La quarantena della malinconia

MARCELLO VEENZIANI

La quarantena della malinconia


Giorni di malinconia per la cattività prolungata, la lontananza dai cari, l’assenza del mondo. La malinconia è un albero ombroso che ti succhia linfa ma a volte dà frutti deliziosi: opere d’arte, poesie e a volte perfino trattati sulla stessa malinconia. In mancanza di librerie scavo nella mia biblioteca e trovo due testi sul tema (i libri sono i fertilizzanti della malinconia). Il primo è L’inchiostro della malinconia di Jean Starobinski, medico, saggista e letterato.


È un compendio filosofico-sanitario, una storia e fenomenologia psico-letteraria della malinconia dalle sue origini soprannaturali o patologiche agli effetti sentimentali e caratteriali. Una volta era localizzata nella bile nera o nella milza, e la religione la considerava peccato di accidia: l’acedia è un torpore, assenza d’iniziativa, disperazione senza scampo, acuita dalla solitudine, che produce mutismo, anzi “afonia spirituale”; che Marsilio Ficino indicava come perdita dello spirito sottile. Il rimedio classico era viaggiare, ma ora ci è impedito. L’espressione spirituale della malinconia è la nostalgia.


Per Kant il nostalgico non desidera in realtà i luoghi della giovinezza, ma lo stato della giovinezza, la propria infanzia legata a un mondo anteriore. Per Starobinski la nostalgia è una malattia morale.


La malinconia a volte si combina col sarcasmo e si mimetizza nel grottesco. Nell’ironia c’è lo sfogo, la terapia e forse la salvezza, notava Soren Kierkegaard nel Concetto dell’angoscia. Come in Giano bifronte un volto ride e l’altro piange, unendo il comico e il tragico. Il malinconico è per un verso posseduto dal demonio ma per un altro è baciato dagli angeli.


Saturno dispensa i doni della malinconia a chi ha talento.

Il genio è malinconico, ma non tutti i melanconici sono geniali. A volte ci sono anche i cretini depressi. La malinconia diffusa si chiama depressione di massa e permea il nostro tempo. Il depresso non sempre è un animo sensibile, a differenza del malinconico. Il depresso, di solito, è prigioniero del presente; il malinconico, invece, si strugge per il passato e il futuro.


Non lo tormenta il presente o la presenza ma l’assente o l’assenza. C’è pure la voluttà della malinconia, e perfino la civetteria di dirsi malinconici, figurandosi come l’artista geniale o il bambino triste che vuole attenzioni.


La malinconia può essere innata o sopraggiunta, suscitata dagli eventi; c’è una malinconia ereditaria e persino una etnica, attribuita come indole ad alcuni popoli (la saudade portoghese, la tetraggine russa, la murria spagnola, il cafard francese che è poi lo scarafaggio, lo spleen inglese che è poi la milza). Per Starobinski la costituzione congenita pesa più dell’influenza esterna. Il malinconico vive il tormento di non passare dalla conoscenza all’azione e non aderire alla realtà esterna; qualcosa lo allontana o lo rende inadeguato.


La malinconia è una vedovanza ma può essere un vuotarsi per ricevere la visita degli dei. Qui ritrovo l’altro libro che citavo senza citare. È il Ritratto della malinconia di Romano Guardini, filosofo, presbitero e teologo veronese vissuto in Germania. Un testo breve ma acuto e intenso. Per Guardini la malinconia è dolorosa e tocca troppo le radici del nostro essere per abbandonarla nelle mani degli psichiatri.


Appartiene a un ordine di natura spirituale. La sua nostalgia divorante si unisce a un bruciante ardore spirituale. La malinconia per lui consiste in un’oppressione dello spirito, un peso che ci schiaccia mentre i nostri sensi e impulsi si paralizzano. L’uomo malinconico non padroneggia più la vita. Avverte un vuoto metafisico. La vita per Guardini è dominata da due impulsi opposti. La volontà di esistere, affermarsi ed elevarsi e la volontà di sparire, di sottrarsi. Il baratro ci attrae e ci fa paura. Un’indole malinconica è sensibile ai valori più alti ma tende all’autodistruzione.


È la grande tristezza di cui parla Dante, il dissiparsi, il “ricoverarsi nel mistero delle cause ultime, la nostalgia dei grandi malinconici verso la notte e le Madri”. Malinconia è connettersi al fondo oscuro dell’essere. Guardini distingue tenebre da oscurità: la tenebra è cattiva, nemica della luce, l’oscurità invece appartiene alla luce, è la sua ombra. Verso l’oscurità tende nostalgicamente la malinconia. Il malinconico anela alla pienezza dionisiaca dell’esistenza e al desiderio d’amore e di bellezza. Da qui per Guardini l’ascesa mistica verso Dio, amore e bellezza assoluta.


La malinconia è il prezzo della nascita dell’eterno nell’uomo, oltre la vanità del tutto. L’uomo, scrive Guardini, sperimenta il mistero di una vita di confine, non è di là o di qua ma vive nella terra mediana dell’inquietudine.


Chiudo i due libri e rivedo la Melencolia ritratta da Albrecht Durer e il cielo apocalittico di Melancholia, il film di Lars von Trier dove il disastro torna al suo significato originale, astrale: Melancholia è un pianeta che distruggerà la terra e accompagna la malinconia degli ultimi abitanti nei loro ultimi istanti sulla terra prima della collisione. Byung-Chul Han dedica pagine al film e alla gioia estrema sull’orlo della catastrofe in Eros in agonia. Dopo una vita senza mondo verrà un mondo senza vita.


La malinconia è la collisione dolorosa di passato e di futuro, nostalgia per ciò che si perde e angoscia per ciò che verrà o finirà. La malinconia è un disagio, un presagio e un lutto. Il malinconico non sa vivere solo di presente e di realtà, ha la tentazione della vita ulteriore e dello sguardo oltre il visibile. Malinconia è occhi pensanti. Fuori c’è il sole e noi siamo reclusi. La malinconia somiglia alla nostra prigionia.


MV, Panorama, n.19 (2020)


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