DALL'ARCHIVIO - Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo

ANNO 1985 Massimo Fini

 

Scrive alla Domenica il lettore Cosimo Velluto: "Dopo che il professor Pazzaglia di Quelli della notte si è gingillato per settimane con i quesiti: "Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?", quando mi viene in mente di pormeli, mi scappa da ridere.



Che sia un bene? Forse, visto che sono quesiti che ci tormentano, ma ai quali è impossibile dare delle risposte convincenti». Il nostro lettore Cosimo Velluto fa bene a ridere. Le grandi domande esistenziali, che per millenni hanno dominato e tormentato la coscienza dell'uomo, nessuno, o quasi, oggi se le pone più e l'ironia di Pazzaglia si esercita su un cadavere o, quantomeno, su una specie in via di estinzione: l'uomo che si interroga sul senso della vita.


 I motivi di questa estinzione possono essere molti, ma uno è sicuramente quello indicato dal lettore Velluto: in migliaia di anni di ricerca angosciata e tormentosa, l'uomo non è riuscito a dare una risposta a queste domande e, quindi, alla fine, si è stancato di porsele. L' uomo e, per meglio dire, la ragione, non riesce a dare conto di se stessa, può costruire grandi castelli di pensiero, strumenti meravigliosi, macchine audaci, può comprendere fin nei più minuti e analitici particolari il meccanismo di tutte le cose che la circondano, in buona parte, il suo stesso meccanismo, ma spiegare se stessa, il perché della sua esistenza, la ragione non può farlo.


 Perché dovrebbe uscire da se stessa, porsi da un punto di osservazione ad essa esterno, cioè non essere più ragione. Come un uomo, per quanto si avviti, per quanti sforzi disperati faccia, non può guardare la propria nuca e, anzi, in questo vano tentativo, si rende ridicolo, così la ragione può guardare solo davanti a sé, a ciò che può fare, ma non dietro, a ciò che l' ha resa possibile.


 Tutte le religioni nascono da questa impossibilità logica dell'uomo di rendere conto della propria esistenza: si cerca allora la spiegazione fuori della ragione umana o in modo del tutto arbitrario (coerentemente arbitrario date le premesse), senza fornire spiegazioni (e qui ci sono tutti i culti misterici, cioè la quasi totalità delle religioni), oppure in un estremo sforzo della ragione, lo si fa lanciando al di là del nulla, come un disperato messaggio in bottiglia buttato nell'oceano, la pascaliana scommessa: Dio non può non esistere, altrimenti la vita sarebbe inspiegabile, cioè assurda. Però a questi disperati messaggi, Dio, «questo sordomuto esterno», come lo ha definito lo scrittore lombardo Carlo Dossi, non ha mai risposto. In quanto al pensiero laico, è ormai da un secolo e mezzo (più o meno) che ha rinunciato a dare risposte alle grandi domande esistenziali.


 

L 'ultimo grande filosofo che tenti di costruire un sistema che «spiega tutto», che fonda le ragioni dell'essere, dell'uomo e del mondo, e, quindi, anche di se stesso, è Hegel. Dopo di lui, anche i più grandi e penetranti pensatori, anzi proprio i più grandi e penetranti, da Nietzsche ad Heidegger , rinunciano a dare risposte, lasciano le grandi domande (e, con esse, i loro sistemi) «aperte».


Dopo Heidegger, pare che l'uomo abbia rinunciato, non solo a dare risposte, ma addirittura a porsi queste domande, e la filosofia è morta, è diventata storia della filosofia, archeologia di se stessa, «pensiero debole», per dirla con Vattimo, o inutile, per essere un poco più crudi. Questo senso di impotenza si è trasmesso, dall'alto pensiero filosofico, alla massa della gente qualunque, a quelli come noi e come il lettore Velluto.


 Ma l'impossibilità di dare un senso all'esistenza, la confusa consapevolezza dell'inanità d'ogni tentativo in questa direzione (uno sforzo che per migliaia di anni ha tenuto in tensione ma anche in vita l'uomo) non sono prive di pesanti conseguenze, alcune delle quali abbiamo tutti sotto gli occhi. Per esempio, l'estrema difficoltà contemporanea di tenere insieme una morale. Se il senso della vita dell'uomo non è spiegabile, e quindi questa vita è assurda, allora, come dice Ivan Karamazov, «tutto è permesso».


Io credo che l'evidente disfacimento morale dell'epoca sia dovuto proprio all'impossibilità di dare una risposta collettiva alle grandi domande esistenziali e alla grande difficoltà che trova il singolo nel costruirsi da sé solo, come indicava Nietzsche, la propria morale, «la propria tavola dei valori». Senza morale collettiva è estremamente ardua una morale individuale e, comunque, non sono certamente gli uomini della società del Duemila ad avere fatto qualche sforzo per cercarla.


Essi si sono semplicemente lasciati andare al crollo della morale senza starci a pensare troppo su. Alla morale l'uomo ha sostituito un edonismo cialtrone, un epicureismo senza nobiltà, perché senza consapevolezza, un consumismo frenetico e nevrotico che non lo rendono felice, ma attraverso i quali l'uomo contemporaneo, in qualche modo, si anestetizza e cerca di tamponare un'angoscia crescente e di cui tuttavia, nel suo obnubilamento, non riesce più a rintracciare le origini che invece stan proprio nella rinuncia a dare risposta alle tre grandi domande, «Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?» su cui ironizza Pazzaglia. Per migliaia di anni l'uomo è stato angosciato dalla ricerca del senso della propria esistenza, proprio questa ricerca, in qualche modo, compensava e leniva la sua angoscia e forse, nel fatto stesso della ricerca, l'uomo trovava, se non «il senso dell'esistenza», almeno «un» senso.


 L 'angoscia dell'uomo contemporaneo è invece assoluta perché destituita totalmente d'un senso visibile.


 Ed è grottesca, perché inconsapevole.


Di questo, in realtà, ride Pazzaglia. Ma non lo sa.


La sua non è una risata liberatoria, è solo una risata amara


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