Il radicalismo di Tolkien fa ancora paura

Gianfranco de Turris - Lun, 07/01/2013 - Il Giornale

 

Quelli in fuga dalla "Terra di Mezzo". Attraverso il fantastico Tolkien contestò integralmente la modernità


Così va il mondo! Da giovani - giusto quaranta anni fa - si compra Lo Hobbit edito da Adelphi e ci si innamora del mondo creato da Tolkien al punto da chiamare il proprio cane Bilbo, poverino (lo hobbit, non il cane).


Ma il tempo, ahinoi, passa, ci si pente e adesso il fantastico di Tolkien viene talmente in uggia che «inquieta», «continua a non piacere». Questa sorprendete confessione è sull'ultimo fascicolo di Panorama e la firma Roberto Barbolini che di un certo fantastico inquietante e criptico ha permeato alcune sue opere narrative.


All'inizio degli anni Duemila ci furono nomi della cultura di sinistra che ammettevano la «colpa» di aver letto di nascosto le «opere proibite» del professore di Oxford nonostante i tassativi divieti dei collettivi; ora emergono le meditate perplessità di altri insospettati. Che nascono però da fraintendimenti sul senso del fantastico come sistema immaginativo e genere letterario.
Barbolini cita Roger Caillois e fa bene.


Caillois è un teorico-chave per come si debba correttamente intendere il fantastico: altro che Todorov! Soltanto che la definizione del sociologo francese secondo cui il fantastico nasce quando un qualcosa di Inaudito, Inammissibile, Impensabile fa irruzione nella Realtà e la scardina e sconvolge, non è il solo «fantastico» esistente. Il vampiro, lo spettro, il lupo mannaro, il mostro una volta, ma anche l'entità di Lovecraft, l'alieno e addirittura Mary Poppins oggi, «contestano», se così si può dire, la Realtà presentandone una alternativa parziale.


Ma vi è un altro aspetto del fantastico, quello totalizzante: la creazione di un intero mondo d'immaginazione (che il nostro filologo definì Secondary World rispetto a quello vero che è il Mondo Primario) proprio in quanto tale si pone come alternativa complessiva alla nostra realtà: non solo la Terra di Mezzo, ma anche l'Era Hyboriana di Howard, Gormenghast di Peake e tutti gli altri Mondi Secondari inventati dagli scrittori angloamericani dagli anni Settanta in poi su ispirazione di Tolkien.


È questo l'equivoco in cui Barbolini cadde: ritenere che il fantasy non sia vero «fantastico»: «Non sopporto il fantasy perché è il contrario del fantastico come crepa salutare del reale», mentre «il mondo di Tolkien è preciso come un orologio svizzero», «mai una smagliatura», addirittura «plumbea armatura di certezze filologiche applicate a un'epica immaginaria, ambientata in un mondo dove tutto, sino al minimo dettaglio è assolutamente esatto».


Questa precisione, questa assenza di «smagliature» per Barbolini appaga il lettore: «l'immaginario si sostituisce monoliticamente al reale invece di metterlo salutarmente in crisi». Da qui, per lo scrittore, il successo planetario pluridecennale.


L'errore di fondo del ragionamento sta in questa concezione. È invece proprio il fantastico totalizzante del professore oxoniense che di per se stesso mette in crisi l'intero Reale che conosciamo in quanto alternativo ad esso non solo materialmente ma soprattutto in quei valori che il mondo di oggi, così come quello in cui Tolkien scriveva, ha respinto, rigettato, sbeffeggiato, calunniato e che invece i lettori di ieri o odierni ancora chiedono e cercano, proprio come nelle fiabe migliori.


E del resto, chi ha detto che nella Terra di Mezzo dove tutto è come un «orologio svizzero», non esiste quella «smagliatura» invocata da Barbolini quali segni del fantastico vero, tali quindi da incrinare proprio la «realtà» dell'immaginaria Terra di Mezzo?


 Certo che tutto questo perturbante (per usare il termine freudiano) c'è, eccome… Sauron, Saruman, i Nazgul, gli orchi, Shelob: essi vogliano scardinare la concreta trama di quel mondo, irrompendo con la loro malvagità in esso, cercando di imporre un nuovo ordine di terrore ed orrore da sostituirsi alla normalità.


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