Attenti al 'freno' Obama

08/11/2012 Oscar Giannino Da Chicago Blog

 

Obama ce l'ha fatta, e ha ragione nel dire che il meglio deve ancora venire.


 

Al di là degli entusiasmi parecchio ideologizzati con cui molti europei e italiani seguono con occhi propri e non americani le presidenziali statunitensi, infatti, sono molto pesanti i problemi finanziari ed economici con i quali Obama si troverà subito alle prese.


I repubblicani hanno sbagliato tutto o quasi, col ticket Romney-Ryan. Ma quando sotto Obama si è aumentato di più del 50% in soli 4 anni lo stock di debito pubblico federale ereditato in 200 e più anni - da poco più di 10 mila miliardi di dollari a oltre 15mila - e quando da 5 anni il deficit pubblico supera o lambisce il 10% del Pil Usa ogni anno, mettere un energico freno a questo andazzo sarà il compito più difficile. Soprattutto perché Obama si troverà alla Camera dei Rappresentanti i repubblicani che continuano a controllarne la maggioranza, e non saranno affatto propensi a cooperare con la sua strategia di aumento delle tasse.


Non c'è da stupirsi, dunque, che a poche ore dalla sua vittoria Fitch abbia immediatamente ammonito che senza misure molto energiche sarà tra breve a rischio la Tripla A, che sin qui ha largamente sottostimato il premio al rischio del debito pubblico americano. Non è un rischio di cui compiacersi.


Perché se nel giro di brevissimo tempo Obama e i repubblicani non raggiungono un deciso e leale compromesso per affrontare il cosiddetto fiscal cliff - la scadenza degli sgravi fiscali "a tempo" di Bush in assenza della cui copertura partirebbero tagli di spesa automatici per 600 miliardi di dollari - la conseguenza sarà un nuovo rallentamento dell'economia americana.


Che aggiungerebbe nuove ombre all'eurocrisi ancora in corso, e rafforzerebbe la frenata della crescita in atto da mesi nei Paesi locomotiva del mondo a cominciare dalla Cina. Purtroppo per noi, America ed Europa sembrano rappresentare e scegliere strade sempre più divergenti.


Ad Atene, ieri il parlamento per l'ennesima volta era faticosamente alle prese - dopo tre elezioni politiche in due anni - con il voto su 238 pagine di misure aggiuntive di austerità, mentre il Pil da inizio crisi si avvia a perdere più di 15 punti. In Germania, gli ordini industriali a settembre sono calati del 3,3% : è un terzo rispetto al -9,6% dell'euroarea, ma ha fatto bene Mario Draghi a sottolineare che come si vede la crisi dell'economia reale ormai colpisce anche i tedeschi. L'Europa insiste sulla via del rigore, e ne paga il prezzo.


Su questa riva dell'Atlantico e sulle sponde del mediterraneo nessuno potrebbe permettersi deficit e progressione di debito pubblico di proporzioni americane, perché le agenzie di rating e i mercati lo affonderebbero senza pietà. Ed è per questa stessa ragione che la BCE - meritoriamente, secondo me - non segue la via delle politiche monetarie non ortodosse che la Fed di Bernanke continua a battere: dall'inizio della crisi, oltre a praticare tassi negativi rispetto all'inflazione, la banca centrale americana ha rilevato asset pubblici e privati di bassa o nulla liquidità per circa 3mila miliardi di dollari.


Ma noi europei non abbiamo il dollaro, cioè il tallone monetario dominante nelle riserve mondiali e nel quale continuano a essere espressi tutti i mercati delle commodities e materie prime. In conseguenza, agli americani continua a essere permesso ciò che a noi è negato. In più, nei paesi europei le opinioni pubbliche scalciano e ritirano la delega ai rigoristi, rifiutando di credere che sia meglio mettere tanto dolorosamente un freno a debiti e deficit quando gli americani, facendo il contrario, se la cavano meglio.


In effetti, la sconfitta di Romney sull'economia si è celebrata proprio nel rigetto che la maggioranza sia pur risicata del voto popolare ha riservato ai temi del rigore. Ha perso di poco, ma ha perso nei posti più essenziali. Nel decisivo Ohio e nella Rust Belt dell'America manifatturiera, agli elettori è piaciuto il salvataggio di Stato dell'auto messo in atto da Obama, non le critiche di Romney.


 Gli attacchi al diluvio di spesa pubblica dell'Obamacare in sanità non hanno fatto breccia. Né ha sfondato l'attacco repubblicano agli aumenti di tasse che Obama continua a volere per chi ha redditi superiori ai 250mila dollari.


 Anche se con aliquote per i nostri criteri favolosamente basse l'1% dei redditi più alti americani paga il 40% del gettito totale federale, e invece con le nostre aliquote marginali elevatissime i veri ricchi scompaiono agli occhi del fisco e viene massacrato il ceto medio, la maggioranza degli americani non si accontenta del fatto che un terzo dei contribuenti, i più poveri, paghino praticamente zero imposte federali (il 2,3% del gettito, per essere precisi).


Pensa che nella decisione che ora Obama e il Congresso devono prendere, su come ripartire tra più tasse e meno spesa la sfida terribile di impedire che il debito pubblico americano si avvii a medie greche, debbano essere i ricchi a pagare ancora di più e non lo Stato a spendere meno.


E' un'illusione. Perché il riaggiustamento di cui la finanza pubblica americana ha bisogno è tanto vasto che non si può coprire per via di soli aumenti fiscali. Si arriverebbe a una pressione totalmente incompatibile coi modelli di crescita USA.


Eppure, è stata questa illusione ad aver fatto vincere Obama, che è riuscito a levare dalla campagna elettorale ogni effetto negativo per la moscissima riforma finanziaria e bancaria approvata sotto di lui, uno dei più grandi errori della sua presidenza.


E' un guaio aggiuntivo per chi in Europa deve invece seguire l'impervia strada dei tagli, sotto la crescente protesta popolare. Non resta che sperare che a Pechino, visto che domani inizia il Congresso del partito comunista cinese, siano più saggi dei Paesi democratici in cui vince chi inganna di più gli elettori.


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