Il distanziamento come malattia mentale

MARCELLO VENEZIANI

Il distanziamento come malattia mentale


Oddio, si è ristretta l’Italia. Dopo le restrizioni e le costrizioni, ci tocca fare un’amara scoperta: l’Italia si è ristretta, e di molto. Se infatti esaminate le misure di distanziamento sociale promosse dal governo tramite quella ricca fioritura di decreti, divieti, circolari, ordinanze, vi rendete conto di una cosa tremenda: stanno riducendo il paese a un quinto.

È un ragionamento chiaro e semplice. Se in autobus, in metropolitana, in spiaggia, al bar, al ristorante, in chiesa, in albergo, per strada, ci deve essere il distanziamento prescritto, allora dove c’erano 4/5 persone ora ce ne può stare solo una. Dunque riduzione a un quinto degli spazi, dei tavoli, dei lettini, delle passeggiate, dei posti nei mezzi pubblici, nelle sale da barba e via dicendo.

Allora avvengono tre conseguenze altrettanto chiare ed elementari: la prima è che ogni esercizio pubblico o privato vede ridurre i suoi utenti a un quinto degli attuali e dunque non è più in grado di far fronte ai costi, agli affitti, al personale e non riesce più a intravedere neanche mezzo profitto. La seconda è che se l’accesso a tutto lo riduci solo alla quinta parte degli abituali utenti, scateni la guerra civile; i prezzi vanno alle stelle, le crisi di nervi pure, non si capisce in base a quali criteri avverrà la cernita, non ci sono criteri per concedere a uno quel che si nega ad altri quattro. File, file ovunque. La terza è che ristretto lo spazio consentito, crescerà lo spazio selvaggio, l’area proibita; il mezzo di trasporto selvaggio (non è pensabile che la gente debba aspettare cinque treni o bus per salire su quello a numero chiuso), l’assalto selvaggio alle coste e ai giardini, la ristorazione selvaggia e così via. Tutto alla fine resterà nelle mani e alla discrezionalità di poteri, amministratori e vigilanti.

Il distanziamento poi sfida la logica e la salute: devi essere distante 5 metri all’aperto, per esempio al mare; mentre al chiuso, in bus, dove il rischio è più alto, basta un metro. Il virus è di sinistra, grazia i mezzi pubblici, non perdona lo svago. La divisione degli spazi segnata per terra indica una specie di regressione infantile della popolazione al gioco della campana.

Le date di ripresa si allungano, nella gara dei cretini c’è sempre uno più cretino degli altri che sposta in avanti le lancette. Finora l’unica regione che ha le spiagge aperte è l’Umbria, ma non ha il mare…

Insomma, si rende invivibile la nostra vita. Nella follia restrittiva il record di demenza punitiva è raggiunto con le spiagge cosiddette libere, che cessano di essere libere nel momento in cui devi prenotarti per accedervi. Quale ufficio sarà adibito alla cernita e alle prenotazioni, con quali criteri, stabilendo turnazioni, giorni utili e altri proibiti, o passando a favori aum-aum, stecche sottobanco, preferendo parenti e conoscenti, concittadini e non forestieri. È il Decretino di Stato. Sarebbe bastato stabilire il criterio generale del distanziamento sociale e l’uso delle mascherine in locali chiusi o in rapporti ravvicinati; e poi lasciare che ognuno si organizzi come crede.

Per non farci mancare nulla, i provvedimenti restrittivi colpiscono anche aspetti che non presentano alcuna razionale previsione di rischio. Metti per esempio i venti milioni di italiani che hanno una seconda casa, loro o dei loro famigliari; di solito al mare, in campagna, in montagna, in genere in luoghi meno affollati dell’appartamento di città. Se va adottato il distanziamento sociale trasferirsi nella seconda casa, superata l’emergenza, dovrebbe essere favorito, o quantomeno non ostacolato.

Così la gente si palma nel territorio, raggiunge località meno affollate, spazi appartati, fa itinerari in disparte. Invece vige l’assurdo divieto, che i tirannelli locali più tignosi e più rossi, come per esempio in Toscana, rendono ancora più soffocante. No alle seconde case, ci andrete il più tardi possibile e il meno possibile.

Ma che problemi vi dà se una persona, una coppia, una famiglia, anziché affollare agglomerati urbani e caricare su trasporti, ristorazioni, bar, si sposta con la sua auto altrove e si disperde nel territorio? Qual è il problema, se non di natura ideologica e di odio pauperista verso chi ha seconde abitazioni, magari anche modeste, magari ereditate? E’ solo una psicosi punitiva, di chi ti reputa colpevole di “vacanze”; criminale perché amante del mare, delinquente sociale che commette un reato, come accusa il ministro Boccia, se osi berti un caffè seduto su una panchina – su una panchina? Addirittura un caffè? Ma sei un criminale, un pericolo pubblico, tradisci la collettività, trasgredisci la Legge, meriti la galera!). Pensate che strazio per anziani e bambini.

Insomma a seguire i criteri di governo, i quattro quinti del paese devono restare a casa, reclusi in semilibertà nella prima casa; ovvero devono uscire solo una volta su cinque, se vogliono rispettare i turni di aria, passeggio, pasto e goduria. Avreste mai pensato nel 2020 di trovarvi a fare i conti con una casta al potere di cretini punitivi, di dementi repressivi che vi nega i diritti più elementari? Tutti uguali ma distanziati, dicono le “cape frecate” del governo (uso il gergo sudista perché Conte, Casalino, Di Maio, Boccia, Azzolina, Crimi, Bonafede, Arcuri, Speranza, Lamorgese, Fico, ecc. sono purtroppo miei conterronei). E tra app, museruole, manette, microchip in testa saremo tutti al guinzaglio.

Sul piano ideologico e antropologico quest’aria malsana di idiozia egualitaria e punitiva che ha elevato il totalitarismo cinese a modello, è il mix perfetto di grillismo e sinistrismo; mescolandoli si riproduce in laboratorio il virus del comunismo. È un neuro-comunismo col camice bianco; uno pensa alla profilassi sanitaria ma questi non sono infermieri, sono malati di mente, fuggiti dal manicomio alla guida del nosocomio Italia, periferia della Neuropa.

MV, La Verità 15 maggio 2020


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