Raffaello, la Trinità del bello

MARCELLO VEENZIANI

Raffaello, la Trinità del bello


Il sei aprile di cinquecento anni fa si spegneva a Roma il sole più alto del Rinascimento. Nella sua opera compose il triangolo perfetto di arte, fede e pensiero, l’armonia mai più raggiunta tra grecità, romanità e cristianità. La trinità della bellezza. Non il genio multiforme e sperimentale di Leonardo da Vinci, non il genio malinconico e possente di Michelangelo Buonarroti ma il pittore degli dei, dei poeti e dei filosofi, di Gesù Cristo, della Madonna e dei Santi, della gloria di Roma e della sua millenaria civiltà: Raffaello Sanzio.

Peggio non poteva cadere il suo anniversario, nel pieno di una pandemia mondiale, che ha impedito di celebrare il pittore come si conveniva; uno spreco inaudito è la sua mostra deserta alle Scuderie del Quirinale, in assenza del mondo e dei visitatori. Questo non è il tempo di Raffaello, della raggiante armonia tra cielo e terra, bellezza terrena e bellezza divina; piuttosto si addice alla nostra epoca la cupa apocalissi di Hieronymus Bosch o di Pieter Bruegel, o a un livello assai più basso, la pittura angosciosa di Edward Munch, a noi più vicino nel tempo.

“La bellezza divina è la sua patria celeste” scrisse di lui Edoardo Schurè, raccontando di Raffaello nella sua opera dedicata ai Profeti del Rinascimento. Se Rinascimento vuol dire ritorno agli antichi, crocevia di tradizioni risorte, Raffaello fu l’apice, il punto d’incontro e d’equilibrio irripetibile tra il mito, la scienza e il pensiero, tra le divinità olimpiche e i filosofi dell’antichità, tra la millenaria potenza dell’Impero Romano e delle sue opere che sfidano i secoli e la cristianità; il cattolicesimo apostolico e romano, la religione della luce, dell’eternità che si fa storia e natura, corpo e figura.

Non c’è conflitto in Raffaello tra paganesimo e cristianesimo, non c’è antagonismo tra fede e ragione né dualismo tra la carne e lo spirito. La sua opera è una sintesi luminosa, un filo di continuità che trascorre di civiltà in civiltà, dal naturale al soprannaturale.

Non sono un critico d’arte, Vittorio Sgarbi che ha dedicato anche a Raffaello splendide riflessioni, non avrebbe torto di imbrancarmi tra le sue vituperate capre. Ma da profano, dilettante e semplice amatore, senza competenza in materia, trovo in Raffaello quel punto eterno e sfuggente in cui culminano le nostre più alte matrici. Dopo di lui sarà conflitto, sarà Maniera, sarà scissione o ripetizione.

Per accedere a casa mia, tra le scale, ho piantato la sua Scuola d’Atene, che è a mio parere il più grande e succinto sommario di filosofia che sia mai stato realizzato: negli sguardi e nelle mani del vecchio Platone e del giovane Aristotele è condensata tutta la filosofia, tra l’ideale e il reale, tra il cielo e la terra, tra le idee e la natura. E con loro trascorrono i sapienti e i filosofi, alcuni riconosciuti altri misteriosamente velati: il fondatore della filosofia e della matematica, Pitagora e lo scienziato Archimede, Socrate il maieutico e Diogene il cinico; il pensiero tragico del divenire secondo Eraclito, il pensiero colmo dell’Essere secondo Parmenide e gli Eleati. Tutti riuniti in un paradiso vivente e sovratemporale dei filosofi.

Quasi a rappresentare in figura quel che Dante aveva significato in poesia:”Genti v’eran con occhi tardi e gravi, di grande autorità ne’ lor sembianti; parlavan rado, con occhi soavi”. Mirabile terzina nel IV canto dell’Inferno. Ma Raffaello li riporta in un luogo beato e glorioso, tra i portici, le arcate e le balaustre di un nobile tempio e non tra le fiamme dell’inferno. A voler trovare qualcosa di simile si dovrebbe forse pensare al Ciclo della Natività di Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, che è il primo “sequel” dedicato alla Nascita di Gesù, il primo docufilm per immagini e sequenze del Natale. O le scene del presepe di Giotto nella basilica superiore di San Francesco ad Assisi.

La scuola d’Atene è un’opera straordinaria, l’idealismo si fa pittura, il concetto si fa figura. Quando poi si pensa che la Scuola d’Atene è affiancata nelle Stanze del Vaticano alla Disputa del sacramento, che glorifica la religione di Cristo, con i suoi apostoli, padri della chiesa, martiri, eremiti, teologi e santi; e poi dal Parnaso, dedicato alle Muse, Apollo, Omero, Virgilio e tutto l’universo poetico ellenico e italico, si ha la visione compiuta dell’impresa di Raffaello: la fede, il pensiero e la poesia fusi nella bellezza della luce mediterranea e celeste.

Con Raffaello il Rinascimento italiano e universale elegge a sua capitale Roma, lascia Firenze, Urbino e i suoi centri per sposarsi e fondersi nella Città Eterna. E la Roma dei Papi elegge il Vaticano a Pantheon del Rinascimento, delle arti e delle religioni precristiane. Nello stesso tempo, nella Cappella, Sistina Michelangelo stava dipingendo il Giudizio Universale, e non voleva che nessuno lo vedesse in corso d’opera, neanche il Papa Giulio II; ma Raffaello riuscì a entrare di nascosto, probabilmente grazie a Bramante.

Poi c’è Raffaello profano, il giovane esuberante e incontinente, il suo amore carnale per una prosperosa trasteverina, la Fornarina. Il giovane Raffaello che conclude la sua folgorante parabola a trentasette anni e viene sepolto nel Pantheon, luogo perfetto d’incontro fra gli dei, il Dio cristiano e gli spiriti grandi. Scrive Vasari: “Confesso e contrito, finì il corso della sua vita il giorno medesimo che nacque, che fu il Venerdì Santo, d’anni trentasette; l’anima del quale è da credere che, come di sua virtù ha abbellito il mondo, così abbia di se medesima adorno il cielo. Non so se come scrisse Dostoevskij “la bellezza salverà il mondo”; ma la bellezza salvò l’anima di Raffaello.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext