Romania. Maramures, gli ultimi custodi

- Ven, 26/10/2012 - IL GIORNALE - Latitudeslife

Nella terra Maramures, in Romania, la vita segue ancora un ritmo antichissimo, scandito dalle stagioni e dai riti ispirati dal mistero della natura. Nel sorriso della sua gente, la saggezza di un modo di vivere diverso, un'armonia e un equilibrio che il nostro tempo ha dimenticato.

Puro è l'aggettivo giusto. Un paesaggio puro. Boschi profondi e compatti. Erba grassa e rugiadosa. Morbidi rilievi color smeraldo inondati di luce limpidissima. Non è l'Eden. O forse sì, anche se qui si chiama Romania.


Ma anche duro è l'aggettivo giusto. Perché vivere da queste parti non è facile, nè comodo. Un'Arcadia anomala, da sudarsi con fatica. Chi è solo di passaggio, nello splendore della bella stagione, sarà stregato da un idillio bucolico e non immaginerà i denti di ghiaccio dell'inverno, il fango, l'isolamento, e il duro lavoro di chi abita queste terre. La mano dell'uomo qui lascia segni delicati. Sforzi pesanti per modifiche leggere che regalano un' ulteriore, involontaria bellezza al paesaggio. Gli steccati sono fatti solo di paletti verticali infissi nel terreno e si ripetono all'infinito. Recintano prati minuscoli, giardini piccolissimi, pascoli per una sola mucca.


Il ritmo dei prati è dato dai pagliai che sono note musicali disegnate nei pentagrammi degli steccati. Chi saprà mai leggere questa musica segreta? Il cielo basso, gonfio di nuvole grigie e lanose come tosature di pecore, si è impigliato sulle cime aguzze degli abeti lontani. La strada gli corre incontro, sempre più in alto, di tornante in tornante, portando al di sopra di questo tappeto di lana spessa, fino al sole sfolgorante. Fino alle conifere maestose e segrete. Fino ai prati pelati verde muschio. Fino alla splendente gloria montana della cima del Pasul Prislop. Si entra così neldistretto di Maramures, cuore antico e incontaminato di Romania, dove si vive ancora secondo ritmi, costumi e tradizioni fuori dal tempo. Dagli antichi Daci e dai Traci il passato ha trasmesso la sua voce senza interruzioni e un'antica civiltà rurale dalle profonde radici, forse l'ultima d'Europa, si è conservata, intatta e viva, fino ai nostri giorni. Testardi e indipendenti, isolati nelle loro valli protette dai monti Carpazi, tra la Transilvania e l'Ucraina, i Maramures sono contadini per necessità e artigiani e artisti del legno per passione.


Al legno hanno affidato il loro cuore, la loro anima e i loro simboli di vita e di morte. Il legno conserva lo spirito dell'albero e non muore mai. Lavorarlo, intagliarlo, significa estrarne l'essenza segreta, rivelare e portare alla luce il legame sacro che unisce alla terra e al cielo. Albero come uomo, bosco come collettività, legno scolpito come essere umano evoluto e realizzato, padrone del significato di ogni segno. La valle dell'Iza è dolce e serena, mossa da colline ventose. I prati, zebrati da strisce di steccati, respingono l'onda incalzante dei boschi. Tengono a bada gli abeti come branchi di cavalli selvaggi. Le case sparse nel verde sono templi, piccole barche, nidi di tronco, gusci di noce persi in un mare d'erba spazzolato dal vento. Piccoli mondi di legno cigolanti, profumati, scricchiolanti come cose vive. I tetti spiovono giù ripidi, calati su tutti e quattro i lati e spesso coprono un'ampia veranda a portico, dove si svolge buona parte della vita degli abitanti. Un sorprendente cancello-portale d'ingresso chiude come un fermaglio prezioso il giro di steccato che circonda la casa. Alto e massiccio, tutto in legno intagliato a figure e motivi simbolici, una sorta di passaggio purificatore e un baluardo per tenere lontani gli spiriti della foresta.


Nelle valli, le chiese di legno, sacre a partire dagli alberi con cui sono state costruite, si innalzano in mezzo al verde, al bordo dei villaggi, scure e misteriose come navi arenate. Ricordano vagamente le stavkirker norvegesi e stupiscono con uno slancio verticale così insolito in un mondo di linee orizzontali morbide e ondulate. Tetti ripidi e altissimi su cui le scandole disegnano una specie di pelle di pesce a squame. Campanili come frecce puntate verso il cielo, così aguzzi e affilati da sembrare taglienti. Linee ispirate dal gotico della foresta. Negli intagli, simboli pagani intrecciati a simboli religiosi. All'interno, la ieratica rigidezza ortodossa è addolcita da un velo di ingenuità di campagna. Tutto è di legno, persino le campane vengono usate raramente, preferendo delle semplici percussioni su di un asse.


Le croci dei vecchi cimiteri spuntano tra l'erba alta e lussureggiante. Vi si incurvano sopra i rami dei meli, piantati come fiori giganti in giardini di silenzio. Davanti alle case è facile incontrare donne che battono fasci di canapa, altre sedute con la conocchia e il fuso, intente a filare la lana, altre ancora che appendono il pentolame della cucina a dei grandi rami levigati, piantati nell'aia come asciugatoi. Bambini curiosi spuntano dietro ogni steccato, spiano dalle fessure dei portali, corrono sulla strada, giocosi come cuccioli di volpe fuori dalle tane. Si percepisce il respiro di un'anima contadina arcaica, un'ingenuità sognante e svagata, lo sguardo lucente di un ragazzo di campagna sdraiato su un prato con una margherita in bocca. Sapanta è un villaggio di campagna in terra Maramures. Oche, mucche, cavalli e galline sono di casa fra le sue stradine deserte, su cui transitano rare automobili. La vita qui segue il ritmo del sole e delle stagioni. Il lavoro degli uomini e delle donne è duro come la terra sotto la zappa, e pesante come la neve sui tetti a febbraio, ma è anche dolce come il latte appena munto, e lieve come il profumo dei meli e dei ciliegi a primavera.


Il cimitero di Sapanta è fatto di legno. Quelli che prima erano alberi, ora formano un fitto boschetto di croci. Croci splendide, finemente intagliate e dipinte con colori squillanti e gioiosi. Il legno di ogni croce, santificato dalla mano dell'uomo, non diventerà cenere, ma albero divino che protegge l'anima e il ricordo di chi vi giace sotto. Una frase ingenua, a volte lapidaria e pungente, descrive con ironia il carattere del defunto, i suoi pregi, ma soprattutto, più umanamente, i suoi difetti e le sue particolarità. Un dipinto lo raffigura in un attimo tipico della sua vita, o lo ritrae in un'immagine priva di qualunque enfasi. Si capisce subito perché viene definito Cimitirul Vesel, il cimitero gioioso. Lontano da qualsiasi retorica e ipocrisia, abolito ogni funereo linguaggio sepolcrale, messi al bando marmi, pietre, lampade votive e ogni altro orpello mortuario, è diventato un semplice punto d'incontro tra i vivi e i morti, una piazza, una comunità mista, dove ognuno ha conservato il proprio carattere ed è ancora riconoscibile. La morte per i Maramures è allo stesso tempo un fatto naturale e magico. Un cambiamento di stato inevitabile, che però non interrompe il rapporto con chi se ne è andato. È tradizione che nel giorno dedicato ai morti, la Luminatia, le famiglie si riuniscano presso le tombe per mangiare insieme a chi è scomparso. Si piange e si sorride, si prega e si brinda, mentre il vento di novembre che scende giù dai monti come un brivido gelato, scompiglia i fiori, agita le candele e apparecchia le tombe con tovaglie di nebbia grigia.


Ora invece, in questa domenica mattina trasognata e profumata di fieno, il cimitero di Sapanta, piccola Spoon River rumena, è una pergamena miniata srotolata sotto il sole, da leggere in silenzio. Una croce è per Andrei, raffigurato sul suo trattore arancione nel campo e poi con gli amici a giocare a carte. Un'altra per Nastasia, vecchina che filava la lana davanti casa e spettegolava con altre comari. Una croce bella per Dorina, la bimba che finì sotto la corriera e volò in cielo con il suo bel fazzoletto a roselline annodato sotto il mento. Sembra dire: "addio, compagne di scuola, addio vestitino della festa, addio, cagnolino bianco che mi correvi sempre incontro sul cancello". E Petru che sta per finire sotto un treno, alza la mano e sembra dire: "addio ai balli e alle feste, addio alla mia maschera di legno del primo di dicembre, addio portone scolpito di casa mia. Mancava ancora una figura, era una croce, la mia."


Storie di vite intere rappresentate in un attimo, con tocco ingenuo e poetico, irriverente e struggente, con un sorriso di comprensione in un commiato accorato. Un sorriso che consola e che affratella al di là delle lacrime e del dolore. Il piccolo cimitero e il sagrato della chiesa si vanno riempiendo di persone, mentre il pope sta ultimando i preparativi per il rito domenicale. Vecchi austeri in abiti di canapa bianca e giubba di lana pesante. Volti diventati uguali al legno stagionato, inciso e intagliato dal tempo. Tripudio di roselline sui fazzoletti e sulle gonne variopinte di bimbe e ragazze. Stessa grazia lieve di corolle di papaveri nel vento. Le nonnine, profumate di bucato e di lavanda, vestono ampi gonnelloni scuri, fazzoletti a fiori, spessi gilè e bluse immacolate dalle maniche a sbuffo. Hanno un sorriso dentro gli occhi fieri. Le mani sono un libro aperto su cui la vita ha scritto le sue storie. Vivono con serenità e dignità nel loro piccolo universo che poggia da sempre sugli stessi pilastri. Un mondo semplice e antico in cui sanno come muoversi e dei cui riti e valori sono le depositarie.


Vivi e morti si mischiano insieme in questo insolito camposanto. Fra le croci colorate è tutto un ondeggiare di altri colori, tra i fiori delle tombe è tutto un agitarsi di altri fiori. Ora il salmodiare del pope si spande nell'aria limpida, come un eco antico, una nenia ipnotica che si allarga in un'onda circolare. La chiesa è gremita e molti partecipano alla celebrazione dal portico. Le mamme ravviano le trecce e i fazzoletti delle loro figliole, aggiustano una trina, una piega delle loro gonne fiorite. I ragazzi, se ne stanno raggruppati tutti insieme, seduti sulle tombe del cimitero, con il cappello da uomo in testa, un po' troppo grande, e i capelli ben pettinati. Scriminatura tirata col righello. Profumo di sapone. Parlottano tra loro a voce bassa e intanto, con occhio attento, scrutano il passaggio di ogni ragazza, intessono trame di sguardi nascosti, fieri dei baffi lasciati crescere da poco, della camicia candida e dell'anello d'oro che brilla sulla mano di contadino cotta dal sole.


Ragazza Maramures alla messa di domenica mattina, la tua gonna è come la collina fiorita a primavera, il tuo fazzoletto sulle trecce è il giardino di casa tua con le rose di giugno. Davanti al portale di legno intagliato da tuo padre, incontrerai il tuo sposo, quello che vedesti dentro lo specchio nella notte di capodanno, e che ora ti osserva mentre passi composta tra le compagne. Così le storie dei morti si intrecciano a quelle dei vivi. Fresche storie d'amore nascono tra le tombe. Quelli che se ne sono andati hanno generato semi di fiori sconosciuti, che ora sbocciano sotto il legno secco delle croci. Al museo di Sighetu Marmatiei, l'intero mondo di legno dei Maramures sfila in bella mostra. Maschere in legno intagliato, animalesche e terrifiche, lanciano vuoti sguardi diabolici dalle pareti. Antichi strumenti di lavoro pressoché uguali a quelli che si possono ancora vedere in mano a molti contadini, o appoggiati agli steccati delle case. E poi portali scolpiti con motivi complessi e intricati: simboli arcaici e simboli cristiani, il sole pagano, la corda infinita che si intreccia in eterno, la croce.


Tutta la cultura Maramures con i suoi riti e le sue tradizioni sembra nascere da un unico albero, un solo antichissimo tronco di legno intagliato, che continua a generare con vigore rami e foglie. Fuori dalle stanze del museo tutto è più vero e reale che mai. Percorrendo la valle del Buzan si scoprono case di legno piene di vita. Anche qui complessi portoni lavorati le sigillano in un' isola sacra, protetta dai misteri dei boschi. La campagna, man mano che si sale, si fa struggente. A un bivio tra una croce di legno e un melo, un vecchio nel candido abito tradizionale appare come un angelo. Angelo bianco del bivio, assorto nei suoi pensieri, con lo sguardo perso nel verde della vallata. Salendo su per il passo Gutii, i prati diventano rasi e ondulati, colore di muschio vellutato, verde brillante. Scure barriere di abeti formano muraglie impenetrabili di ombra spessa. Poi di nuovo la pianura. Nell'afa del pomeriggio è facile sentirsi sospesi in una specie di sortilegio che ha consentito la visione di una terra segreta e incantata. La strada ora si infila sotto un grande portale di legno scolpito. Come in una fiaba, si esce dall'incantesimo varcando il confine del piccolo magico mondo Maramures. Inutile voltarsi indietro. Meglio imprimersi nella memoria la formula magica per poter entrare la prossima volta. Prima che sia troppo tardi. Prima che tutto cambi e il cemento prenda il posto del legno. All'ombra dei Carpazi, da sempre, per chi la vuole ascoltare, la sussurrano al vento gli alberi della foresta.


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