DALL'ARCHIVIO «Avvenire incerto, gioventù estrema»

ANNO 2008 Maurizio Blondet

 

Il titolo è di Le Monde (1), e probabilmente distilla il motivo di fondo della tragedia giovanile, che accomuna le gioventù europee.



La Gran Bretagna s'inquieta dell'ultima moda: scontri al coltello, con omicidi, fra bianchi anche solo dodicenni. In Francia cova l'incubo degli adolescenti violenti delle banlieues, si cerca di mettere a fuoco il fenomeno del bere estremo (fenomeno non più solo inglese), in cui giovanissimi ingurgitano alcool non non più come «lubrificante sociale», ma al preciso scopo di raggiungere l'ubriachezza il più rapidamente possibile.

Dell'Italia è inutile parlare, perchè le cronache nere sono piene di questo giovanilismo demente e suicida: cubiste di 12 anni, sedicenni morte per droga alla prima festa rave, bulletti crudeli, ubriachi da discoteca, ragazze di Lloret del Mar, stragi del sabato sera. Una marea montante di irresponsabilità, sventatezza nichilista, desiderio di morte. E la generazione giovane, dai 15 ai 25 anni, è quella che muore di più - dopo gli ultrasettantacinquenni.

A Londra si instaurano leggi penali più severe, si punta sulla repressione, visto che l'educazione fallisce. «I genitori hanno perso il controllo dei loro figli», dice Gordon Brown. In Francia, dove almeno si pensa un po' più che in Italia, si cercano risposte meno banali.

Philippe Jeammet, psichiatra e psicanalista, nega che i genitori abbiano disertato al loro compito. In un certo senso, è il contrario: i genitori «riflettono troppo all'educazione dei figli, ascoltano troppo, vogliono comprendere troppo»; verso gli adolescenti, come fossero delle vittime, la società esercita «la compassione». Ma «l'amore» e la «comprensione» non bastano ad educare. «Mancano agli adolescenti parole di adulti sulla loro sofferenza» (2).

Lo psicanalista evita con cura di evocare la parola «autorità», la costeggia con cautela. Sa che esercitarla oggi non è più credibile, forse è improponibile. Consiglia un atteggiamento di «vigilanza fiduciosa», ossia non soffocare il figlio adolescente, e d'altra parte di sorvegliarlo. Accorgersi quando il figlio «non si nutre» come dovrebbe, sia di cibo (anoressia od obesità-bulimia), o d'altro: se smette di imparare a scuola, di cercare o trovare la compagnia di altri, di fare attività fisiche o culturali. Allora, «tranquillamente ma con fermezza», i genitori devono intervenire. Magari la figura che si occupa poco dell'educazione, il padre... figura evocata un attimo.

Buoni consigli, forse. Ma naturalmente, ancora una volta si costeggia l'errore educativo fondamentale del «progressismo»: il trasferimento dalla moralità alla psicologia.

Trent'anni fa non si aveva così paura di affermare che l'autorità - del papà è del professore, ma anche del vigile urbano e del passante anziano che si sapeva in diritto di rimproverare il ragazzino spaccatore di vetri con la fionda - era il primo fattore «strutturante» del passaggio dall'età infantile a quella adulta, delle responsabilità. Il fatto è che allora, l'osservanza delle regole morali e sociali (non necessariamente il conformismo: conformisti sono i giovanissimi d'oggi, che fanno cose che non vogliono, solo perchè «il gruppo» li obbliga, ricattatorio, ad essere «come tutti noi») era coralmente ritenuta la strada per una vita serena e degna.

Oggi non più. Sono soprattutto gli adulti a non credere più al loro diritto di esercitare autorità; la società intera dubita del suo dovere di esercitare una pressione  sui giovani, chè si sbrighino a diventare grandi, a uscire di casa, a sposarsi, a lavorare, a non perdere tempo. Il problema dunque si sposta: forse il problema sono gli adulti, la loro società.
Con tutti i limiti della sua specializzazione, lo psichiatra Jeammet sfiora la verità profonda: «Non si vieta all'adolescente di fare delle cose, il problema è che non sa cosa fare». E ancora: «Un adolescente vive insicuro; e non tollererà di essere aiutato dalle persone che lo rendono dipendente».

Attenzione, queste persone non sono solo i genitori, essi stessi in piena insicurezza. Lo dice in modo reciso un sociologo, Christian Baudelot: come possono i genitori trasferire ai figli il senso della fiducia nella vita, e che la vita vale la pena di essere vissuta anche con le difficoltà e delusioni inevitabili, se i genitori per primi sono costretti a dubitare del loro stesso avvenire, se il loro stesso futuro - nel lavoro e nella classe sociale - è incerto?

Più precisamente: «Privare di serii posti di lavoro dei giovani che, in genere, hanno studiato più dei genitori, significa istillare il dubbio sui valori centrali dell'investimento in istruzione ed educazione fatto dalla famiglia, come sulla legittimità del potere nella vita professionale» (3). Ecco, forse è questo il punto, e la ribellione scema o nichilista, ma sempre autodistruttiva, degli adolescenti compulsivamente «trasgressivi», è forse la risposta ad una società sospesa nell'incertezza.

Se lo psicanalista trasforma il problema educativo dai valori morali alla psicologia, abbiamo qui il sociologo che butta il problema in sociologia?

No, credo di no. Perchè questa società dell'insicurezza sociale ed economica non è un frutto spontaneo. E' stata imposta dall'ideologia vigente: da un capitalismo terminale globale, della «libera circolazione di merci, uomini e capitali», e che invita incessantemente a prepararsi alla «flessibilità», a rinunciare al «posto fisso per la vita», alla «formazione permanente» per «adattarsi all'ambiente economico in continuo cambiamento» e ad acquistare «l'efficienza sul lavoro» - tutte cose, tra l'altro, che nessuno si occupa di insegnare nè forse si possono insegnare, perchè l'efficienza sul lavoro si impara nei posti di lavoro, e «l'ambiente in continua evoluzione» è tale, da sfiggire alle previsioni anche degli «esperti». Tant'è vero che persino il centro ideologico del capitalismo ultimo, gli USA, non hanno previsto gli effetti dell'entrata sul «mercato» della Cina e dell'India - che hanno risucchiato milioni di posti di lavoro, e non solo quelli a bassa qualificazione, ma anche quelli ben pagati ed avanzati della  ex-classe media occidentale.

L'uomo occidentale, in questo ambiente, è disarmato e solo, non ha metodi accertati per «riuscire», e nemmeno per salvaguardare la propria dignità. La dignità del metalmeccanico della Breda, che poteva dire al figlio: se non studi vieni in fabbrica con me, è svaporata nel nulla, gli operai della Thyssen in chiusura non hanno nessuna dignità, nè autorità sui figli, mentre tirano disperatamente la carretta: non si sono adattati «alla evoluzione continua», e la «flessibilità» non è per loro la gioiosa sfida istillata dalla propaganda bocconiana (e da «economisti» alla Giavazzi, con cento emolumenti sicuri), ma un arrancare umiliante verso la disoccupazione - che arriva per quanto si lavori, per quanto si facciano i turni e gli straordinari, letteralmente fino a morire.

E i morti non sono eroi del lavoro, ma - per il TG3 - povere vittime da piangere con lacrime di coccodrillo, dall'alto degli stipendi ottenuti perchè si è giornalisti «in quota partito» o col posto fisso strapagato per ammanicamento sindacale.

Forse, in queste condizioni, è ovvio che i giovani «non sanno cosa fare». Nessuno è in grado di insegnare loro un metodo certo per quel «successo personale» evocato continuamente dalla pubblicità (l'avere, il godere, il bere, il ballare, il sesso); la frugalità non è un valore riconosciuto. La solidarietà, men che meno. Il dubbio sulla legittimità del potere professionale è più che giustificato, visto che lavorare sodo non significa nulla e non salva dalla «flessibilità»; che una velina prende più di cinquanta ricercatori uniti, e lo speculatore centomila volte di più.

In breve: il capitalismo ha azzerato e ridicolizzato ogni «valore morale» per avere consumatori più pronti a soddisfare i loro desideri (magari con pagamento a rate). Ha finito per instaurare una società dove l'uomo, l'uomo occidentale, non può vivere. E i giovani vogliono morire - sia pur godendo un istante «estremo».

Insisto: il problema non è sociologico, è morale. Quella società l'hanno voluta punto per punto - su ordine dei centri del potere globale - i nostri politici, quelli di oggi e quelli di ieri, magari oggi placidi percettori di pensioni astronomiche. L'hanno instaturata a forza di regolamenti e di cessioni di sovranità, di accordi sottobanco con lobby al cui servizio si sono messi, con sventata improtitudine, tradendo il mandato ricevuto. Nemmeno un pensiero, mai, al tipo di società che stavano creando.

In Cina magari no, ma in Europa, questo significa lo scadimento verso le società del secondo mondo, sudamericano o russo; la violenza endemica e immotivata di una gioventù cui la società non ha nulla da «dar da fare», l'omicidio per rubare il telefonino, la pasticca o la sbronza che porta all'obitorio. Una società non più borghese e nemmeno operaia, dove il lavoro non legittima, dove non c'è dignità e dunque nemmeno autorità. «Avvenire incerto, gioventù estrema»: è forse questa la chiave.


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