I centurioni di De Gaulle presi a modello dagli Usa

Stenio Solinas - 30/11/2012 - il giornale

 

 Torna in edizione integrale il romanzo che racconta l'epopea dei parà francesi che combatterono in Nord Africa.  Al Pentagono è considerato un manuale militare 


Nel 1960, a cavallo fra quella che tre anni prima era stata «la battaglia di Algeri» e due anni dopo, con il trattato di Evian, si sarebbe trasformata nell'indipendenza dell'Algeria, Jean Lartéguy pubblicò Les Centurions, il romanzo in cui una vittoria militare ai confini dell'impero coloniale francese si trasformava di fatto in una sconfitta per l'incapacità politica di assumersene la responsabilità. 


In Italia il libro uscì cinque anni dopo, con il titolo Né onore né gloria, adombrando in fondo quello del successivo, ma come data coevo romanzo di Lartéguy, Les Pretoriens, dove già nel passaggio dalla la figura di centurione a quella di pretoriano si delineavano i contorni di ciò che l'opinione pubblica anticolonialista aveva bollato come «la sale guerre», la guerra sporca, e i francesi d'Algeria, razzisticamente, come «pieds noirs»…


Nello stesso anno, Né onore né gloria era intanto divenuto un film, un buon film di guerra, non partigiano anche se retorico, con un cast di tutto rispetto (Anthony Quinn, Alain Delon, Maurice Ronet, Jean Servais, Claudia Cardinale), ma cinematograficamente bisognò aspettare ancora un anno perché con La battaglia di Algeri Gillo Pontecorvo entrasse a gamba tesa nella ricostruzione di ciò che veramente era stata per la Francia l'Algeria: un combinato disposto di repressione militare, sfruttamento economico e cecità politica, doppi giochi e tradimenti, promesse mancate, cinismo e coda di paglia.


L'Eliseo, ovvero la presidenza della Repubblica, ne vietò allora la programmazione e quando nel 1971 il divieto fu levato, una bomba fece saltare in aria il cinema di Parigi che doveva proiettarlo... Per vederlo, i francesi hanno dovuto aspettare il 2004.


Sponsorizzato dal governo algerino e basato sui Souvenirs de la Bataille d'Alger di Saadi Yacef, uno dei capi dell'Fln, Il Fronte di liberazione nazionale, il film di Pontecorvo era in fondo il romanzo di Lartéguy raccontato dall'altra parte: non c'erano il bene e il male contrapposti, non c'erano partigiani angelici e terroristi militari sanguinari, o viceversa. La dignità e l'orrore stavano in entrambi i campi e, nel rispettivo codice di comportamento, terroristi e paracadutisti erano lì a svolgere il compito loro assegnato.


Non è un caso che al tempo dell'Afghanistan e dell'Iraq, sia il romanzo sia il film siano stati presi a modello dal Pentagono statunitense, come fossero una sorta di «manuali» da studiare per comprendere le dinamiche delle cosiddette «guerre asimmetriche»; e non è un caso che, appena un anno fa, il romanzo vincitore del Goncourt, il più prestigioso premio letterario di Francia, sia stato quell'Art français de la guerre nel quale l'Algeria, così come l'Indocina, sono lì a ricordare un passato che non passa.


Adesso Mursia pubblica, in versione integrale rispetto a quella garzantiana di oramai mezzo secolo fa, e ripristinando il titolo originale, I centurioni, appunto (519 pagine, 19 euro), quello che è oramai un classico, e ne affida la traduzione a uno specialista in materia, Gianfranco Peroncini, autore per la stessa casa editrice di Il sillogismo imperfetto. La guerra d'Algeria e il “Piano Pouget” (794 pagine, 26 euro), monumentale ricostruzione non solo di quel conflitto, ma delle componenti politiche, sociali, ideali e psicologiche che ne fecero il paradigma dell'incontro-scontro fra imperi e colonie. Spiace solo che in questa nuova edizione, una certa sciatteria tipografica (refusi etcetera), mortifichi a volte il piacere della lettura.


Ufficiale e poi corrispondente di guerra, premio Albert Londres come «grand reporter», Lartéguy, morto a 80 anni l'anno scorso, racconta dunque nei centurioni i combattenti di una guerra perduta in partenza, eppure paradossalmente vinta nella sua realtà militare facendo tesoro proprio della precedente sconfitta militare indocinese.


È lì che i “paras” si rendono conto di cosa sia una “guerra di popolo” e un “esercito popolare”, è lì che capiscono come le gerarchie e le burocrazie siano roba vecchia, è lì che un esercito professionale e di leva scopre la sua debolezza nel confronto con un esercito politico, superiore per motivazioni e comprensione della posta in gioco.


Rispetto al connazionale Jean Hougron, autore di un ciclo, La nuit indochinoise, esemplare nel raccontare che cosa sia stata per i coloni francesi la seduzione tossica e febbrile del Vietnam, Lartéguy si muove sempre e comunque all'interno di un'élite scelta di guerrieri, idealmente modellata sulla retorica romana delle legioni impegnate a proteggere la grandezza di un impero e i diritti delle popolazioni che ne facevano parte, e perciò prima incredula e poi indignata all'idea che l'una e gli altri potessero essere oggetto di baratto.


Il fallito putsch di Algeri del 1961, quando cioè i paracadutisti del generale Salan cercheranno di mettere De Gaulle, arrivato da poco alla presidenza della Repubblica proprio sull'onda dell'«Algeria francese», nasce, troppo tardi, proprio da questa incredulità-indignazione e non è un caso che I centurioni sia dedicato a Jean Pouget, il maggiore paracadutista teorico, ancora nel 1958, del piano che ne porta il nome e che è al centro del saggio di Peroncini: l'idea cioè di un Algeria franco-musulmana autonoma ma integrata, dove i leader dell'Fln avessero posti di responsabilità e l'esercito facesse da garante...


In realtà, per quanto «soldati politici» i centurioni raccontati da Lartéguy restavano degli «impolitici» per stili di vita, gusti, consuetudini. «Non eravamo pronti. Abbiamo scoperto a un tratto la nostra potenza, ma troppo presto e troppo in fretta». Inoltre, come ha spiegato bene Raymond Aron, un'Algeria integrata demograficamente avrebbe sommerso la madrepatria.


Ci sarebbe voluto un generale De Gaulle fra i paras di Algeri, ma c'era solo un generale Massu. «Io non possiedo la sua cultura, il suo senso politico, la sua necessaria durezza. Non è sufficiente prendere il potere, bisogna essere in grado di esercitarlo». È quello che fece De Gaulle, liberandosi dell'Algeria come di un corpo infetto, anche se in quel corpo scorreva molto sangue francese.


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