Cristo e Marx, sfida tra pesi massimi

28/3/2012 Di Marcello Veneziani per Il Giornale

Il vecchio papa della vecchia religione va a trovare il vecchio e malato lìder della morta rivoluzione. Spera di convertirlo a credere che gli unici paradisi sono quelli promessi dopo la vita, e non durante.


E lui, Fidel, che viene da un'utopia fallita e ha davanti a sé la morte, magari pensa di traslocare col suo sogno del paradiso in terra nell'aldilà. Chissà che là non funzioni, visto che a Cuba quel paradiso si rivelò un inferno. In fondo non ha più niente da perdere e fallita la rivoluzione non resta che sperare nella resurrezione.

Può darsi che Castro si arrenda a Dio, che esca a mani alzate e pugni chiusi, per salvare l'anima e labiografia.Ma in cielo si arriva disarmati e a mani giunte o aperte. Eppure c'è ancora chi crede che tra Cristo e Marx ci sia stretta parentela. Per esempio, Umberto Galimberti scrive che per ambedue la storia è promessa di salvezza.


E sono «superficiali», a suo dire, quelli che oppongono marxismo e cristianesimo solo per la fede in Dio e per l'ateismo. Vorrei dire al profondissimo filosofo che se per lui Dio è solo un pelo superfluo della religione, cioè un dettaglio secondario e superficiale, allora è un ignorante, filosoficamente parlando, perché ignora l'abissale ed essenziale differenza tra credere o no in Dio e regolarsi di conseguenza. È come dire: Fidel Castro è affine a Padre Pio, stessa barba e stesse mani insanguinate. Con la trascurabile differenza che al frate era sangue proprio, frutto delle stimmate divine, e al lìder maximo è sangue altrui, frutto delle repressioni comuniste.


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