali a poca distanza l'uno dall' altro, destinati a svolgere le stesse funzioni: ospitare mostre e congressi. Il primo palazzo ha una storia alle spalle e mantiene i legami con l' architettura e con il significato della storia, il secondo è privo di senso. Anzi è la demenza che si materia­lizza.


Appartiene a quella che potrebbe essere una civiltà terminale. E' stato pensato, scelto, voluto e pagato solo perché simbolo di una modernità di cui neppure conosciamo il vero significato, noi che siamo ormai ai margini della storia. Quindi scelto come sacrario ad un dio ignoto e mostruoso, senza una ragione, senza che sia neppure possibile chiedersi se sia lecito porsi domande. Come gli idoli dell'isola di Pasqua, eretti dal popolo dei Maori, idoli giganteschi e muti, che guardano l'eterna e misteriosa immensità dell'oceano.

Dal confronto tra i due edifici possiamo constatare che cosa è successo in questi ultimi settanta anni, quando ormai le velleità imperiali del regime fasci­sta appaiono come una ingenua parodia dell'attuale impero mondiale, che domina con gli strumenti implacabili del pensiero unico nichili­sta e la ferocia della speculazione finanziaria sovranazionale.




Una sfilata dei misteriosi idoli dell'isola di Pasqua


Le basi ideologiche su cui si fonda l'idea di Fuksas circa il ruolo sociale dell' architettura si possono scoprire in questa frase, estratta da un'intervista (4) concessa ad Area nel 1999.

Fuksas dice: «non dobbiamo proporre la concertazione con gli abitanti, niente di tutto questo, dobbiamo semplicemente, ma necessariamente, prendere coscienza del nostro ruolo critico. Questo non significa riidentificare un nuovo potere perché, nella società attuale, l'economia è così labile e fluttuante, che il potere non domanda immagini solide per essere rappresentato. L'architetto non può rivendicare il «principe», o creare consensi, ma può, anzi deve, porsi una diversa e più attuale questione: «c'è una domanda di arte e di architettura oggi? E se sì, quali sono le nostre possibili risposte?».

È difficile non vedere l'inconsistenza di questa domanda retorica e della sua quasi risposta. Poi se Fuksas dice che rifiuta la scomoda concertazione con gli abitanti, se rifiuta il «principe», se trova labile il potere degli speculatori finanziari, un potere che non chiede immagini durature per essere rappresentato, da chi dovrebbe provenire la domanda di arte e d'architettura? Esisterebbe solo il ruolo critico dei grandi architetti? Fuksas vorrebbe consacrare il potere sovrano di questa ristretta casta in un mondo labile e fluttuante?

Tutto questo non è solo ridicolo ma anche piuttosto dispendioso, perché le opere nate per rispondere a questa ipotetica domanda di architettura pesano non poco sui pubblici bilanci.

Ma costi quel che costi l'obbiettivo per Roma sarà comunque quello di presentarsi sul mercato internazionale con il Polo Fieristico Congressuale più grande d'Europa, più all'avanguardia quanto a stile, consolidando la città nell'èlite delle grandi capitali europee come Parigi, Vienna, Barcellona, Berlino ed Amster­dam.

Poi a che cosa servono tutti questi centri congressi? Migliaia di personaggi che si spo­stano da un capo all'altro del pianeta per riunirsi, per discutere su tutto senza approdare a nulla, perché i reali centri decisionali sono occulti e si avvalgono degli infiniti strumenti di comunicazione telematici. Questi congressisti assomigliano ai chierici, che in epoca medioevale si spostavano senza sosta da un monastero all'altro.


Un'umanità che vaga da un conclave ad un altro per creare e disfare gruppi iniziatici, che parlano linguaggi comprensibili solo agli affiliati. E tutto questo dovrebbe rendere anche denaro tra cuochi, perso­nale d' albergo e addetti ai massaggi oltre ad accompagnatori ambisex? Qui a Roma a questo scopo esistevano già luoghi deputati agli incontri: erano le terme, dove un'umanità di varia natura faceva fitness e intanto parlava d'affari e di tutte le cose importanti nel grande impero. Non era meglio tornare alle antiche terme.




Ricostruzione di un calidarium di terme romane


Ecco come apparirà l'interno del NCC


Oggi con la ricostruzione digitale, an­dando a prendere idealmente i resti sparsi nei vari musei del mondo, le immagini delle terme di Caracalla sono state ricostruite perfettamente e minuziosamente. Si potrebbero ricostruire concretamente in cemento e marmi, tornare a far scorrere l'acqua calda e fredda, dove mettere a bagno i nostri vip del momento. Sono passati 2000 anni ma l'Occidente sembra non aver compiuto molta strada.

Il Nuovo Centro Congressi, con il suo gigantesco profilattico appeso, dentro cui saranno ospitati uomini zombi, riuniti in conclave, avrà come scopo principale quello di ospitare eventi e congressi di folli, privi di ragione perché la ragione è stata perduta, perché la scienza è stata usata per cancellare i sogni, le spe­ranze dell'infinito e dell'eterno. Questo è accaduto in questi ultimi settanta anni, eppure solo pochi hanno il coraggio di capirlo, pur essendo i fatti di una evidenza accecante. Cancellata questa speranza rimane solo il presente. Ma il presente inesorabilmente si trasforma in passato e per il pensiero domi­nante il passato è il nulla. Quindi il presente, a cui pensiamo di appoggiarci, in realtà è il nulla.

Gli adepti favorevoli al nuovo corso affermano a gran voce che questa è la modernità, i contrari si limitano a far notare che a Roma tutto si degrada e non si trovano i soldi neppure per l'ordinaria manutenzione. Ne viene fuori una modernità intessuta di miseria, di disperazione e di morte, di vuoto e di nulla. Il nulla reso visibile nello scherno e nel ghigno del ridicolo, fatto passare per arte, dove l'autore (Fuksas) afferma di curare la sua malinconia immer­gendosi nell'atmosfera del cantiere che sta costruendo la «nuvola».

Il film-documentario di Elisa Fuksas

Riportiamo una descrizione del film realizzato dalla figlia di Fuksas, Elisa; film che riesce a essere migliore dell'edificio che vorrebbe esaltare. Leggiamoci un riassunto. È  un documentario sulla maxi-opera, considerata addirittura un nuovo simbolo della Città Eterna. (testo in parte ricavato da un articolo di Lidia Lombardi - IL TEMPO.it -12.11.2012).

«
Una pellicola che racconta l'invenzione e il lavoro, la polvere del cantiere, il sudore di quelli che ci lavorano e come pulsa, cambia, spera, progetta tra mille intoppi Roma. Narra il sogno di un architetto che si invera nella realtà, ma anche quello di un benzinaio che vede crescere dietro le sue spalle un edificio che ha un nome mitico e un grande futuro. Il film si intitola "Nuvola parte I", è stato realizzato da Elisa Fuksas con il sostegno di Eur Spa... una pellicola che è molto più di un documentario».

«Parla della "Nuvola" di Massimiliano Fuksas, come nella fama e nell'immaginario collettivo già si chiama il nuovo Centro Congressi dell'Eur. E ne parla assemblando inquadrature metafisiche, omaggio al razionalismo dechirichiano del quartiere, con i primi piani dell'architetto che - casco in testa e t-shirt nera, in cima a un ponteggio o sotto una immensa trave di calcestruzzo - misura con lo sguardo i pilastri, riflette e spiega desideri e aneliti, il senso finale del suo lavoro, e anche come siamo noi, gli italiani»...

«La regista punta l'obiettivo sui gruisti, sui montatori dei ponteggi, sui geometri, indagando il loro punto di vista sull'opera che stanno costruendo. Tra la fatica quotidiana e le incertezze per il futuro gli "abitanti del cantiere" raccontano il loro modo di approcciarsi a una costruzione tanto singolare.


Orgogliosi di un'opera di cui si parla "persino al paese in Abruzzo" o che "tra vent'anni po­trai dire di averlo fatto tu" ma soprattutto contenti, come lo stesso Fuksas ri­leva, dell'aver dovuto affrontare mille difficoltà tecniche, di essersi trovati di fronte a un lavoro fuori dall'ordinario, secondo un gusto che forse si può definire tipicamente italiano di riuscire bene nelle cose difficili.


Il montaggio ondeggia poi tra le atmosfere surreali del cantiere, con le sue geometrie metalliche e le nuvole che le attraversano, e il racconto fatto da Fuksas in persona che ripercorre l'iter del progetto mescolando aneddoti, riflessioni filoso­fiche o mistiche, invettive, giudizi tranchant... In uno stato d'animo che lui stesso definisce melanconico ma proiettato al futuro, poiché dopo aver dovuto aspettare 65 anni per co­struire la prima opera nella sua città ora finalmente vi vede nascere la sua opera più visio­naria.


Fuksas parla proprio del cantiere come una "sorta di piccola vacanza", dove ricari­carsi dalle delusioni e dai momenti di sconforto immergendosi nel "fare" architettura. Di­chiara anche di non chiedersi più se gli piaccia o meno la sua Nuvola, ora che ha preso quasi la forma definitiva, ma di essere entusiasta di aver messo in moto una "fabbrica" di centinaia di persone che, muovendo verso l'ignoto, è riuscita a costruire un'opera che po­chi anni fa sembrava impossibile.

"Questa è la mia prima opera a Roma, ed è strano l'abbia potuta fare solo a 65 anni, men­tre all'estero si lavora per il proprio Paese molto prima", attacca.

Ma non è tanto vena polemica, è invece soddisfazione per un traguardo raggiunto. L'an­tefatto sono le date d'avvio dell'impresa, il giorno che ha decretato Fuksas vincitore del concorso internazionale, quella di inizio lavori, con il prete che benedice la posa della prima pietra davanti al sindaco Alemanno in fascia tricolore e sorriso di circostanza.

"L'i­dea della Nuvola mi è venuta durante i viaggi in Usa, quando, negli anni '90, insegnavo alla Columbia University. In volo da Parigi a New York guardavo le nuvole, da sopra" (ecco svelata la bugia).

Così la sfida di una costruzione che dentro un parallelepipedo rinchiudesse forme ondulate.

"Di giorno prenderanno luce dal sole perché la scatola è di vetro, coperta da pannelli fotovol­taici trasparenti e di notte dalle illuminazioni interne dei punti di ristoro, delle sale da con­certo, da conferenza. L'hanno chiamata Nuvola ma per me è più vicina a un'astronave o ai frattali, questa forma che sembra quasi voler uscire dal cubo che la imprigiona".

Sogni di un architetto che si fanno cemento e ferro, bulloni, gru, carpenteria. Sogno felliniano sorto proprio dove era il prato spelacchiato di "Boccaccio '70", quando issano su il cartellone pubblicitario di una bellona che offre un bicchiere bianco e i bambinetti cantano "Bevete più latte, il latte fa bene...".


 Entrano in scena i comprimari, attori non professionisti, come le comparse reclutate nel dopoguerra a Cinecittà. Sono i carpentieri, i gruisti, l'addetto al montaggio delle cellule. Dicono di viverci 12 ore al giorno, dentro la Nuvola che stanno co­struendo, arrivano alle 6, mangiano là dentro, le sera tornano a casa e il giorno dopo fanno lo stesso. Ma hanno l'orgoglio del mestiere.

"Un domani passerò di qua e penserò: ecco, l'ho fatta io, con queste mani, con queste dita", dicono. "Alle imprese, alle maestranze piacciono di più i lavori complessi", chiosa Fuksas, "ed è una caratteristica di noi italiani. Le cose semplici non sono di questo popolo".

Anche se poi capita che i tempi non si rispettano mai, anche se "solo qui si passa da subappalto a subappalto, senza che abbia visto mai un coordina­tore". Eppure per lui il cantiere è "felicità", una "vacanza quando sono arrabbiato, perché mi mette davanti al costruito, alle mani che trasformano la materia cerebrale in qualcosa di utile".

La "sceneggiatura" comprende pure un cameo di Kounellis. L'artista cammina in campo lungo a fianco di Fuksas, confessa che lui finisce di pensare a una sua opera dieci minuti prima di averla completata. Capita anche all'architetto, ed è l'essenza della vita, il principio e la fine, la nascita e la morte. Però Fuksas va oltre: "L'ideale sarebbe costruire un edificio senza disegnarlo. E senza neanche pensarlo". Poi la Nuvola pare irreale in un effetto notte. Titoli di coda».

Commento: sarebbe stato meglio neppure cominciare, risparmiando 300 milioni di euro circa.

Raffaele Giovanelli



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