CONTROSTORIA 40 - La pienezza dei tempi - Parte 2

di Vittorio Messori

 

Un piccolo sasso diventa un gran monte



Incontriamo la prima allegoria messianica di Daniele nel secondo capitolo: un piccolo sasso distrugge, rotolando, la statua quadriforme che simboleggia (com'è detto espressamente dal testo) i quattro imperi che avrebbero preceduto il regno del Cristo. Secondo un'interpretazione, quegli imperi sono il Neobabilonese, il Medo, il Persiano e il Greco, raffigurati dall'autore con metalli che si succedono con valore descrescente: oro, argento, bronzo, ferro e argilla mescolati. Un'altra interpretazione raggruppa i regni Medo e Persiano in uno solo, identificando il quarto regno con quello Romano.

Non c'interessa comunque chi abbia ragione qui, ma piuttosto la continuazione del testo: "La pietra, che aveva colpito la statua, divenne un gran monte che riempì tutta la terra". Con questo, aggiunge a spiegazione il profeta stesso, si indica che "il Dio del cielo susciterà un regno che non sarà distrutto in eterno e la cui sovranità non passerà ad altro popolo. Stritolerà e annienterà tutti quei regni, ma esso sussisterà in perpetuo".

Conclude il profeta: "Il grande Re ha fatto conoscere al re quel che accadrà in futuro. Il sogno è veritiero e sicura la sua spiegazione".

Si veda come il regno messianico, quello che "non sarà distrutto in eterno e che sussisterà in perpetuo", è descritto come un sassolino, all'inizio, che però non solo ha la forza di distruggere ogni impero terrestre ma cresce sino a diventare "un gran monte che riempie tutta la terra".

Notano i credenti che tale è stata storicamente la caratteristica del regno messianico iniziato da Gesù. Non un'esplosione improvvisa di forza, uno sfolgorio di potenza sin dall'inizio. Ma un «piccolo sasso» ("il Regno di Dio è simile a un granello di senape" scrivono gli evangelisti) che è cresciuto sino a diventare "un gran monte", lentamente, nello spazio di alcuni secoli.

"È predetto che Gesù Cristo sarebbe piccolo al principio e crescerebbe dopo. La piccola pietra di Daniele" (Pascal).


Il figlio dell'uomo

Al capitolo 7 dello stesso libro, la profezia va precisandosi. Dopo avere annunciato che i quattro imperi che sorgeranno sulla terra saranno distrutti da quel sassolino, si giunge alla celebre visione: "Ecco, con le nubi del cielo, uno come figlio d'uomo stava venendo. Egli avanzò sino all'antico di giorni e fu fatto avvicinare in sua presenza. Gli furono dati dominio, onore e regno, tutti i popoli, nazioni e lingue lo servivano. Il suo dominio è un dominio eterno che non passerà mai e il suo regno è tale che non sarà distrutto".

Nei vangeli, Gesù stesso fa continuo riferimento a questo passo di Daniele definendosi «il figlio dell'uomo» e agganciando così la sua venuta a questa profezia. È da notare che proprio il vangelo di Matteo, quello che rispecchia la predicazione cristiana agli ebrei, usa quasi 30 volte una espressione come questa (Figlio dell'uomo) del tutto in consueta nel giudaismo. È infatti impiegata una sola volta nell'Antico Testamento con riferimento al Messia proprio nel passo appena riportato. Usare questo termine significava dunque fare un preciso richiamo alla profezia di Daniele. Che l'attesa messianica popolare si nutrisse in moda particolarissimo del passo che abbiamo riportato è dimostrato dall'impiego eccezionalmente largo che ne fa Matteo. Il proposito di quel vangelo è infatti «dimostrare» che Gesù è il Messia in base alle profezie giudaiche. Ora, richiamarsi così spesso proprio al «figlio dell'uomo» di Daniele significa che gli «avversari» da convincere, gli ebrei, erano d'accordo sul senso chiaramente messianico da attribuire al brano sul Figlio dell'uomo.

Dopo i versetti citati, l'autore del libro continua scrivendo che i cittadini di quel Regno "che non passerà mai" saranno detti "Santi dell'Altissimo" e godranno dei beni addotti "per una eternità di eternità".

Renan nota, lo vedemmo, che con questa «visione» di Daniele, le speranze messianiche di Israele raggiungono "la loro ultima espressione". Da allora, dice lo studioso francese, "il Messia non fu più un re alla maniera di Davide e di Salomone, un Ciro teocrate e moseizzante: fu un Figlio dell'uomo che apparirà su una nube, un essere soprannaturale rivestito di apparenza umana, incaricato di giudicare il mondo e di presiedere l'età dell'oro".

Proprio perché qui l'attesa di quel Messia che aveva attraversato tutta la lunghissima vicenda d'Israele diventa precisa come mai lo era stata, proprio per questo sembra, come tante altre volte, più che mai benefica alla fede l'opera della critica. Se davvero, come questa critica insegna, il libro di Daniele è tra i più tardi della Bibbia e risale soltanto al 160 avanti Cristo, allora trova conferma quanto la meditazione dei credenti ha sempre affermato. Che cioè nella «storia della salvezza» c'è un'ascesa che prosegue per una lunga serie di secoli: da promessa vaga e indistinta, l'attesa messianica diventa sempre più precisa. Sino a questa "ultima espressione" di Daniele, appunto uno dei libri più tardi.

Anche nell'Antico Testamento pare dunque agire la dinamica del sassolino che pian piano diventa montagna. Dal primo libro, il Genesi, con le prime promesse decise ma indistinte, all'ultimo, Daniele, con una precisione inedita.

Sembra logico, pertanto, che a questo punto il profetismo giunga ad indicare persino la data del compimento di quanto annuncia. Ecco, infatti, il vaticinio delle «settanta settimane».


Settanta settimane

È il famoso testo del capitolo 9, sempre di Daniele, che così comincia: "Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e la città santa per far cessare l'iniquità, per sigillare il peccato, per espiare l'iniquità, per addurre giustizia eterna, per suggellare visione e profeta e per ungere il Santo dei Santi.

Il nuovo mondo (l'iniquità che cessa ed è espiata, il peccato che è «sigillato», la giustizia eterna che regna), quel nuovo mondo giungerà dunque per il profeta quando sarà unto il Cristo. E allora termineranno anche le visioni dei profeti ("per suggellare visione e profeta").

Tutto ciò avverrà dopo "settanta settimane". Questa indicazione temporale (l'unica, ripetiamo, nell'Antico Testamento) non ha mai suscitato eccessive polemiche tra gli interpreti. È chiaro infatti che non di settimane si tratta, ma di settenari, periodi cioè di sette anni. La parola ebraica usata dal testo è infatti «shabhuìm», settenario, appunto. Dunque, le "settanta settimane" sarebbero 70 anni per 7, 490 anni in totale.

Ma, da quando cominciare a fare decorrere il computo? Il testo biblico che segue quello che abbiamo riportato dà una indicazione: bisogna cioè fare partire il conto da "una parola di tornare e di ricostruire Gerusalemme". Di quale decreto («parola») si tratta?

Dicevano alcuni che era quello (di cui parla un altro libro della Bibbia) emanato da Artaserse nel suo settimo anno di regno, cioè nel 458-457 a.C. Partendo da questa data la fine dei 490 anni sarebbe caduta nel 32-33 d.C.

Affermavano altri che il decreto, invece, era quello di Ciro, emanato nel 538, dopo la liberazione di Israele dall'esilio babilonese. Sottraendo da 538 i 490 anni, si arriva al 48 a.C. Anche se è certo che Gesù è nato alcuni anni prima della data tradizionale, qui c'era uno «sbaglio» di una quarantina d'anni. Per la prima interpretazione, invece, la coincidenza pareva impressionante, dal momento che la profezia sembra alludere all'uccisione del Messia: e il 32-33 d.C. è una data estremamente verosimile per questo evento.
Sembrava comunque straordinario che il profetismo ebraico, nella sua storia millenaria, avesse azzardato una sola volta una data; e che quella data si fosse rivelata davvero quella dell'inizio dell'era messianica (almeno per i cristiani), anche se soggetta a una oscillazione di una settantina d'anni. In tanti secoli di attesa, quello «sbaglio» sembrava già un buon centro.

C'è da notare poi, seppure per inciso, che questo vaticinio del cap. 9 di Daniele lega al computo degli anni una successione di eventi che hanno una strana risonanza. Si parla infatti qui di "un Unto (cioè, di un Messia, di un Cristo) che sarà soppresso". Si accenna poi al "popolo di un principe che verrà e distruggerà la città e il santuario": Gerusalemme e il suo tempio furono distrutti dal «principe» Tito, imperatore dei romani, proprio nell'anno 70 d.C. Un'altra coincidenza curiosa, questa data, messa a raffronto con una profezia tutta basata sul numero 70. Del resto, anche il vangelo di Matteo, annunciando la distruzione di Gerusalemme, mette in bocca a Gesù il riferimento a Daniele: "Quando dunque vedrete l'abominazione della desolazione predetta dal profeta Daniele, posta nel luogo santo, chi legge intenda, allora coloro che saranno nella Giudea fuggano alle montagne...".

Occorre tuttavia notare che è possibile leggere quegli sconcertanti particolari in un modo diverso, altrettanto attendibile dal punto di vista storico, e vedere annunciati da Daniele non Gesù e Tito ma Onia e Antioco. Un ennesimo aspetto della logica del «Dio nascosto»? Qui, ribadendo la nostra estrema prudenza in questi computi, continuiamo ad elencare fatti. E quelli soltanto. Resta infatti la sorpresa di vedere, dopo il vaticinio sulla data del tempo messianico, annunciati episodi che, anche se suscettibili di altre interpretazioni, sembrano alludere direttamente al periodo storico che seguì Gesù.

E, d'altro canto, è stato osservato che "la distruzione di Gerusalemme nel 70, anche presso gli esegeti giudaici, come Rashi, Ibn Esdra, Ps. Saadia, Abrabanel, fu sempre ritenuta come l'estremo limite delle settimane di Daniele" (A. Vitti).

Di recente si è comunque aggiunto un fatto nuovo che ha portato una conferma (forse decisiva) a una delle due interpretazioni proposte per il termine dei 490 anni.


Luce da Qumràn degli esseni

La nuova luce su Daniele è venuta dalla scoperta dei manoscritti di Qumràn: è, questa, la desolata località sul Mar Morto dove la setta ebraica degli esseni aveva ai tempi di Gesù il suo centro principale. Com'è noto, nel 1947 un pastore beduino, cercando una pecora che si era smarrita, gettò un sasso in una caverna che si apriva su uno strapiombo. Dall'interno venne un rumore di vasi rotti. Pensando a un tesoro, il beduino si arrampicò sino alla grotta. Un tesoro c'era davvero; ma di tutt'altro genere di quello sperato dal pastore. Nell'antro dove da quasi duemila anni nessuno era mai entrato, si trovarono infatti delle giare e nelle giare dei manoscritti. Fu la prima delle sensazionali scoperte che ci restituirono l'intera biblioteca dei sino ad allora misteriosi esseni. Era stata nascosta in quei luoghi inaccessibili quando i monaci fuggirono davanti ai romani, probabilmente tra il 66 e il 70 d.C.

Quelle pergamene diedero i testi di quasi tutti i libri della Bibbia, ricopiati certamente da due a un secolo prima di Gesù e perfettamente coincidenti con quelli usati da ebrei e cristiani di oggi. Inoltre, rivelarono per intero la dottrina degli esseni e permisero di confrontarla con quella di Gesù. Di questo aspetto ci occuperemo più avanti.

Qui, esaminiamo in breve le novità portate dai manoscritti del Mar Morto alle interpretazioni profetiche.
Grazie a quei papiri, si è scoperto che quell'élite dell'ebraismo, la più rigorosa tra tutte e la più attenta nello studiare i «segni dei tempi» che dovevano precedere l'avvento del Messia, si appoggiava proprio alle «settanta settimane» di Daniele.

Dunque, non a torto anche la tradizione cristiana si è subito impadronita di quella profezia, nella linea (peraltro già ampiamente documentata prima del 1947) di tutto il giudaismo antico.

Ma la scoperta non si è limitata a questa conferma: i manoscritti esseni hanno anche dato appoggio a una delle interpretazioni che abbiamo, riportato sull'inizio del tempo messianico. Si tratta del secondo «calcolo», quello che si basa, per fare partire i 490 anni, sulla fine dell'esilio babilonese e sul decreto di Ciro, nel 538 a.C.

Con questo in più, però: che gli esseni partivano sì dall'esilio babilonese ma dal principio di questo, non dalla fine. La loro data di avvio era cioè il 586, inizio della deportazione di Israele in Babilonia. E giungevano a determinare con ancora maggiore precisione l'inizio di quella che, nella loro fede, doveva essere l'era messianica. Lo «sbaglio» di Daniele si riduce così a una ventina d'anni, invece che a una quarantina.

Ecco come sintetizza il metodo di Qumràn Hugh Schonfield, uno dei più noti studiosi biblici contemporanei e specialista dei manoscritti del Mar Morto: "Se si sottraggono dalla data del 586, inizio della prigionia di Israele in Babilonia, i 70 anni della durata totale dell'esilio (secondo la durata indicata dalla Bibbia) e si sottraggono poi i 490 anni, si constata che il Tempo della Fine doveva cominciare verso l'anno 26 a.C.".
L'attesa degli esseni, dunque, è cominciata circa 20 anni prima dell'inizio dell'era cristiana. Poiché l'autorità nell'interpretazione della Scrittura dei monaci del Mar Morto era grandissima nel mondo ebraico; e poiché tutto fa pensare che anche altre correnti giudaiche compissero il calcolo nello stesso modo, cominciamo a capire perché l'attesa del Messia fosse così viva proprio ai tempi di Gesù.

Continua Schonfield: "Non sappiamo bene come gli esseni siano giunti a questo calcolo. È certo, comunque, che è in base a quello che fondarono la loro attesa messianica".

Ne abbiamo anche riprove archeologiche: "Gli scavi intrapresi a Qumràn hanno rivelato che delle nuove costruzioni furono erette poco tempo dopo quella data (il 26 a.C.). Inoltre, le monete scoperte negli stessi scavi confermano che la comunità ebbe un'attività regolare e intensa a partire da una ventina d'anni prima di Cristo sino a circa il 70 d.C.". Così lo stesso autore.

Le costruzioni del Mar Morto furono cioè ampliate per accogliere coloro che, sempre più numerosi, all'approssimarsi del Messia si ritiravano ad attenderlo nel deserto. Dice infatti il Manuale di disciplina degli esseni, scoperto anch'esso nelle grotte: "In quei momenti, gli uomini dovranno cessare di abitare tra i corrotti per ritirarsi nel deserto, dove saranno istruiti coloro che devono essere pronti in quei giorni". I giorni, cioè, in cui dopo un'attesa più che millenaria, sarebbe apparso finalmente il «dominatore del mondo».
Conclude Schonfield: "Noi vediamo oggi sino a che punto -quasi alla lettera potremmo dire- Gesù potesse proclamare all'inizio della sua missione: I tempi sono compiuti, il Regno dei Cieli è prossimo".


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