CONTROSTORIA 31 - ISLAM/2

Di Vittorio Messori (Pensare la storia)


Il profeta della Mecca muore nell'anno 632. Già sei anni dopo il Califfo (cioè "successore") Omar strappa Gerusalemme ai Bizantini e nel 640 i musulmani entrano in Egitto dove Alessandria, la grande metropoli divenuta importantissimo patriarcato cristiano, è conquistata un anno dopo.


La corsa a Ovest continua e, dopo essersi spinti per le migliaia di chilometri del litorale mediterraneo, nel 711 gli arabi varcano lo stretto di Gibilterra e sbarcano in Spagna. Occorreranno più di 7 secoli di lotte per scacciarli.

Riservandoci di parlare in seguito delle altre conquiste di vastissimi territori già cristiani in Asia, qui vorremmo esaminare la sorte di quel Nord Africa che era stata una tra le prime regioni a essere evangelizzate. San Marco stesso, stando alla Tradizione, avrebbe predicato la fede in Egitto; e nelle sedi vescovili di quell'Africa mediterranea c'erano pastori della statura di sant'Agostino. L'attività teologica nelle città, soprattutto ad Alessandria, era sin troppo ricca e vivace. Il deserto pullulava di eremi e di monasteri dove si viveva l'ascesi con drammatica serietà.

Com'è potuto succedere che una simile vita cristiana si sia spenta (con la parziale eccezione dell'Egitto) e che la fede nata dal Corano abbia potuto tutto ricoprire?

In realtà, le cose sono ben più complesse di certe presentazioni che di esse sono ancora fatte. Non è che, come folgorati dal Verbo portato dagli arabi, i cristiani abbiano ripudiato il Vangelo scoprendo che la verità stava nel Corano. A portare al cambio religioso furono (dopo secoli, e talvolta neppure del tutto) le vicende militari e poi la politica sociale, fiscale, matrimoniale.

Per capire, dobbiamo innanzitutto ricordare che l'islamizzazione dell'Africa mediterranea ha caratteri diversi nell'Egitto e nella restante parte della costa sino all'Atlantico. Le due parti erano state divise dalla linea di demarcazione tra Impero Romano di Occidente e di Oriente. L'Egitto parlava greco e aveva rapporti con Costantinopoli; le regioni a Occidente parlavano latino e guardavano a Roma. Con la caduta di quest'ultima, tutta l'Africa settentrionale ricadeva sotto l'impero bizantino, che però non aveva che il controllo di qualche città costiera.

Gli arabi non ebbero difficoltà a invadere questi territori perché, caduta già in mano loro la Siria, Bisanzio non poteva inviare rinforzi per via di terra. La resistenza fu fiacca anche perché furono i cristiani egiziani stessi ad accogliere i musulmani come liberatori. Qui, come altrove, gli arabi trovarono popolazioni pronte ad aprire loro le porte in nome dell'antica rivolta dell'Oriente, e dei popoli semitici in particolare, contro l'Occidente che, dalla Grecia e da Roma, aveva esercitato la sua egemonia su popolazioni già fiere della loro indipendenza e della loro cultura.

In Egitto, poi, c'erano condizioni particolari: il patriarcato di Alessandria si era staccato da Costantinopoli per ragioni teologiche, dietro le quali si nascondeva l'antica rivalità. Gli egiziani, cioè, avevano scelto il monofisismo (una sola natura, in Cristo: quella divina), resistendo al governo imperiale che, richiamandosi ai decreti conciliari, voleva affermare il dogma ortodosso delle due nature. La maggioranza del popolo era con il clero monofisita, mentre Bisanzio aveva imposto la sua gerarchia, detta "melchita".

Si sa che, per una logica costante, quando due fazioni della stessa religione sono in lotta, ciascuna preferisce la vittoria di un'altra religione piuttosto che quella della parte avversa. Così ragionarono anche i monofisiti d'Egitto in odio ai melchiti greci. L'islamismo era tra l'altro ancora in formazione, i popoli che ne venivano investiti non sapevano bene di che si trattasse, probabilmente doveva sembrare loro un'altra setta giudeo-cristiana, in ogni caso erano chiari il suo monoteismo e la sua rivendicazione dei profeti biblici, la grande venerazione per Gesù e Maria stessi.

Così, ci furono accordi e le porte dell'Egitto furono spalancate: rispettando i patti, gli arabi, tra le prime misure, soppressero la Chiesa imperiale melchita e i vescovi monofisiti poterono prendere il comando della cristianità. Vittoria di Pirro, perché fu anche applicato il diritto religioso musulmano che proprio allora faceva le prime prove: mentre i musulmani erano tenuti al solo versamento dell'elemosina legale, la comunità cristiana - in cambio della "protezione" e del diritto di continuare a risiedere in zona occupata dagli islamici - doveva versare tasse esorbitanti, il cui reddito era a favore dei soli musulmani.


 Non solo: i cristiani non erano cittadini ma sudditi, tutte le carriere nell'amministrazione e nell'esercito essendo riservate agli arabi credenti in Allah, trasferitisi tra l'altro in massa in Africa a infoltire l'esigua schiera dei primi conquistatori.


Non va poi dimenticato il diritto matrimoniale arabo che è sempre stato fattore potente di lenta ma implacabile islamizzazione (e lo è anche oggi, nell'Europa degli immigrati): una musulmana, cioè, non può sposare né un cristiano né un ebreo.


Mentre un musulmano può sposare cristiane o ebree ma i figli, per legge, sono musulmani anch'essi. Inoltre, a erodere ancor più le dimensioni della loro comunità, vigeva per i cristiani il divieto di far proseliti, nonché la proibizione di costruire nuove chiese e persino di restaurare le esistenti. Condizioni che peggiorarono, tra l'altro, quando agli arabi si sostituirono i turchi.

Il risultato fu quello che è ancora attualmente: i cristiani si stabilizzarono attorno al dieci per cento della popolazione. Dunque, malgrado tutto, il Vangelo non fu mai sradicato completamente dall'Egitto in più di 13 secoli di dominazione musulmana. Accanto alle conversioni per convenienza, vi furono anche i molti che preferirono, nei secoli, il martirio piuttosto che rinnegare Gesù per Maometto.

Non così nella zona a Occidente dell'Egitto, nell'Africa "latina", dove l'islamizzazione fu completa, anche se non rapida come molti affermano. Da storici arabi sappiamo che ancora nell'XI secolo c'erano vescovi in quelle zone e qualche tribù dell'interno non aveva rinunciato al cristianesimo.

Le province imperiali di Africa (l'odierna Tunisia e parte dell'attuale Algeria) e di Numidia (il resto dell'Algeria) erano cristianizzate, ma quasi solo nell'elemento cittadino di origine latina.


Le popolazioni berbere spesso non erano state ancora raggiunte dall'evangelizzazione. Soprattutto, il cristianesimo non era quasi giunto nelle due Mauritanie, la vastissima regione a Occidente della Numidia sino all'Atlantico, quella che costituisce il Maghreb e che corrisponde alla parte più a ovest dell'attuale Algeria e a tutto il Marocco. Questa era "l'Africa dimenticata".


La colonizzazione romana si era estesa facendo perno sulla penisola tunisina, a destra e a sinistra di Cartagine. Soltanto tardi, quando già l'Impero scricchiolava, ci si era decisi a creare le due province di Mauritania, sino ad allora soltanto regni federati. Quale fosse la precarietà della situazione lo mostra il fatto che questa era una delle tre zone dell'Impero dove i Romani avevano costruito un limes, una frontiera fortificata, per difendersi contro le incursioni a Sud.

Pochissimi anni dopo la conquista dell'Egitto, i musulmani sferrarono l'attacco contro queste province d'Africa, di Numidia, di Mauritania.


Troveranno una cristianità indebolita e travagliata, malgrado gli apparenti splendori. Non ne rimarrà nulla: il perché al prossimo frammento.


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