Manganelli lo splendore del nulla

MARCELLO VENEZIANI

Manganelli lo splendore del nulla


Giorgio Manganelli aveva qualcosa tra il formichiere e il tapiro. Animale mitologico seppur rivestito di una membrana impiegatizia da funzionario di ministero. Così mi apparve una volta, nei primi anni ottanta, in un autobus romano in via del Tritone, credo che fosse il 53. Ridurre uno scrittore, il cui corpo è fatto di libri e il sangue di parole, alle fattezze fisiche, per giunta zoologiche, è una volgare violenza.

Anime delicate e menti acuminate hanno abitato corpi banali e sgraziati. Ma di Manganelli ho voluto descrivere l’immagine zoomorfa per un fatto personale che pesa nel giudizio su di lui. Nella prima infanzia sognai o mi convinsi che dietro la tenda del soggiorno di casa vivesse un animale beffardo e crudele, con folta peluria; era un incrocio astuto tra un formichiere e un tapiro, ma in posizione eretta, su due zampe. Si mostrava con un feroce sorriso solo quando non c’era nessuno nella stanza.

Quando vidi Manganelli pensai che fosse la versione umana di quell’animale che viveva nel salotto. La sua ironia mi pareva quasi l’evoluzione darwiniana di quel sorriso beffardo. La crudeltà si era fatta letteraria, senza perdere spietatezza. E gli occhiali, anziché renderlo più umano e rassicurante, gli davano al contrario un’aria di meticolosa ferocia. Ho letto Manganelli tenendo sempre a mente quell’immagine e quel paragone.

Il 28 maggio prossimo sono trent’anni dalla sua morte, e sto gustando il sontuoso Concupiscenza libraria che ancora una volta Salvatore Silvano Nigro ha curato egregiamente per Adelphi (p.454, E.24). Ritrovo la bellezza delle sue recensioni, la passione per i libri che un tempo io definii più modestamente libridine e che Manganelli eleva a concupiscenza.

Non elogerò l’eccellenza della sua critica; ho letto e sottolineato i suoi libri, quasi tutti dai titoli strepitosi; scrive in una lingua splendida, unica nell’uso creativo degli ossimori e dei contrasti, ama incrociare beatitudine e dannazione, elogi e vituperi, e gode come un animale a far stridere due aggettivi o un aggettivo con un sostantivo. Da quel contrasto sorge il suo stile, tramite l’impervia armonia dei contrari (come vedete sto manganellizzando pure io). Manganelli non recensisce solo libri ma l’universo e la sua geniale stupidità, per restare nei suoi ossimori. A volte il suo gioco è scoperto, e pur nel prestigio delle sue giravolte inattese, riesce perfino scontato, bifasico ma monotono; anzi per imitare il suo frasario, briosamente monotono.

Manganelli è soprattutto scrittore ironico, a tratti umoristico, nel senso che ne dette Pirandello, quando rivelò la chiave “nel sentimento del contrario”; o come Bergson, che vedeva la duttile intelligenza alle prese con la rigidità meccanica di situazioni o ipopensanti (neologismo in onore del Manga). L’ironia metafisica, grottesca, a volte sarcastica, è incessante nella prosa del Tapiro, fino alla teologia dell’assurdo. A Manganelli piace disvelare “l’irrealtà del reale” (stavolta parole sue).

Mirabili le sue pagine di geografia patologica, ovvero le pagine dedicate a Roma, a Napoli, a Firenze, ad Ascoli Piceno e a luoghi più lontani. Mirabili le sue recensioni e i suoi pregiudizi a priori (“non l’ho letto e non mi piace” ma questo l’aveva detto Vanni Scheiwiller, fidandosi del suo fiuto). Delizioso il suo elogio dell’orinare, il suo debole per Erode, godibile il suo cinismo letterario (“la letteratura è ascetica e puttana”); divinamente insolente la sua recensione della Divina Commedia. Molte sue opere sono ammirevoli per la loro sublime inconsistenza. E le sue profezie: “Nel 2020 i vecchi saranno due miliardi e sarà praticamente impossibile sedersi in autobus”. O la preveggenza di voler istituire una cattedra di “patologia dei telefoni” quando non c’erano ancora i cellulari. E l’encomio del tiranno fatto dal buffone (ora le due figure quasi coincidono), il suo Pinocchio parallelo, le sue invettive sull’amore, sulla scuola, sul latino.

Non mancano pagine ripugnanti, come quelle su “Dio è fascista” o gonfie di turpiloqui e blasfemia o i satanismi de “L’archimandrita dei demonofili al suo gregge”. Il cielo per lui non era un luogo ma “una preziosa invenzione della mente, una inesistenza che custodisce in guise fisiche e metafisiche tutto ciò che è esistente”; una “lussuosa inesistenza”. Manganelli vedeva la famiglia come una tribù pacifica all’interno e bellicosa all’esterno; oggi forse è il contrario. Per lui ci voleva un gatto in casa per scaricare le tensioni. Oggi non basterebbe una pantera. Essere italiano non gli dispiaceva, anzi lo divertiva. Del futurismo amava il suo rovescio, l’anima arcaica. Si definiva “un vigliacco, un codardo psichiatricamente interessante, un vile, un marrano neurolabile”.

Manganelli non è un romanziere che racconta storie di vita e sentimenti, non è un pensatore che esprime idee, principi e teorie; in lui la parola è tutto, non è mezzo ma scopo, scrivere per scrivere dopo aver letto per leggere; lui vagabonda in quegli “sterminati dormitori di parole” che sono i vocabolari e li accoppia con incantevole alchimia. Ma alla fine resta il vuoto, il nulla, la smagliante vanità dell’universo e dell’umanità. Mentre scrivevo queste cose mi sono imbattuto in due chiose a due libri suoi, una 24 anni fa, l’altra più recente. “Manganelli – appuntavo nel frontespizio de La Notte – scrive con un’eleganza ironica e uno splendore stilistico, stupisce per i giochi della sua intelligenza; ma alla fine stanca quel volteggiare nei vuoti d’aria del dire senza mai cercare l’essere; ti accorgi che la scrittura esaurisce e sostituisce l’essenza, di cui Manganelli coglie la vacuità: sfibra il reale, estenuandolo nel paradosso. Stanca alla fine quel gioco e si ha voglia di verità e di realtà, perfino di pathos e di tensione verso l’essenza e non solo di irrisione cosmica votata allo splendore del nulla. Quell’ironia sopraffina annuncia il Niente, pur bardato a volte con le parole del tragico e d’artifici metafisici”.

Vent’anni dopo scrissi sul frontespizio di Discorso dell’ombra e dello stemma (2017): “Un esercizio straordinario d’intelligenza e virtuosismo intorno al vuoto. Scintillante, lucidissima vacuità, le parole risuonano ma non corrispondono a nulla. Manganelli, la più bella penna al servizio dell’inconsistenza radicale. Lo splendore dell’evanescenza. La parola più usata, non a caso, è parola”. Come se mi avesse spiato, il Tapiro mi risponde dallo stesso libro: “Lei gioca con le parole, sento un addolorato rimbrotto; vorrei non fare altro”. Magnifico giocoliere verbale, per lui il mondo, l’umanità, Dio sono solo pretesti di scrittura.

MV, La Verità 10 maggio 2020


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