Ora noi anziani vogliamo vivere di più per dispetto

MASSIMO FINI MASSIMOFINI.IT

Dopo aver innalzato peana di vittoria per l’allungamento della vita media (80,8 anni per gli uomini, 85,2 le donne, in Italia) considerato una delle maggiori conquiste della Modernità in raffronto con i ‘secoli bui’ del Medioevo quando l’età media, a dire degli storici e degli scienziati, era di 32 anni (Naturalmente gli scienziati, questi criminali moderni, barano sapendo di barare perché non scontano l’alta mortalità natale e perinatale per cui, nella realtà, nel mondo preindustriale la vita media era di 70 anni.


“Settanta sono gli anni della vita dell’uomo” dice il biblista, una cosa equa, un’esistenza né troppo corta, né tirata troppo per le lunghe). Dopo averci martellato i coglioni, sempre in nome della lunghezza della vita e delle loro statistiche, col terrorismo diagnostico per cui ognuno di noi, qualsiasi età si abbia, dovrebbe fare almeno sei esami clinici, di controllo, all’anno.


Dopo averci ossessionato, sempre in nome della lunghezza della vita, con gli ‘stili di vita’ appropriati, niente fumo e niente alcol, a letto alle dieci di sera (per essere pronti e scattanti la mattina per andare a fare gli schiavi salariati) per cui avremmo dovuto vivere da vecchi fin da giovani. Dopo aver osato dire la bestemmia di tutte le bestemmie, “vecchio è bello”, adesso le Vispe Terese, i Candide de noantri, si accorgono che la vecchiaia è un peso e un dramma.


Certo che lo è un dramma. Per la società. Dal punto di vista economico, già oggi un numero abbastanza esiguo di giovani, sempre in Italia, deve mantenere 16 milioni di pensionati. Dal punto di vista psicologico, con l’ingrigire, è il caso di dirlo, e il venir meno delle energie del contesto sociale che ci influenza tutti.


“Vivere in una società popolata in prevalenza da vecchi mi farebbe orrore” disse lo psicanalista Cesare Musatti quando aveva 90 anni e quindi era al di là di ogni sospetto. Chiunque abbia vissuto anche solo per un poco presso un popolo ‘giovane’, poniamo quello tunisino dove l’età media è di 32 anni, può capire le parole di Musatti.


Ma il vero dramma della vecchiaia lo vive il vecchio. Su questo tema ho scritto un libro, Ragazzo. Storia di una vecchiaia, che deve essere uno dei miei migliori dato che molti dei suoi passi vengono ripresi spesso. So quindi quello che mi dico. Lo scrissi che avevo 60 anni. “E’ troppo presto” disse la madre di mio figlio. Risposi che volevo scriverlo quando ero ancora lucido, privo della tentazione di edulcorare la pillola come, dall’antichità a noi, han sempre fatto, ed è umanamente comprensibile, tutti gli autori che da anziani si sono occupati della vecchiaia, dal Cicerone del De senectute al Piero Ottone di Memorie di un vecchio felice. E la pillola è amarissima. “L’aspetto più drammatico della vecchiaia non è tuttavia la decadenza fisica, ma l’impossibilità di un progetto di vita.


Esistenziale, sentimentale, professionale. Manca il tempo. Manca il futuro” (Ragazzo, p.41). Mi diceva il mio caro amico Giorgio Bocca: “Qui non puoi più nemmeno piantare un albero perché non sai se lo vedrai crescere”.


Tutti i vecchi pensano alla morte. Ci pensano sempre. Non perché ne abbiano una particolare paura, forse ne hanno meno dei giovani, ma perché diversamente da quando si è ragazzi e ci appare in una prospettiva ancora molto lontana, adesso la morte è lì davanti ai nostri occhi, ci pressa, ci assedia. La Nobile Signora ha già alzato la sua falce. In una calda estate di molti anni fa che ero andato al Giornale per riscuotere una vincita da Massimo Bertarelli, bookmaker dilettante, passando davanti alla porta aperta della Direzione vidi Montanelli seduto, immobile, davanti alla macchina da scrivere.


Entrai e dissi ridendo: “Che ci fai tu qui, Direttore, per soprammercato in un pomeriggio canicolare di luglio?”. “Cosa vuoi, rispose, se mi rincantuccio a casa penso alla morte. E allora preferisco star qui a fingere di scrivere”.


Molti amici sono morti, altri, come nella Vergogna di Bergman, ci cadono intorno uno ad uno, sembra di essere in una battaglia, senza che ci sia però l’ebbrezza della battaglia. Siamo dei sopravvissuti. E ci prende un senso di spaesamento. “Anche il mondo che hai conosciuto e a volte, con l’energia e l’incoscienza della giovinezza, dominato, è scomparso. Il paesaggio è cambiato, i luoghi pure, gli oggetti sono diversi, altri i protagonisti, i miti, gli idoli, gli attori, le letture di riferimento” (Ragazzo, p.57). Tutto ci appare remoto, lontano, lontano.


Particolarmente dolorosa e angosciosa è la condizione del vecchio nella società che abbiamo costruito. Nella civiltà contadina il vecchio viveva in famiglia, circondato da molti figli e nipoti e da donne che lo accudivano quando non era più in grado di provvedere a se stesso, ma rimaneva comunque il capo del clan, conservava un ruolo e la sua vita un senso.


Nella società moderna, a famiglia mononucleare, il vecchio vive quasi sempre da solo, ‘single’ si dice pudicamente come se le parole potessero cancellare, in un bizantinismo indecente, la forza delle cose.


E’ continuamente superato dalle innovazioni tecnologiche di cui non riesce a stare al passo. Per dirla ancora una volta con Carlo Maria Cipolla: “Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale un relitto”. C’è infine a tormentarlo un istituto che solo l’astrazione crudele della Modernità poteva inventare: la pensione. Da un giorno a l’altro tu perdi il posto, per quanto modesto, che avevi avuto nella società. E adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo (Fantozzi va in pensione).


L’allungamento della vita è stato un mito inseguito con tenacia dalla medicina e dalla cultura moderne. Ma il dubbio che l’allungamento della vita avesse un senso era già venuto a Max Weber, uno dei più profondi e singolari pensatori del Novecento, che scrive: “Il presupposto della medicina moderna è che sia considerato positivo, unicamente come tale, il compito della conservazione della vita…Tutte le scienze naturali danno una risposta a questa domanda: che cosa vogliamo fare se vogliamo dominare tecnicamente la vita?


Ma se vogliamo e dobbiamo dominarla tecnicamente, e se ciò, in definitiva, abbia veramente un significato, esse lo lasciano del tutto in sospeso oppure lo presuppongono per i loro fini” (Il lavoro intellettuale come professione).


Ma adesso che con ogni sorta di strumenti e di lusinghe, con una propaganda ossessiva, ci avete costretti a vivere più del lecito, noi la tireremo il più a lungo possibile, non perché lo desideriamo (solo uno psicotico può augurarsi di vivere fino a 120 anni) ma per dispetto, per gravare con la pesantezza dei nostri numeri su questa società di giovani eunuchi.


Massimo Fini


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