CONTROSTORIA 44 - Magi da dove venite?

dI Franco CARDINI DA STORIALIBERA

 

L'unico a parlarne è Matteo. Ecco dove ci portano le tracce dei re che andarono ad adorare il Salvatore
Per la tradizione si chiamavano Melchiorre, Gaspare e Baldassarre. E uno era nero. Li guidò una stella dalla lunga coda luminosa


Chi erano, davvero, i magi? E perché re? È logico rifarsi al testo greco (l'aramaico è andato perduto) di Matteo (2, 1-12): il solo dei "sinottici" a narrarci come, essendo nato Gesù in Betlemme di Giudea al tempo di re Erode III il Grande, giunsero là alcuni «magusàioi» venuti "dall'Oriente" in cerca del "re dei giudei", del quale avevano scorto "la stella".

Chi erano, davvero, i magi? E perché re? È logico rifarsi al testo greco (l'aramaico è andato perduto) di Matteo (2, 1-12): il solo dei "sinottici" a narrarci come, essendo nato Gesù in Betlemme di Giudea al tempo di re Erode III il Grande, giunsero là alcuni «magusàioi» venuti "dall'Oriente" in cerca del "re dei giudei", del quale avevano scorto "la stella".

Erode, convocati i sacerdoti e i saggi d'Israele, chiese loro dove sarebbe nato il Messia: essi risposero che ciò sarebbe avvenuto in Betlemme, com'era stato annunziato dal profeta Michea. Il re ricevette allora segretamente i «magusàioi» e accuratamente li interrogò sulla stella prima di congedarli raccomandando loro di fargli sapere dove fosse il Bambino in modo che anch'egli potesse recarsi ad adorarLo. I «magusàioi» ripartirono dunque, seguendo la stella che li precedette sino a fermarsi sul luogo dov'era il Bambino: dopo averlo adorato aprirono i loro scrigni, e Gli offrirono oro, incenso e mirra. Quindi, avvisati in sogno di non tornare da Erode, rientrarono al loro paese seguendo un'altra strada.

Quei «magusàioi» potevano essere gli indovini e astrologhi, di solito "caldei", che riempivano allora l'Oriente; ma resta il dubbio che si trattasse di veri e propri magi iranici, che negli astri scrutavano la venuta di un futuro «Saoshyant», il Difensore-Salvatore-Vincitore periodicamente atteso nel mazdaismo.

Siamo abituati a chiamare "re" i "magi"; a conoscere i loro nomi (Melchiorre, Gaspare, Baldassarre); a ritenere tradizionalmente che almeno uno di loro sia negro; a vederli seguire una cometa dalla lunga coda luminosa. Nulla di tutto ciò nel testo di Matteo: i suoi «magusàioi» provengono genericamente "dall'Oriente", non se ne conoscono né il nome né il numero, a guidarli è una stella di cui nulla si dice.

Da dove proviene l'immagine tradizionale dei magi? Da dove giungono i molti elementi non riconoscibili nel testo evangelico e affermati viceversa attraverso una lunga tradizione? E perché mai il racconto dei «magusàioi» è solo in Matteo; forse perché è solo un'aggiunta nel testo greco di Matteo, che non c'era in quello aramaico (scomparso) ch'era quello utilizzato da Marco, da cui passò a Luca? O forse si trattò di un episodio "censurato" dagli altri evangelisti in quanto considerato ambiguo e compromettente?

In effetti, un minimo d'imbarazzo dinanzi ai "magi" la tradizione cristiana l'ha sempre mantenuto. I magi figurano anche altrove che non in Matteo, nel Nuovo Testamento, e sono presentati in una luce - giusto e sbagliato che ciò sia - non positiva. Appartiene a tale categoria anche quel Simone che, negli Atti degli Apostoli, propone a Pietro di acquistare per mezzo di danaro la forza che permetteva all'Apostolo di compiere miracoli. E, da "Simon mago" (come l'ha chiamato Dante), si definiscono "simoniaci" tutti coloro che hanno traffico venale di valori spirituali.

I «magusàioi», al tempo di Gesù, erano indovini-astrologi d'origine genericamente "caldea", quindi siro-mesopotamica: e, per la Giudea, la caldea era senza dubbio a est: che il testo di Matteo sostenga quindi che essi venivano "da Oriente" è un pò banale e generico ma non errato, per quanto vada sottolineato che, all'epoca e per uno scritto vicino-orientale, quel termine "Oriente" non aveva nulla delle risonanze fatidiche e misteriose che può assumere alle orecchie di noialtri occidentali moderni.

Ma la parola «magusàios» era termine semicorrotto, passato dal persiano «mogû» o «magû» attraverso l'aramaico «magusha» a indicare quei semiciarlatani che in qualche modo si rifacevano all'antica scienza dei «magû», la tribù meda che - un pò come quella di Levi tra il popolo di Israele - deteneva il monopolio di rituali e pratiche a carattere magico-astrologico-divinatorio nel mondo persiano mazdaico.


Ma una più restrittiva interpretazione propone che già durante l'impero persiano achemenide i «magi» - chiamiamoli d'ora in poi senz'altro così -, colpiti nel VI secolo a.C. da una condanna del Gran Re Serse in quanto esponenti del culto «daivico» (cioè del sistema mitico-religioso prezoroastriano), si sarebbero sparsi per la Caldea degradando al livello di ciarlataneria e di stregoneria la loro scienza originariamente sacrale. Da qui la fama ambigua di quella che poi - dal loro nome - i greci hanno chiamato «maghèi» e i latini «magia»: per quanto il corretto etimo di tale parola si sia perduto sin dall'antichità: lo stesso sant'Agostino, al riguardo, non aveva per nulla le idee chiare.

Eppure, fra I e II secolo d.C., Plutarco era stato molto esplicito. Nel suo «De Iside et Osiride» aveva parlato della concezione dualistica propria del mazdaismo persiano e dei riti dai magi officiati in onore dei due grandi Principi della Luce (Ahura Mazda) e delle Tenebre (Angra Mainyu): per la verità anch'egli lasciava irrisolto il grande tema dell'effettivo rapporto tra magi e ortodossia zarathustriana.


Oggi si tende a pensare che, in realtà - a parte gli abusi e le degenerazioni in senso occultistico o ciarlatanesco da parte di qualche esponente autentico o sedicente del loro gruppo -, i magi si proponessero come una casta sacerdotale-sapienzale all'interno della quale, con i segreti del rito e dell'osservazione degli astri, si custodiva il nucleo d'un messaggio in grado di superare il dualismo mazdaico riconducendo Luce e Tenebre a un originario Principio superiore, «Zurvan Akarakana» (il "Tempo Increato"), signore di tutte le cose.


 

L'idea del tempo che ciclicamente si rinnova conduceva il mazdaismo detto appunto "zurvanita" alla costante attesa messianica di un "soccorritore divino" il ruolo del quale sarebbe stato quello di aprire ciascuna era di rinnovamento e di rigenerazione dopo la fase di decadenza che l'aveva preceduta. In tal senso, il mazdaismo si collega all'attesa messianica che, in forme diverse, si riscontra altresì nell'islam, soprattutto in quello sciita e ismailita), ma anche nel mithraismo, nel buddismo, nell'induismo soprattutto vishnuista (si pensi alla dottrina dei successivi avatara, le discese di Vishnu nel mondo sotto forme sempre diverse).

Nel mazdaismo si attendevano tre successive, arcane figure di salvatori e rigeneratori del tempo a venire: l'ultimo di essi, il Saoshyant ("Soccorritore"), sarebbe nato da una Vergine discendente di Zarathustra e avrebbe condotto con sé la resurrezione universale e l'immortalità degli esseri umani. Molte leggende accompagnavano il mito del "Soccorritore": una stella lo avrebbe annunziato, sarebbe stato stella egli stesso, sarebbe scaturito da una roccia come una scintilla di fuoco che sprizza dalla pietra.

Sappiamo peraltro da Matteo che i magi portarono con loro dei doni. Ciò introduce una variante nell'etimologia della parola che li designa. Difatti, nelle Gatha (i "Canti", la parte più antica dell'Avesta, la Scrittura sacra mazdaica) il termine maga indica propriamente il "dono", sia nel senso propriamente sacerdotale e sacrificale di offerta, sia in quello sapienziale di sapere, di conoscenza divina. E il sacerdote, in quanto "partecipe del dono", e magavan.


L'oro, l'incenso e la mirra recati dai magi a Gesù - tre tipi di dono, che stanno alla base forse del numero dei magi stessi, più tardi fissato dalla tradizione - rinvia nella logica testuale di Matteo (una fittissima trama di riferimenti veterotestamentari, volta a comprovare come la nascita di Betlemme adempisse puntualmente le Scritture) agli arabi, ai sabei, ai "re delle isole" citati nel Salmo 72: si tratta di prodotti commerciati abitualmente sulla cosiddetta "Via dell'Incenso", che dall'Oceano Indiano risaliva la penisola arabica recando al mondo mediterraneo le merci dell'Asia orientale, del Corno d'Africa, dell'Arabia felix.

Per la tradizione esegetica cristiana, i magi sono essenzialmente la «primitia gentium», i primi fra i pagani ad aver riconosciuto e adorato il Signore. Per questo il loro culto fu tanto fortunato, diffuso e radicato tra i convertiti d'origine non ebraica. Ma i testi scritturali canonici fornivano nei loro confronti ben poche indicazioni. Da dove venivano, in realtà? Quanto tempo era durato il loro viaggio? Con che mezzi erano giunti? Che itinerario avevano seguito nell'andata, quale scelsero per il ritorno? Quanti erano? Come si chiamavano?

A fornire, magari in modo contrastante e ridondante, queste e altre informazioni provvide una lunga serie di testi evangelici apocrifi: il Protovangelo di Giacomo (forse anteriore al V secolo) e il Vangelo dello Pseudo-Matteo (un testo aramaico derivante dal precendente e datato al V-VI secolo), il "Vangelo arabo-siriaco dell'Infanzia" (metà VI secolo), il "Vangelo armeno dell'Infanzia" - che pone la nascita di Gesù al 6 gennaio e l'arrivo dei magi al 9 e che fissa a tre il numero dei magi, li chiama per nome e li definisce come re (Melkon re dei persiani, Gaspar re degli indiani, Balthasar re degli arabi).

I temi relativi alla profezia di Zarathustra relativa alla nascita del Soccorritore e alla sua attribuzione a Gesù furono a loro volta sviluppati in testi profetico-esegetici d'origine soprattutto siriaca come il «Liber nomine Seth» (antico: forse del III secolo), il «Libro della Caverna dei Tesori» (secc. V-VI), la «Cronaca pseudoisidoriana» detta anche di «Zuqnin» (sec. VIII) e il «Liber scholiorum» siriaco di Teodoro Bar Konai (VIII-IX secolo).


Tali testi furono tutti o in parte, a differenti riprese, tradotti anche in latino: un rifacimento di alcuni di essi è da considerarsi l'«Opus imperfectum in Matthaeum», una cui redazione - originaria? - in greco potrebbe appartenere al IV secolo, da cui sembra dipenderne una latina redatta in ambiente ariano africano tra VI e VII.

Da questi testi ha finito con l'affermarsi, anche grazie al soccorso d'una tenace e splendida tradizione iconica - si pensi alla teoria dei magi nei mosaici di Sant'Apollinare Nuovo di Ravenna -, la nostra tradizione, sostenuta da un acceso dibattito esegetico che dei "tre santi re" ha fatto di volta in volta il simbolo delle tre "razze primigenie" della terra scaturite dai tre figli di Noè, dei tre continenti della vecchia ecumène, dei tre stati del mondo (i sacerdoti, i guerrieri, i produttori), dei tre momenti dell'esistenza umana (la giovinezza, la maturità, la vecchiaia), dei tre aspetti del tempo (il passato, il presente, il futuro).

Ma a dir la verità, il sospetto che nasce dinanzi a un esame della più bella fiaba del mondo è che la si sia fino a oggi letta in modo unilateralmente etnocentrico. Da un lato, essa pare davvero presentare il Cristo come punto d'arrivo e d'incontro, momento perfetto, definitivo di tutte le tradizioni e di tutte le religioni. Dall'altro, però, essa lo collega strettamente a Zarathustra, a Mithra, indirettamente anche a Vishnu e a Buddha in un modo tale da farci chiedere se qualcosa - nella genesi dei sistemi mitico-religiosi tra V secolo a.C. e VII d.C. (da Buddha e da Zarathustra fino all'Imam nascosto degli ismailiti) - per caso non ci sfugga. Qualcosa di profondo e di fondamentale.

L'«Opus imperfectum in Matthaeum» parla di un «Mons Victorialis» al quale ogni mese ascendevano i magi (in quel testo in numero di dodici: come i mesi dell'anno e gli apostoli) per scrutare le stelle. Lì avrebbero avvistato l'astro all'interno del quale era un Fanciullo sormontato da una Croce.


Infiniti testi iconici occidentali ripetono quest'evento. Ma nel Seistan, tra Iran e Afghanistan, ogni anno ancor oggi i "parsi" - gli ultimi eredi dei mazdei - si riuniscono ai piedi del monte Usida (il Kuh-i-Khwga, il "Monte del Signore" dell'«Avesta») là dove sta il lago Hamun, dove secondo il XIX «yast» avestico sarebbe stato sparso il seme del profeta Zarathustra. I parsi celebrano la loro riunione al principio dell'equinozio di primavera: che equivale al tempo in cui, secondo la tradizione cristiana, la Vergine ha concepito il Cristo. Usida, «Mons Victorialis»: nell'Avesta, il Soccorritore è chiamato anche «il Vittorioso».


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