DALL'ARCHIVIO - Una sedia a rotelle e una fisarmonica

ANNO 1985 Massimo Fini


È  stato svoltando in via Dante che mi sono imbattuto in quel vecchio. Stava seduto su un triciclo a motore accostato al muro, sul marciapiede, e suonava la fisarmonica.


Quando gli sono passato accanto ho infilato tremila lire nella fessura d'un sacchetto di cuoio nero che pendeva dal manubrio. «Ah, ma allora gliene do tre» ha detto il vecchio e mi ha teso tre «pianeti della fortuna», tre foglietti colorati con gli ingenui oroscopi della «sibilla», i numeri del lotto e, tocco di attualità, la schedina del totocalcio.


Qualcosa mi deve aver incuriosito nel vecchio e l' ho guardato meglio: aveva una testa forte, imponente, un cranio semi-calvo, robusto, i capelli biancogrigi pettinati di lato, con cura, una bella faccia distesa, serena, tagliata in due da un naso forte e irregolare, occhi d'un azzurro tenue, slavato dall'età, dolcissimi. Questa testa si innestava su due spalle larghe e un tronco ampio che terminava confusamente in due monconi di legno che spuntavano dai vecchi pantaloni. Gli avrei dato qualcosa di più di sessant'anni.


 Ci siamo messi a chiacchierare. Sul manubrio del triciclo era posato un giornaletto parrocchiale con un grosso titolo sugli handicappati. «Eh, tutti ci tirano di qua e di là per averci dalla loro parte, nonostante tutto un voto lo valiamo» ha detto il vecchio, ma con tono bonario, come di cosa risaputa. Dopo qualche altra parola fra di noi gli ho chiesto della sua disgrazia. «Avevo dieci anni. Una mattina mi sono svegliato e non muovevo più le gambe. Allora si chiamava paralisi infantile, adesso la chiamano poliomielite».


Il fatto che non fosse invalido dalla nascita, come, chissà perchè, avevo creduto, mi turbò ulteriormente. Quel tronco d'uomo non era sempre stato cosi, era esistito un bambino che aveva conosciuto la gioia della corsa, dei salti, delle capriole, delle ruzzole. E tutto ciò s'era interrotto, improvvisamente, proprio agli albori, quando si comincia ad assaporare questa gioia, a rendersene conto, nell'età magica in cui si fila veloci come il vento, a perdifiato, le gote infuocate, il cuore che pompa generoso, il respiro che si libera. Se la felicità di un bambino ha un nome questo è: correre. «Sono del sette, sa?» ha aggiunto Riccardo (così si chiama). «L' anno prossimo faccio gli ottant' anni.


 E' da quasi settanta che sono seduto». Intorno a noi trascorreva la folla ansiosa e frenetica di Milano alle quattro del pomeriggio: manager con gli orologi di marca e valigetta, pubblicitari dalle giacche sgargianti, modelle dal volto duro, giovanotti con i capelli raccolti a codino. A pochi metri da noi un ragazzo giovanissimo copiava su un taccuino i risultati della Borsa dal monitor posto all'ingresso d' una banca.


«Ma non mi sono mai scoraggiato, sa? -riprese il vecchio-. Sono nato a Castell' Arquato Piacentino, io e i miei tre fratelli eravamo figli di contadini, braccianti, e il colpo fu duro anche economicamente. I miei genitori non potevano mantenermi. Ma, in qualche modo, me la sono cavata. A me piaceva il violino fin da piccolo, prima della disgrazia andavo a imparare da un vicino di casa che me lo prestava.


Quando mi ripresi un po' dal colpo tornai da quell' uomo, ma mi disse: «Adesso il violino non lo puoi più suonare. Prova con la fisarmonica». Cosi imparai la fisarmonica e mi sono sempre mantenuto suonando. Ho anche girato un po' il mondo: Liguria, Piemonte, i laghi della Lombardia. Tiravo la cinghia, spesso dormivo all'aperto, ma ce la facevo. Sono stato anche fortunato. Durante la guerra, quando iniziarono i bombardamenti, provai, la prima volta, ad andare in rifugio come gli altri ma per poco non mi ammazzano, la folla rovesciò la carrozzina e mi calpestò.


Cosi, quando sentivo l'allarme, scendevo giù e me ne andavo allegramente per le vie, sotto le bombe, nella Milano deserta. Ma sono qui, vivo. Oggi abito alla Baia del Re, un quartiere di case popolari, con una sorella che ha due anni più di me, l'unica che mi è rimasta e che purtroppo è malata di artrosi. Siamo tutti e due, come si dice... non autosufficienti. Così dobbiamo pagare una persona che venga ad aiutarci e ci costa 500mila lire al mese.


Per questo sono ancora qui in strada con la mia fisarmonica. Ma non mi dispiace: guardo la gente, la città». Questo diceva il vecchio, ma non aveva assolutamente il tono lamentoso, pietistico, cosi consueto e, in fondo, giustificato, in casi del genere; raccontava semplicemente delle «tranches» della sua esistenza e, anzi, da tutto il suo atteggiamento traspariva una straordinaria serenità. «Adesso la vita si è fatta molto più cara di una volta. Ma soprattutto è diventato tutto più burocratico, più difficile, per ogni cosa ci vogliono le carte. Io e mia sorella siamo al limite, l'anno prossimo dovremo lasciare la nostra casa ed entrare in un gerontocomio. Ma si sa che se vai lì muori dopo una settimana. A me piacerebbe raggiungere gli ottant'anni vivendo come adesso.


E' una bella età, ottanta, non avrei mai creduto di arrivarci. Poi... poi succeda quel che deve succedere, mi portino al gerontocomio, alla Baggina, dove vogliono... Quelle che sparo adesso sono, come si dice... sono le ultime cartucce». E il vecchio mi sorrise d'un sorriso bellissimo, dolce e ironico. Poi aggiunse: «Dio mi ha dato una grande disgrazia, ma mi ha dato anche la forza di superarla».


Prima di andarmene volli dargli cinquantamila lire. In fondo avevamo chiacchierato per mezz'ora, lui non aveva potuto suonare e nessuno gli aveva allungato una lira. Ma il vecchio mi prese dolcemente il polso e rifiutò: «Sarebbe un' elemosina, -disse- non posso accettare».


 A quel punto mi venne l' impulso, stranissimo, di inginocchiarmi davanti a lui e di baciare quelle mani grandi, forti, ruvide, rimaste contadine anche se non avevano mai toccato una vanga ma solo i tasti di una fisarmonica (in quel momento, credo, parlava in me il mio sangue mezzo russo: in tutti i romanzi di Dostoevskij o di Gogol o nelle novelle di Cechov c'è sempre qualcuno che si inginocchia e bacia, per gratitudine, le mani di un altro).


Mi contenni perchè compresi che la gente (il vecchio no) mi avrebbe preso per pazzo. Gli diedi la mano e mi incamminai per via Dante.


Grosse lacrime mi scendevano giù per le guance, senza ritegno.


I passanti non mi badavano, ma in quei pochi che lo facevano colsi uno stupore misto a riprovazione, perchè in questo mondo, sempre più colmo di orrori, manifestare la propria angoscia è tabù, è considerato cosa indecente (a meno che non si presti a qualche spettacolarizzazione televisiva). Questa è una società di vincenti, che diamine. Del resto, i nostri rampanti manager editoriali non ci ammoniscono di continuo a fare giornali non «ansiogeni» e nemmeno, Dio guardi, «problematici»?


Comunque non piangevo per il vecchio.


 Piangevo per me. Per il disgusto che provavo di me stesso, per le mie piccole ambizioni, i miei miserabili traffici, per il mio inutile sbattermi. Per il mio quotidiano buttarmi via mentre, mai come in quel momento, sentivo in modo così preciso che l' unico scopo degno d' una vita è lottare per raggiungere quell'equilibrio interiore, quel successo su se stessi che è il solo successo che conti e che il vecchio aveva mostrato, con tanta semplicità, di aver trovato nonostante la sua disgrazia (o in virtù anche della sua disgrazia, ma non solo per quella).


Ma il mio disgusto verso di me era anche, devo dirlo, il riflesso del disgusto più generale che in modo sempre più acuto provo per la società che ci circonda, per gli yuppies, per i preppies, per gli emergenti, per l'edonismo straccione, per la vita misurata in oggetti, cose, consumi, status symbol, audience, ridotta alla affannosa rincorsa d'un successo tanto materiale quanto immaginario cui basta nulla, tre millimetri della nostra carne segreta che si rompono, per frantumarsi anche come miraggio.


Camminavo per il centro di Milano e pensavo che una metà d'uomo è sempre meglio di un mezzo uomo.


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