Elogio della Caccia

01/12/10 di Domenico Livoti e Massimo Pozzoli


Puntuale, come l’ingiallire delle foglie, l’autunno porta con sé le solite polemiche sulla caccia fatte di triti luoghi comuni sull’ “esercito di doppiette che invadono le campagne”, le “crudeli stragi di uccelli migratori”, le “ le specie a rischio d’estinzione a causa del piombo dei cacciatori “ e così via.

Chissà perché il cacciatore che percorre i monti e la campagna col suo fucile  suscita tanta avversione, mentre il pescatore con la sua canna da pesca è visto con maggiore benevolenza dagli opinion-makers progressisti e il subacqueo  gode perfino di una certa considerazione anche negli ambienti radical-chic.

E’ un mistero come i cacciatori,  sfidando l’ universale riprovazione sociale, i costi e le infinite limitazione di regolamenti sempre più restrittivi, continuino imperterriti a praticare l’esercizio venatorio. Una risposta a questo interrogativo viene da questo bel racconto recentemente pubblicato da  Domenico Livoti 


ESSERE ALL’ERTA

 di Domenico Livoti - Quando i Larici si Coprono D’Oro; ed. MONTEDIT- 2009).

-- La risposta la troverai nella Natura! --

Era una delle raccomandazioni di un musicista tedesco a un ragazzo afrikaner in un film bello, ma poco conosciuto.

Quando si hanno dei figli, la fase più difficile da superare è l’adolescenza, quella zona d’ombra in cerca di risposte e di un perché!

Fu così che decisi di portare mio figlio in montagna a caccia di galli forcello.

Rispetto a quelli che sono i parametri dei giovani d’oggi è tutto capovolto.

Sveglia prima dell’alba, quando invece la domenica si dorme fino a mezzogiorno.

Abbigliamento pratico e confortevole, quando invece la moda ti impone straccetti firmati.

Solitudine, quando invece la compagnia degli amici ama perdersi nella massa informe dei pub e delle discoteche.

Silenzio, quando invece la cacofonia della musica moderna ti assorda e ti rimbecillisce.

Atteggiamento all’erta, quando invece l’inerzia mentale ti irrigidisce in nuovi pregiudizi e ristrettezze morali.

-- Pa’, cosa vuol dire andare a caccia? Ha ancora un senso, oggi? --

E’ la domanda che ti aspetti sempre da chi osserva il tuo equipaggiamento quando decidi di uscire dalla modernità e di fare un tuffo nel passato e nella tradizione.

Se vuoi portare a caccia tuo figlio devi rispondere a queste domande, altrimenti è meglio andartene per conto tuo ignorando gli sguardi di disapprovazione e di sconcerto dell’intera famiglia.

-- “Andare a caccia” rappresenta una delle possibilità dell’essere umano.

E’ una condizione, un modo di essere tra gli infiniti modi di essere di un uomo.

Perché cancellarlo?

E’ come un ritorno alle origini, di quando l’uomo viveva in un orizzonte di esistenza animale.

Lo so, oggi non abbiamo bisogno di andare a caccia per rifornirci di cibo.

Però sentiamo più che mai il bisogno di un bagno naturale, di un’immersione in quel mondo in cui tu sei preda o predatore.

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E’ un binomio vitale, che nel mondo attuale del lavoro, della ricerca e della filosofia è sempre più in voga.

Cambia lo scenario.

Qui c’è la montagna con i suoi essenziali valori, lì c’è la modernità con i suoi valori spesso artificiali –

La montagna riluceva e brillava come uno scrigno pieno di gioielli.

L’autunno cantava la sua canzone più bella, prima che l’avvento dell’inverno lo coprisse di un bianco oblio.

I larici fiammeggiavano di oro antico e un silenzio impalpabile veniva rotto ogni tanto dall’allegro frastuono di uno stormo di viscarde che faceva scorribande sul versante nord della montagna.

Le baite dell’Alpe Groppera in Valle Spluga se ne stavano rincantucciate, già con le finestre sbarrate e le porte attrezzate per lasciar fuori la neve che verrà.

Il giorno prima c’era stata una spruzzata e ora le chiazze bianche accoglievano gli aghi dei larici che, come una polvere d’oro, luccicavano nella splendida alba che preannunciava una giornata sfolgorante.

Emerse allora quel modo d’essere del cacciatore, quell’uomo all’erta, cui non sfugge nulla.

Il setter, dopo alcune sgroppate di pura felicità per l’erto pendio, cominciava a seguire con un certo criterio le segrete vie delle zaffate di selvatico che lo inebriavano fino a quando l’odore diventava così forte che tutte le fibre del corpo si immobilizzavano negli istanti sublimi di una ferma.

-- Vedi? – dicevo, mentre seguivo le evoluzioni del setter, -- Il cacciatore osserva in un modo completamente diverso dagli altri uomini, che hanno messo nel dimenticatoio questa antica pratica venatoria.

Il cacciatore è un uomo all’erta, per dirla con le parole del filosofo spagnolo Ortega y Gasset.

Non guarda solo davanti a sé, nella direzione che l’abitudine, la tradizione, il luogo comune e l’inerzia mentale suggeriscono.

Sono sempre parole del filosofo.

Il cacciatore si mantiene all’erta, è pronto a qualsiasi evenienza, la mente è libera perché deve essere pronta a intervenire nell’intero giro d’orizzonte.

3

Il gallo può “sfrullare” da qualsiasi parte.

E’ nel suo ambiente naturale.

Ci sente e il suo istinto cerca la soluzione migliore per evitare di diventare una preda.

Qui nel bosco l’uomo torna alla sua essenza di predatore e il tempo con le sue evoluzioni e i suoi progressi non esiste più. –

Ma non si può e non si deve stare troppo dietro alle parole quando si è dentro il santuario di un bosco autunnale.

Improvvisamente il cane si bloccò e il muso si protese in modo feroce e determinato verso un punto della macchia di rododendri e di mirtilli.

La magnifica proiezione animale verso una possibile preda.

Ai sensi intorpiditi dell’uomo moderno sfugge questa ricerca.

Gli occhi frugano nel folto, ma non vedono, il naso si protende, ma non sente.

Solo il silenzio è palpabile.

Solo la sacralità di un ambiente intatto commuove lo spirito

Si produce nel contempo nell’animo un fondo inquieto di coscienza davanti alla morte che si sta cercando di infliggere a un magnifico rappresentante del mondo animale.

Guardo mio figlio e forse la stessa inquietudine si è diffusa nella sua coscienza.

Ma il tempio è così immaginifico, e l’attimo così seducente che quella inquietudine sparisce come nebbia al sole.

-- La vita e la morte, così vicini che ne senti la forza e l’asprezza! – riesco a sussurrare al suo orecchio.

L’uomo all’erta viene distratto da questo pensiero e l’uccello si alza con un frullo fantastico che riempie le nostre orecchie.

Un secondo di tempo per fermare il volo tra le colonne dei larici dorati.

Un secondo, in cui devi anche stabilire il sesso della preda.

Un incredibile intreccio di deduzioni che mischiano i colori, gli odori, le vibrazioni e la magnificenza di un animale che sfreccia nel giro di pochi attimi nella magia del bosco.

-- Pa’? –

4

Ma il nero del manto non c’è!

Non c’è quell’abbaglio bianco sotto le ali!

Il setter si gira dubbioso e poi parte al vano inseguimento.

-- E’ una femmina di gallo! --

Il senso di inquietudine svanisce e rimane nell’intimo la visione di un uccello che si rivela solo ai privilegiati, agli scorridori delle montagne, agli amanti di quel puro attimo che è l’azione di caccia.

-- Sei deluso? – chiedo a mio figlio.

-- No! E’ stato stupendo! –

Scendiamo dal monte ognuno con il suo bagaglio di emozioni.

Spero che mio figlio abbia capito la lezione più importante: la riuscita non è essenziale alla caccia!

 
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