In difesa della lingua italiana II - Dialetto sì - ma quale?

15/12/09 Di Renato Besana

 

Ottima  l'idea leghista di portare il dialetto nelle scuole, se si tratta di far leggere agli studenti autori finora ignorati da programmi e antologie, quali Porta, Tessa, Noventa e Belli (la cui prima edizione critica si deve a un vicentino trapiantato a Roma, Giorgio Vigolo). Val soprattutto la pena di far conoscere alle nuove generazioni il nostro Carlin: il più grande degli scrittori milanesi, benché scrivesse in francese, ovvero Standhal, lo giudicava - e a ragione - di molto superiore agli atri muscosi e ai siccome immobile di Manz.Ales, che l'italiano lo vergava, forse sciacquandolo e centrifugandolo un po' troppo, ma non amava parlarlo (come molti padri della Patria, del resto).

            La restituzione di pagine finora negate alla vasta platea dell'istruzione pubblica appare doverosa. Ma se ci spingiamo oltre cominciano i guai. Il ministro Zaia ha proposto fiction in dialetto, forse dimenticandosi che una - anche se allora non si usava questo perfido anglismo - già fu girata nel 1978: L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi era in bergamasco con tanto di sottotitoli per i non capenti: era grande cinema e la lingua non rappresentò una barriera; lo stesso per La terra trema di Visconti, che però venne in un secondo tempo doppiato. Anche il teatro dei Legnanesi è andato benissimo in tivù, come in anni lontani quello di Gilberto Govi, ma imporre idiomi locali, senza autentica necessità espressiva, è operazione quanto meno discutibile: immaginiamo, per un solo momento, uno sceneggiato in lucano stretto...

            Insegnare i dialetti o usarli nei notiziari locali potrebbe creare l'effetto maionese andà insema, cioè impazzita. Usciti da Milano e spingendosi fino a Varese s'incontrano almeno tre ceppi principali: il legnanese, il bustocco e il bosino, ma a Lainate sono fieri del loro accento chiuso, a Busto Garolfo degli arcaismi liguri, mentre Parabiago vuol dire la sua. Così, se sotto la Madonnina l'imbuto è il pedrieu, nell'Insubria è il curnasél. Idem verso Como, con il brianzolo prima, compresa la variante monzese, e il comasco poi, tanto simile al ticinese, ma salendo in Val d'Intelvi la lingua cambia di nuovo. Passato l'Adda, comincia un altro mondo; e i bergamaschi di città faticano a capire il gaì, il gergo usato dai pastori delle valli.

            Secondo problema: il milanese ha una tradizione letteraria, si sa come scriverlo e pronunciarlo; altrove, anche se esistono dizionari e grammatiche, scarseggiano i testi di riferimento e ci si deve affidare alla tradizione orale. L'antropologo e il filologo si divertono, ma un insegnante si troverebbe in difficoltà. Senza contare che proprio nella città di Ambrogio il dialetto non lo parla quasi più nessuno; i ceti popolari cui Carlo Porta dava voce oggi usano un italiano sbriciolato, un po' come i calciatori, che non sono mai al cento per cento e hanno fiducia nel mister. Il meneghino ha smesso di evolversi e gli mancano le parole per esprimere la modernità: conosce el bicochin, l'arcolaio, ma per il resto s'è fermato alla television (che qualche vecchietta di Ossona si ostina a chiamare teleguardur).

            Negli anni Cinquanta del secolo appena trascorso avrebbe avuto un senso prestare maggiore attenzione ai dialetti, che ancora erano diffusi. Tracce dell'antico sono rimaste nelle inflessioni cittadine e nei modi di dire, disciolti però nell'italiano che li ha accolti e che deve fronteggiare l'imbarbarimento determinato dagli anglismi inutili e dai gerghi specialistici, a cominciare dal burocratese. Insistendo lungo questa strada, si finirebbe per smarrire la lingua nazionale senza ritrovare quella locale.

            Alla televisione della Svizzera italiana è andato qualche tempo fa in onda Sentieri selvaggi, il celeberrimo western di John Ford interpretato da John Wayne, con un nuovo doppiaggio in ticinese; il titolo suona Se ta cati ta copi, cioè se ti prendo ti ammazzo; presto sarà disponibile anche Pretty Woman, fedelmente tradotto in Bela tusa. Provocazione, gioco ironico, ma in un contesto dove il dialetto è vivissimo e condiviso da tutti quale momento identitario, non senza una larvata contrapposizione con l'italiano, lingua ufficiale in qualche misura avvertita come straniera.

            Da noi, al contrario, l'italiano è stato nei secoli il principale veicolo d'identità nazionale. In epoche ormai remote era un argine contro la babele casereccia delle parlate comunali, ormai quasi del tutto perdute. Eppure non ci sentiamo meno milanesi per il fatto di non parlare coma la Ninetta del verzee.

P.S. Nel testo ho usato la grafia milanese sancita dalla tradizione, secondo la quale, per esempio, la o si legge u, mentre la u si pronuncia alla francese, come il dittongo eu; di qui la distinzione tra co, cioè testa, e cu, che non abbisogna di traduzione. Nei diletti ariosi, cioè provinciali, questa distinzione cade, la u è come in italiano e per la ü bisogna ricorrere alla dieresi. Un bel pasticcio, fra i tanti.

Renato Besana


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