CONTRO STORIA 39 - Pienezza del tempo - Parte 1

Vittorio MESSORI

 

Una rischiosa caccia al tesoro



Fascinoso ma assai infido luogo di sabbie mobili, il terreno profetico. Eppure, cercheremo ora di inoltrarci ancor di più, pur nella consapevolezza dei rischi sempre in agguato. Ci aggrapperemo dunque più che mai al dato storico, all'analisi per quanto possibile incontestabile. Il quesito che ci poniamo in questo capitolo è infatti tra quelli che esigono maggior prudenza.

È possibile, cioè, dare qualche credito a chi afferma che la profezia biblica si è spinta sino a individuare la data in cui l'èra messianica sarebbe iniziata? Fu dunque predetto davvero il tempo in cui apparve Colui che i cristiani riconobbero come il Cristo annunciato dai profeti?

Ribadiamo di non avere alcuna indulgenza per interpretazioni esoteriche, cui guardiamo con motivata ironia.
Cercheremo dunque di evitare, ad esempio, l'infortunio del pur per tanti versi ammirevole Federico Engels. Questo grande profeta del socialismo «scientifico» (ne esamineremo con ampiezza le tesi più avanti, al cap. 6°) pensava di datare con certezza agli anni 68-69 l'ultimo libro del Nuovo Testamento, l'Apocalisse. E a ciò diceva di essere giunto attribuendo un numero della cabala ebraica al nome dell'imperatore Nerone: "N = 50, R = 200, O = 6... La prova è perfetta quanto si può desiderare, il libro misterioso è adesso perfettamente chiaro...".

Così, testualmente, Engels in quel suo studio sull'Apocalisse apparso in «The Progress» di Londra nel 1883.
Ambrogio Donini, autore della recente «Storia del cristianesimo» che l'introduzione definisce "opera rigorosamente ed esemplarmente marxista", a proposito di quella interpretazione engeliana parla (certo con qualche imbarazzo) di «gioco che ha attirato la fantasia di molti interpreti".

"Ai numeri - osserva ancora Donini - si può far dire tutto quello che si vuole". Per l'appunto, concordiamo in pieno; convinti come siamo che la Bibbia non è un calendario cifrato, riservato ad alcuni iniziati in chissà quali scienze occulte al limite della paranoia.

Crediamo però alla possibilità della ragione di avventurarsi con cautela, almeno sino a un certo punto, nella caccia al tesoro cui sembra invitarci il Dio che si cela.

Inoltriamoci dunque, alla ricerca di indizi se possibile ancor più precisi di quelli che abbiamo creduto di scoprire sinora.


Flavio Giuseppe e la sua «ambigua profezia»

Flavio Giuseppe è il nobile ebreo di casta sacerdotale che passò al nemico dopo avere avuto una parte di comando nell'insurrezione contro i romani iniziata nel 66 d.C. e finita quattro anni dopo con la distruzione di Gerusalemme, del tempio e di tutto Israele. In greco e ad onore dei vincitori, Giuseppe scrisse la sua celebre «Guerra giudaica» dove descrive le vicende di cui era stato testimone e protagonista. Abbiamo qui il più importante dei documenti su Israele nel primo secolo.

Quello storico ebreo descrive l'impressionante fioritura di falsi Messia, eccitati a candidarsi dalla convinzione che i tempi fossero giunti. Al proposito ci ha lasciato una sconcertante constatazione al sesto libro della sua storia, cap. 5: "Ma quello che incitò maggiormente (gli ebrei) alla guerra (quella, appunto, del 66-70 d.C.) fu un'ambigua profezia, ritrovata ugualmente nelle sacre Scritture, secondo cui in quel tempo «uno» proveniente dal loro paese sarebbe diventato il dominatore del mondo".

Con la piaggeria del rinnegato (così lo giudicarono unanimi i compatrioti che aveva abbandonato), Flavio Giuseppe si affretta, però a fornire la sua interpretazione di quella che chiama una «ambigua profezia». È del resto la stessa interpretazione che gli aveva salvato la vita quando, passato ai romani, era stato condotto davanti al comandante supremo, Vespasiano, in onore del quale avrebbe aggiunto al suo nome ebraico quello di Flavio.

Continua infatti lo storico: "Questa (la «profezia ambigua», cioè) gli ebrei la intesero come se alludesse a un loro connazionale, e molti si sbagliarono nella sua interpretazione, mentre la profezia in realtà si riferiva al dominio di Vespasiano, acclamato imperatore in Giudea".

Dunque, al di là delle interpretazioni («adventus Messiae», arrivo del Messia per gli ebrei restati fedeli, «adventus Caesaris», arrivo di Vespasiano per l'ebreo passato al nemico) nell'Israele del primo secolo si dava per scontato che proprio "in quel tempo" sarebbe sorto dalla Giudea "il dominatore del mondo". E ciò in base a una "profezia" che Giuseppe dichiara "ambigua" per poterla così applicare al nuovo padrone.

Per la massa dei giudei la profezia doveva essere invece univoca se (come testimonia lo stesso storico) era stata il massimo incitamento a sfidare la più grande potenza militare del mondo. Non doveva giungere proprio in quegli anni il dominatore dei popoli? Guidati da lui gli ebrei avrebbero non solo vinto, ma addirittura sottomesso il grande impero di Roma il cui solo nome incuteva terrore a tutte le genti. È in quella speranza che i difensori di Gerusalemme preferirono farsi sterminare, piuttosto che accettare le ripetute offerte di pace degli assedianti.


"Tutti i tempi sono ormai scaduti"

Quell'attesa del «dominatore del mondo» forte più del timore della morte ed estesa a tutto un popolo sorprende noi che sappiamo come andarono le cose.

Ma perché Israele attendeva il suo Messia proprio nel periodo in cui apparve quel Gesù che tutto l'impero romano doveva riconoscere come il Cristo? Perché nel primo secolo e non in un altro del passato o del futuro della già allora millenaria storia religiosa dell'ebraismo?

Forse sono soprattutto due i passi della Scrittura in base ai quali i giudei dovevano essere giunti a individuare la data, seppure approssimativa, dell'arrivo dell'Unto. La loro interpretazione di quei passi si accorda, evidentemente, con quella dei cristiani, per cui il Messia è giunto davvero quando tutto Israele lo attendeva. Vedremo quei testi nei paragrafi che seguono.

Quel secolo passò portando una certezza per i discepoli della nuova fede nata da Gesù; una delusione per quegli ebrei (non tutti, come osservammo) che non riconobbero in nessuno dei tanti candidati di quel periodo l'Atteso. Da allora, come dice Pascal, da "grandi amici delle cose predette sono divenuti grandi avversari del compimento di esse".

È testimoniato con certezza che è sotto la spinta della delusione che pian piano i dotti d'Israele cambiano le interpretazioni con cui i loro antenati erano giunti a polarizzare l'aspettativa sul primo secolo. Poiché, come osserva lo stesso Talmùd (Sanhedrìn, 97) "tutti i tempi sono ormai scaduti" si cerca una giustificazione all'attesa delusa.

Ecco, nelle parole di uno studioso ebreo recente, come si è trasformata infatti l'idea messianica: "Il messianesimo ebreo, raffigurato dapprima nella persona di un uomo, nel quale la giustizia si afferma e concreta, diventa ed è un'idea: l'idea dell'avvenire, l'idea dell'anelito umano, individuale e collettivo, verso l'effettuarsi della giustizia e della religione nella storia. La coscienza collettiva ebraica si raccoglie e si appunta in questa fede: che il travaglio umano deve confluire verso quell'alba di redenzione in cui il male non regnerà più sulla terra. Non è più la persona o le persone, ma il tempo e il fatto che contano. L'umanità si muove verso quella realtà con la sua fatica. Il Messia sta venendo continuamente".
È Dante Lattes che così sintetizza (nella sua «Apologia dell'ebraismo») i contenuti dell'attesa messianica nell'Israele di oggi. Continua Lattes: "Il Messia-Uomo dei tempi eroici, l'uomo ideale del futuro, il Figlio di David (quello, cioè, atteso nel primo secolo, n.d.r.) diventa il popolo-Messia. Israele è il «servo di Dio» che soffre per la salute del mondo, per la conversione del mondo».

Ma allora, il «dominatore del mondo» atteso ai tempi di Flavio Giuseppe? Risponde Lattes: "Fu una magnifica fantasia, un poetico sogno tessuto dall'immaginazione vivace degli scrittori ebrei (...). L'evangelo si ispira a queste fantasie popolari che avvolgevano l'idea messianica sulla persona del Messia".

Se questo è oggi il punto di vista di parte almeno dell'ebraismo, ancora nel XIII secolo uno dei tredici articoli della fede ebraica diceva (come abbiamo visto) "Dio invierà il Messia, annunciato dai Profeti". La speranza che l'Unto fosse una persona non era ancora abbandonata. Né era abbandonata meno di due secoli fa, alla fine del 1700, quando Jacob Frank, pseudo-Messia di Varsavia mise a rumore tutto il giudaismo europeo. Né quella speranza è terminata (malgrado "tutti i tempi siano scaduti") per molte correnti dell'ebraismo dei nostri giorni, per le quali è ancora valida la confessione di fede di Maimonide che ricalca la millenaria attesa.

Al di là delle interpretazioni fideistiche e delle discussioni religiose è realtà storica oggettiva e indiscutibile che proprio nel secolo di Gesù si verifica la situazione che Paolo, banditore del cristianesimo, sintetizzerà così: "Quello che Israele cercava non l'ha ottenuto. L'ha ottenuto invece il residuo eletto". Cioè quei pagani che, come osserva ancora l'apostolo, "non cercavano la giustizia hanno invece ottenuto la giustizia mediante la fede, mentre Israele che cercava la legge della giustizia non ha conseguito la legge" (Rom., 9).

In questo non c'è giudizio di valore, sia chiaro. A noi interessa constatare i fatti: sul piano storico, la tensione millenaria di Israele verso il Messia si fa massima e poi decresce, o quanto meno cambia i contenuti dell'attesa, proprio mentre il mondo pagano accoglie un Messia per lui inaspettato. E mentre la nuova fede comincia la sua espansione, l'ebraismo (come vedremo meglio più avanti) si ripiega su se stesso alla ricerca di spiegazioni per il mancato arrivo di quel Cristo atteso. La soluzione sarà trovata in un'autocritica dei teologi ebrei: "Ci siamo sbagliati, il Messia non deve venire ma viene continuamente. Non è una persona, come abbiamo creduto per tanti secoli, il Cristo annunciato dai profeti. Quel Cristo siamo noi, popolo d'Israele".

Secondo quell'autocritica è dunque al popolo d'Israele che, ad esempio, si dovrebbero applicare oggi le impressionanti predizioni sul «servo di Jahvè» del libro di Isaia: passi indubbiamente messianici, nessun dotto ebreo lo contesterà mai. Dirà piuttosto che sono riferibili non a un individuo ma bensì alla collettività giudaica che "costringerà tutti gli uomini a riconoscere il Signore con l'esempio delle sue sofferenze sopportate con costante fedeltà all'Eterno" (Bibbia Concordata).

La nuova interpretazione non smentisce però soltanto la costante tradizione precedente. Mal si accorda anche con il testo di Isaia là dove sembra suggerire una interpretazione non collettiva («il popolo») ma individuale («la persona del Messia») alle profezie sul «Servo di Jahvè».

Questi, infatti, è spesso distinto dal popolo d'Israele e ad esso è contrapposto. Così nei cap. 49 (6) e 53 (4-6), dove il misterioso personaggio è visto ristabilire e guidare la sua gente o pagare, lui solo, per le iniquità del suo popolo. Anche in 53 (8) è detto che sarà "abbattuto per i delitti del suo popolo". Inoltre si afferma che sarà "ucciso e sepolto": concetti difficilmente applicabili al popolo di cui parla la teoria «collettiva» cui esegeti d'Israele sono giunti nel travaglio di una delusione ormai due volte millenaria.


"Non abbiamo altro re che Cesare"

Sono soprattutto due, come dicemmo, i brani scritturali in base ai quali gli ebrei sembrano aver compiuto quei calcoli sul cui risultato sfidarono Roma e attirarono l'uragano sulla loro terra.

Al primo brano già brevemente accennammo. È quello del libro del Genesi, al cap. 49, dove Giacobbe benedice i figli e dice: "Adunatevi, ché voglio annunciarvi ciò che vi accadrà negli ultimi giorni". Con l'espressione «ultimi giorni», la Bibbia indica costantemente l'èra che inizierà con l'apparizione del Messia. Prosegue Giacobbe: "Lo scettro non sarà tolto da Giuda, né il bastone del comando di tra i suoi piedi, finché non venga colui al quale appartiene e a lui andrà l'obbedienza dei popoli".
Notammo che è la stessa Bibbia Concordata a osservare che "il passo è sempre stato inteso dagli esegeti ebrei in senso messianico".

Ora, la storia indica che "lo scettro fu tolto da Giuda e il bastone del comando di tra i suoi piedi" proprio ai tempi in cui apparve Gesù. Erode il Grande (quello della cosiddetta «strage degli innocenti») è l'ultimo re degli ebrei. Alla sua morte, il territorio d'Israele è smembrato, l'autorità effettiva passa ai governatori romani, cessa anche la parvenza d'autonomia. Sino al 14 maggio del 1948, alla fine cioè del mandato britannico sulla Palestina, gli ebrei non saranno più padroni nella terra dei loro padri.

A Ponzio Pilato che chiede a quei giudei che vogliono la condanna di Gesù: "Devo crocifiggere il vostro re?", il vangelo di Giovanni fa rispondere: "Noi non abbiamo altro re che Cesare". Non occorre qui discutere se la frase sia stata o no effettivamente pronunciata. Essa rispecchia una precisa, oggettiva situazione storica. E suscita emozione nel cristiano che in quel grido ("Non habemus regem nisi Caesarem") vede la conferma delle condizioni «politiche» profetizzate per i tempi messianici e fissate per scritto oltre un millennio prima.
Pascal, nei suoi appunti per l'Apologia del cristianesimo, annoterà due volte quella parola dei sacerdoti di Israele, commentando: "Dunque Gesù era il Messia, poiché essi non avevano più che uno straniero come re e non ne volevano altri".

Se questo è il commento cristiano, è certo tuttavia che il dominio romano e la fine dell'indipendenza (cui presto sarebbe seguita persino la fine della stessa esistenza d'Israele) erano stati messi dagli ebrei del tempo in relazione con la profezia attribuita a Giacobbe. E ciò aveva accresciuto l'eccitazione messianica. É dunque molto probabile che una delle "ambigue profezie ritrovate nelle sacre scritture" di cui parla Flavio Giuseppe sia questa contenuta nel Genesi.


Il libro di Daniele

Ma l'attenzione dei dotti e del popolo, al tempo di Gesù, si accentrava soprattutto sul libro detto di Daniele. Recentemente, come vedremo in questo stesso capitolo, l'archeologia ce ne ha dato una riprova.
Daniele è l'ultimo libro dell'Antico Testamento, come il Genesi (dove si trova il vaticinio di Giacobbe) è il primo. Ultimo libro anche in senso profetico, tale è la ricchezza e la novità di preannunci sul futuro. Lo stesso Renan scrisse che "il libro di Daniele dà in qualche modo alle speranze messianiche la loro ultima e definitiva espressione".

C'è, in quel testo, una progressione continua e davvero impressionante che sfocia nella celebre «Magna Prophetia», la Grande Profezia del capitolo nono. Qui, seppure tra le oscurità dell'oracolo e nella logica costante del Dio «che si cela», si dice venga suggerita la data in cui sarebbe apparso il Messia. È la prima e unica volta, nella Scrittura, che si stabilisce un vero e proprio «calendario» per l'arrivo dell'Atteso.
È chiaro che ai nostri fini non importa sapere se, come vorrebbero gli esegeti tradizionali, il libro di Daniele è stato scritto durante l'esilio babilonese, nel sesto secolo avanti Cristo. O se, come sembra dimostrare la critica recente con buoni argomenti, si tratta invece di un libro compilato all'epoca dei Maccabei (circa il 160 a.C.), utilizzando tradizioni anteriori.

Ciò che è certissimo e provato anche dai ritrovamenti recenti di papiri è che, all'epoca di Gesù, il libro detto di Daniele era composto e letto nella forma attuale da ormai due secoli. E, ai nostri fini, questo soltanto importa.



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