Un incubo tutto americano (parte II)

Tom Dispatch 25 Dicembre 2012

 

La seconda vittima di torture l'ho incontrata mentre ero operativo in una base avanzata in Iraq.


Era un noto capo SOI: Sons of Iraq [Figli dell'Iraq, ndt] Sunniti che nel quadro del discusso piano Anbar Awakening [risveglio di Anbar] messo a punto dal Generale David Petraeus, accettarono, dietro lauti compensi, di interrompere le ostilità contro gli americani e di impegnarsi a combattere al-Qaeda. Era il 2007. I Figli dell'Iraq, in quanto Sunniti e per stessa intromissione americana, non avevano amici nel governo Bagdad di Nouri Al-Maliki, dominato dalla Shia.

Erano passati tre anni. Nel pomeriggio di una giornata noiosa, il capo del SOI mi confidò di essere stato recentemente liberato, mollato per le strade nell'imminenza di una nuova elezione in modo da poter essere usato come argomento che favorisse la vittoria della Shia. Era stato imprigionato in un luogo segreto sotto il controllo di quelle stesse forze di sicurezza irachene occulte e segretamente addestrate dagli USA.

Era stato torturato da agenti del governo di Malik appoggiato dagli USA per motivi di sicurezza nazionale. Uomini mascherati lo avevano ammanettato e gli avevano legato le caviglie per poi appenderlo a testa in giù. Non gli fecero nessuna domanda, non gli chiesero nessuna informazione. Gli percossero i testicoli con una cinghia, gli presero a bastonate la pianta dei piedi e gli colpirono le reni e lo picchiarono un po' ovunque. Gli bucarono il piede destro con uno di quei ferri usati per rinforzare il cemento armato.

Il dolore, mi disse, poteva essere sopportato. Quello che invece lo ferì profondamente fu il totale senso di impotenza che provò ed un uomo come lui, mi disse con un impeto di orgoglio, non si era mai sentito impotente. La sua forza era la capacità di controllare le cose, di tener testa al nemico, di combattere e, se necessario, di comandare altri uomini fino alla morte. Ora, non riusciva più a dormire la notte, non aveva più interesse nella vita, non provava più piacere. Mi mostrò il piede malconcio, annerito, con una cavità ed ancora i segni di lacerazione dovuti al metallo.

Da solo, nel buio

Poi incontrai altri due uomini che erano stati torturati. Le loro esperienze erano molto simili una all'altra pur essendosi svolte ad anni e migliaia di chilometri di distanza. Naturalmente, poteva essere tutto una menzogna, ed io non potevo in nessun modo verificare i loro racconti: in quei Paesi nessun torturatore era mai finito sotto processo. Uno era stato torturato in quanto ritenuto una minaccia per la Corea del Sud, l'altro per l'Iraq. Questi governi minacciati erano fra quelli sotto tutela degli USA, Paesi torturatori ben noti ed abituati a giustificare tali orribili atti. Cosa che ci siamo messi a fare anche noi, all'inizio di questo 21° secolo, in nome della sicurezza nazionale. Nel nostro caso poi, l'uso di tecniche di tortura è stato ripetutamente dimostrato da alcuni dei più alti funzionari sul campo e nella stessa Casa Bianca, ed è stato quindi legalizzato e delegato a luoghi segreti sparsi nel mondo, o all'interno di prigioni straniere.

L'osannato nuovo film Zero Dark Thirty - sull'assassinio di Osama bin Laden - si apre con scene di tortura. Vittime alcuni sospetti musulmani od uomini di al-Qaeda. I torturatori sono ovviamente membri del governo USA che lavorano per la CIA.

Vediamo un prigioniero legato al muro, sanguinante, con i pantaloni calati davanti ad un funzionario CIA donna. Ad un altro versano acqua in bocca e nei polmoni fino a che si dibatte agonizzante (nel Medioevo si chiamava Tortura dell'Acqua, poi diventata cura dell'acqua e da ultimo waterboarding [ chiudere - soffocare - con l'acqua, ndt]). Altre immagini mostrano uomini spinti a forza dentro a loculi le cui dimensioni impediscono loro di stare in piedi o seduti o sdraiati.

Queste alcune delle tecniche di tortura portate avanti legalmente, come risulta da un resoconto di un Ispettore Generale della CIA. Alcune di esse erano dolorosamente famigliari ai torturati con i quali ho parlato, come potrebbero esserlo per Bradley Manning [l'uomo che ha passato i files a wikileaks, ndt], che è stato tenuto in isolamento, denudato e deprivato del sonno in una prigione militare USA, allo scopo di spezzarne il morale.

Benché le scene del film siano state alleggerite, sono brutali. Sono immagini difficili da vedere che non mostrano nulla di più dell'infliggere del dolore. E per quanto orribile possa essere, il dolore poi svanisce, le ossa si saldano, i lividi guariscono. Quindi, non pensate nemmeno per un attimo che l'essenza della tortura consista nel dolore fisico. Qui non c'entra il tema trattato da Zero Dark Thirty: se le ferite fisiche si rimarginano, quelle psichiche e mentali sono molto più profonde e gravi. I ricordi sono persistenti.

Il dibattito ossessivamente ricorrente in questo Paese, ed incentrato sul tema della efficacia o meno della tortura, è vuoto e fasullo: non c'è dubbio alcuno che la tortura funzioni. E non riguarda poi il carpire delle informazioni. Anzi, come nel caso dei due uomini che ho incontrato, non era in gioco nessuna informazione. La tortura riguarda sempre ed inevitabilmente: l'umiliazione, il senso di colpa, la vendetta, il potere ed il controllo.

Ti stiamo prendendo a sberle ma ti dimostriamo che abbiano noi il controllo, così non hai la minima idea di quello che seguirà, di quello di cui siamo capaci.

Nel film Zero Dark Thirty, il torturatore della CIA dice: "Tu mi menti, io ti faccio male". La vittima torturata è abbandonata al pensare in cosa consisterà questo male e quanto sarà forte. In questo modo diventa responsabile in prima persona nel creare il proprio personale terrore.

Sì, la tortura funziona. Funziona nel distruggere le persone.

Khalid Sheik Mohammed, accusato di essere la mente dietro agli attacchi dell'11 settembre, ha subito il waterboarding 183 volte. Il giornalista di Al-Jazeera Sami al-Haj ha passato 6 anni nella prigione di Guantanamo Bay, ed ha dichiarato che: "Ci aizzavano i cani contro, ci percuotevano, ci appendevano al soffitto, ci impedivano di dormire per 6 giorni a fila".



Khalid Sheik Mohammed




Brandon Neely - ex componente della polizia militare USA ed ex guardia carceraria di Guantanamo - ha visto un medico torturare un ammalato che avrebbe dovuto curare. Agenti CIA hanno torturato un cittadino tedesco, un venditore di auto, per uno sbaglio di identità legato al nome: Khaled el-Masri. L'uomo è stato sodomizzato, percosso, umiliato e deprivato sensorialmente dalla polizia macedone, come ha stabilito, la settimana scorsa, la Corte Suprema Europea per i Diritti Umani.

La Corte per i Diritti Umani ed il Senate Intelligence Committee potranno darci altri elementi su questo incubo che è la politica americana dell'inizio del 21° secolo. Ma il nostro presidente si rifiuta tuttora di voler far luce su questo decennio oscuro. Non solo, si rifiuta di rinunciare per sempre all'uso di tecniche potenziate di interrogatorio. Da ultimo, visto che continua a dare un consistente appoggio a fautori della tortura - alla eccellente rendition di sospetti terroristi catturati e spediti in nazioni alleate felicissime di torturarli e di incarcerarli a tempo indefinito per decreto legge - ci è difficile comprendere quello che uomini come il poeta coreano od il capo tribù iracheno hanno compreso benissimo e pensano di noi: siamo dei torturatori.

Se non ci confronteremo con questo incubo nel quale stiamo sprofondando sempre più, ne saremo travolti ed annichiliti.

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Massimo Frulla, revisione di Lorenzo de Vita


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext