SOLA E UBRIACA VOGLIO ARRIVARE A CASA.

di Roberto PECCHIOLI

SOLA E UBRIACA VOGLIO ARRIVARE A CASA.


                                                              

Strano titolo, vero? Non direste così se viveste in Spagna, paese in cui, su iniziativa del governo e con tanto di scudo reale e insegne ministeriali, la frase “sola e ubriaca voglio tornare a casa” campeggia sui muri e viene diffusa attraverso messaggi televisivi.


E’ lo slogan scelto dal governo socialcomunista spagnolo per festeggiare l’approvazione del progetto di “legge organica di garanzia integrale delle libertà sessuali “. Fortunati davvero a disporre di questa pietra miliare del diritto. Pochissimo importa la disoccupazione al venti per cento, il lavoro precario di milioni di cittadini, la crescita del debito, la sfida del separatismo, la pressione migratoria alla frontiera di Ceuta e Melilla, la conquista d porzioni di territorio da parte dei signori della droga.


La priorità è combattere la “violenza di genere”, a cui è assimilato ogni atto commesso da uomini nei confronti di donne. Impazza il Ministero dell’Uguaglianza, diretto da tale Irene Montero, del partito di ultrasinistra Podemos. In un trionfante comunicato ufficiale, il governo ha rivendicato di essere femminista, dunque avverso a metà della popolazione. Poiché la Spagna, al tempo di Zapatero, fu la prima a introdurre le nozze omosessuali, bisogna prendere sul serio le iniziative della sinistra iberica.


Podemos, un concentrato di comunismo, libertarismo estremo, femminismo esacerbato e progressismo politicamente corretto, ha presentato un progetto di legge intitolato alla “libera determinazione dell’identità sessuale e espressione di genere”, che, per il suo impatto, è contestato anche dalle femministe storiche. La definizione giuridica di identità sessuale e di genere è la seguente: “l’esperienza interna e individuale del sesso o genere quale ogni persona lo vive e autodetermina, senza che debba essere definita da terze persone, che può corrispondere o no con il sesso assegnato alla nascita e può coinvolgere la modifica dell’apparenza o la funzione corporale attraverso mezzi farmacologici, chirurgici o di altra indole, sempreché ciò sia liberamente scelto”.


Madamina, il sinistro catalogo del progressismo individualista è questo. Il genere è definito come “il sistema ideologico che dirige le differenti rappresentazioni del sesso.”.


Tutto questo, lo ripetiamo, diventa legge dello Stato in una nazione cattolica di antica civiltà. Che cosa aspettino la cultura e la politica a reagire è la domanda che desta il maggiore turbamento. Intanto, avanza una visione della vita per la quale è normale, legittimo, privo di controindicazioni o di riprovazione sociale, tornare a casa ubriachi, a qualunque dei numerosi sessi o generi si appartenga. Lo dice lo Stato, e la gente segue il vizio e il male con lo stesso conformismo con il quale, in altri tempi, aderiva alle virtù proposte dall’alto.


Invocare lo Stato etico diventa la reazione più istintiva, ma è un errore. Viviamo già nello Stato etico: sono i valori ad essere rovesciati. Baldoria diurna e notturna, l’ubriachezza come condizione normale, le dipendenze da non condannare in nome dell’autodeterminazione. Lo sballo è un diritto, con tutto ciò che comporta in termini di abuso di sostanze.


Agli alcolici sono spesso abbinate abitudini che comprendono pasticche, droghe, psicofarmaci, eccessi di ogni genere, accompagnati da musiche che allentano i freni inibitori, in ambienti che le generazioni precedenti, allevate nel buio dei pregiudizi, consideravano malsani.


Il governo di una delle nazioni più antiche d’Europa autorizza il via libera a tutto, purché, beninteso, non vi sia violenza sessuale contro le donne. Quella tra o contro gli uomini può continuare. Ubriacarsi si può: è un’ottima cosa: parola del governo. Fare nottata tra sballi assortiti è un diritto indiscutibile.


Un altro “murale” gira per le strade di Spagna con il simbolo dell’eccellentissimo Ministero dell’Uguaglianza (ai titoli ci tengono, oltre i Pirenei). Accompagnato dal volto compunto di una ragazza, recita il nuovo Corano: “la libertà sessuale è un diritto umano individuale, la cui garanzia è responsabilità di tutti. Una sessualità più piacevole (sottolineato in giallo N.d.R.) per tutte le persone.”


Freud più la Scuola di Francoforte, con spruzzate di Max Stirner (l’Unico), Wilhelm Reich (lo scatenamento sessuale “orgonico”) Georges Bataille (la dissipazione delle energie eccedenti) con un velo sottile di giustizia sociale, tanto per giustificare il nome di sinistra.


Viene in mente il dialogo tra   Verchovenski e un ancora incredulo Stavrogin nei Demoni di Dostoevskij. “Noi faremo morire il desiderio: diffonderemo le sbornie, i pettegolezzi, le denunce; spargeremo una corruzione inaudita, spegneremo ogni genio nelle fasce. Tutto allo stesso denominatore, l’eguaglianza perfetta”. Stavrogin pensava a un eccesso di cognac del nuovo amico, ma quello di Verchovensky era sincero, assoluto nichilismo. Quei demoni hanno infettato la nostra società; la metastasi è così avanzata da non essere percepita.


Bello è il brutto, e brutto il bello, le streghe di Macbeth. Ogni devianza è negata, omologata, ogni cosa riporta all’informe e all’anomalo. Siamo entrati nella sesta finestra di Overton, quella in cui condotte, attitudini, modi di essere i più turpi e abietti sono non solo accettati, ma addirittura prescritti. Diventa legge, come sta accadendo in Spagna e altrove, tra misera euforia e triste rassegnazione, il “consenso informato” delle trasgressioni, diritto (o dovere?) indiscutibile, tra indifferenziazione, bizzarria, cinismo e narcisismo.


La ricerca della felicità della costituzione americana si trasforma in diritto umano alla sessualità “libera” e “piacevole”. Placentero è il termine spagnolo utilizzato, “gradevole, allegro, ciò che dà piacere”. Sembra che sia compito del governo garantire una sessualità libera nel senso di non soggetta a regole, remore, limitazioni, interdetti. Promiscua, compulsiva, incoraggiata dal potere in quanto diversivo, la realizzazione di quanto previsto da Aldous Huxley nel Mondo Nuovo, in cui è distribuita una droga, il soma (corpo… lo spirito non esiste), una sostanza euforizzante, senza sgradevoli effetti collaterali, tranne l’accorciamento della vita, assunta in comprese da mezzo grammo o spruzzata nell’aria come aerosol.


La realtà supera la fantasia: ubriacatevi, sballate, vivete senza limiti, specie nel campo della sessualità: a proteggervi pensa il governo. Il profilo Twitter ufficiale del ministero dell’Uguaglianza ha diffuso un trionfale cinguettio: “questo governo è femminista ed è orgoglioso di approvare una legge pioniera nel mondo che riconosce e garantisce il diritto delle donne a una vita libera dalle violenze sessuali “. Diritto non esteso a uomini, transessuali, queer, intersessuali, per utilizzare il lessico “inclusivo” cui è tanto sensibile il progressismo. I diritti delle donne, annuncia con inaspettato lirismo un altro tweet governativo “non si perderanno mai più in vicoli oscuri”. Novantadue minuti di applausi, come per Fantozzi dopo il commento alla Corazzata Potiomkin.


A questo punto, prima di svolgere riflessioni più serie, tocca mettere le mani avanti. Non per i nostri lettori, della cui intelligenza non dubitiamo, ma a beneficio degli occhiuti poliziotti del pensiero che vigliano sulle opinioni sgradite, da mettere all’indice e punire penalmente.


Al lettore-censore progressista garantiamo di non essere violentatori, né apologeti della molestia sessuale, gesti ignobili da colpire con il rigore della legge indipendentemente dal sesso/genere di vittime e carnefici. Precisazione necessaria dinanzi al razzismo antropologico dell’anima bella collettiva, le quale, “avvolta nei suoi stracci, disprezza quanto ignora” (A. Machado).  Scrisse il grande aforista colombiano Nicolàs Gòmez Dàvila:” questo secolo sprofonda lentamente in un pantano di sperma e merda. Per maneggiare gli avvenimenti attuali gli storici futuri dovranno mettersi i guanti (Escolios, I, 220).


La velocità del fenomeno è aumentata, segno di una fine incipiente. Siamo, sostanzialmente, all’obbligo dell’immoralità come prescrizione etica. Ancora Gòmez Dàvila: “ormai non basta più che il cittadino si rassegni, lo Stato moderno esige complici.” E’ l’epoca “post”: postmoderno, post umano, post tutto. Ci aiuta nella comprensione di quanto osserviamo con raccapriccio Aleksandr Dugin, in Soggetto radicale. Se la modernità era pura negazione, il postmoderno “taglia i ponti con la struttura e il paradigma del moderno, confondendone le evidenze, svalutandone i principi assoluti e deridendone i valori. (…)


Tutto è indifferentemente lo stesso: esso rigetta i linguaggi moderni e premoderni, li mescola fino a renderli irriconoscibili, li dileggia. Nella post modernità non esiste più una società, ma solo una post società, uno spazio frammentato. Frattali in cui ognuno è assoluto e autosufficiente, eppure parziale, frammentario. Gli elementi si associano e si dissociano, a seconda che siano abbandonati o illuminati dai lampi demoniaci”.

La sessualità, evidente ossessione postmoderna, declina in “post erotismo”.  “La   riproduzione è scandita dai nuovi metodi della divisione, della ripetizione sterile e seriale.


“ Attrazione e desiderio si svincolano da soggetto e oggetto, (…) secondo l’equazione: piacere (eros) uguale collegamento, trauma (thanatos) , uguale scollegamento , interruzione della linea. I post umani sono orientati verso uno stile unisex, che ripropone in forma parodistica l’androginia, archetipo premoderno dell’unità “.


Queste intuizioni richiamano il principio di piacere teorizzato da Freud ( lustprinzip). Il padre della psicanalisi lo associava alla pulsione di morte, la tendenza a tornare allo stato inorganico. Scatenare, addirittura istituzionalizzare quelle forze primigenie- infere- è un atto di irresponsabilità storica che lascia senza fiato.


La vittoria definitiva dell’Es, l’istanza intrapsichica che rappresenta le pulsioni più basse dell’essere umano, significa il tramonto dell’umano, la sconfitta della civiltà. Attraverso follie sottoculturali spacciate per straordinarie scoperte del presente, tempo di un uomo finalmente emancipato, libero e compiuto, è sovvertito l’ordine naturale del mondo, che il femminismo radicale, il gender e il radicalismo progressista chiamano spregiativamente “cis- eteropatrircale”. Il neologismo ha triplice valenza distruttiva: teorizza un presunto sistema sociopolitico nel quale il genere maschile ha un’ingiustificata supremazia; nega la normalità biologica dell’eterosessualità; destituisce il dimorfismo sessuale a favore di identità sessuali cangianti, fluide, soggettivamente determinate dall’ homo deus.


L’esito non può essere che il caos. Coglie la vertigine, unita a un turbamento profondo. “Se faccio una pazzia è senza l’intenzion, in fondo è tutta colpa del Bayon.” Magari fosse colpa del Bayon e al termine dell’antica canzoncina, tutto tornasse al suo posto. Non è così, e non riusciamo a individuare nessun riparo, alcun luogo- fisico o dell’anima- in cui rifugiarci. Non esiste la Montagna Incantata, il cronicario alpino di Thomas Mann, che gli ospiti non vogliono lasciare, comodo nascondiglio, placenta contro il fragore del mondo.


Per Philippe Muray, la società postmoderna, “l’impero del bene”, è una società di paccottiglia, in cui la vita è ridotta ad apparenza, la verità dissimulata in illusione ottica, il piacere rientra in una specie di malattia dei sensi, il decoro è stigmatizzato, un reperto retrogrado, la decenza è un orpello retrivo. Sbalordisce l’indifferenza di massa e l’assenza di reazione dei molti, moltissimi, che non condividono la nuova narrazione. Un osceno tradimento dei chierici, in politica, nella cultura, nelle agenzie morali e spirituali. Restano poche alternative: quella stoica, sopporta e astieniti, vivi nascosto. Oppure cercare di restare in piedi tra le rovine. L’impersonalità attiva porta a “piantare alberi per un’altra generazione” (Cicerone), o a creare piccole comunità impenetrabili al male (l’Opzione Benedetto di Rod Dreher e Alasdair Mc Intyre).


Non basta, al tempo in cui Crono divora i suoi figli e il sonno della ragione genera mostri, come nei quadri drammatici di Francisco Goya. Abbiamo tra le mani un opuscolo ufficiale del ministero spagnolo dell’Educazione (educazione…) che descrive “le famiglie”. Dopo un imbarazzante pistolotto “arcobaleno”, ai bimbi sono presentati, con appositi pittogrammi pieni di sorrisi, tre modelli. In uno vi è una madre nubile con figlio a carico. Nel secondo due madri lesbiche, scritto proprio così, a bambini delle elementari, genitrici di una figlia. Infine, in fondo a destra, una madre e un padre sposati e con un figlio.


Raggelante. Dio toglie il senno a chi vuol perdere. Uno dei massimi poeti spagnoli del Novecento, Juan Ramòn Jimènez, scrisse che una menzogna resta tale anche se è trasformata in legge. Questo è il tempo della menzogna universale, di ubriachi/e – soli o in compagnia, che non trovano la strada di casa perché l’hanno distrutta.


Negli anni post sessantottini, girava una storiella considerata assai astuta, il segno di aver capito lo spirito dei tempi. Un ricoverato in manicomio, dal suo lato della recinzione, chiede a un passante della via: come si sta, “là dentro “? Ci siamo, l’inversione è compiuta: il manicomio è ovunque, l’unico spazio sano è dentro di noi. Anche la Chiesa è parte della follia collettiva. Ha insegnato per millenni la distinzione tra il bene e il male, cui dava il nome di peccato. Basta: i peccati sono solo fragilità, il male si è dileguato, ovvero ha assunto sembianze nuove: la mancata accoglienza dell’invasore.


La più grande astuzia del Diavolo è far credere che non esiste, scrisse Charles Baudelaire. Espediente vittorioso: anche in Vaticano dicono che si tratta solo dell’immagine del Male. Temiamo che la trappola scatti anche per Dio: un’innocua rappresentazione del Bene. La generazione Bataclan, che elabora il lutto per fatti gravissimi gettando fiori e scrivendo melensi bigliettini, può ubriacarsi, strafarsi e naturalmente, accoppiarsi senza freni. Essenziale è che ci sia esplicito consenso: sì è sì, dicono al Ministero dell’Uguaglianza.


Chissà se hanno predisposto un questionario scaricabile online da sottoscrivere con l’indicazione di ciò che si può fare durante gli atti sessuali, un modello a risposta multipla, tipo le domande dell’ASL ai richiedenti una risonanza magnetica.


Le termiti hanno completato il loro lavoro sotterraneo, siamo nella post-civiltà. Certe follie hanno tra le matrici l’incultura dominante. Non si devono più studiare la storia, la filosofia, la geografia, le idee e le arti del passato. Inutile, non “servono” all’addestramento professionale di Tecnopolis; per di più seminano dubbi, aprono il cervello, allargano l’angolo visuale. 


Dimenticavamo: quella cultura è in gran parte opera di mascalzoni: maschi, bianchi, per lo più eterosessuali, dunque cis –eteropatriarcali, europei, occidentali. Il premio Nobel per la letteratura Saul Bellow, ebreo, quindi autorizzato a pronunciare verità proibite, saputo dell’abolizione di corsi universitari di letteratura e lingue classiche, disse di non conoscere l’esistenza di un Omero zulù o di un Tolstoj della Papuasia.


Che importa, essenziale è tornare ubriachi- e soli, beninteso-  alla casella iniziale del gioco dell’oca. Gli Stati postmoderni non sono neutrali, ma apertamente immorali, partigiani attivi del male. Il loro ideale umano è un essere dipendente dagli istinti, incapace di freni e rinvii, ma privo dell’innocenza naturale degli animali: la bestia.


Il mito greco inventò Apollo, l’ordine, la forma che scende dal cielo in terra, contrapposto a Dioniso dall’aspetto androgino, di sesso maschile, capelli lunghi, un viso molto bello, femmineo. Dioniso non nasce dio: nasce uomo e viene divinizzato. Apollo, Dio raggiante, solare, scende e si umanizza, Dioniso, uomo, si divinizza e si scatena. Siamo oltre, nella corsa verso il basso: Bacco, la volgarità di Sileno, la furia delle Erinni.


Alla fine, nichilismo, l’escrescenza informe del rizoma, l’assenza di qualunque centro di gravità. Domina una personalità cupa, mostruosa, barbarica, descritta da Ernst Juenger nelle Scogliere di marmo, il Forestaro, metafora di rovina, illusionismo, oscenità, viltà, passività e confusione.


Le Scogliere di marmo – simbolo di cultura, civiltà, etica- non riescono a proteggere il popolo della Marina, la sua armonia sociale e politica, minacciata da un pericoloso popolo di confine, barbaro, portatore di violenza e distruzione, dallo stile terribile e plebeo, guidato dal Forestaro. La canaglia del bosco si muove contro la civiltà, è l’anarchia nichilistica contro le forze della Tradizione. Secondo Jueger, al Forestaro (Oberfoerster), ci si può opporre solo – paradossalmente – facendo leva sul nichilismo, su quella condizione estrema che, una volta raggiunta, determina il momento della decisione, dell’individuazione del nemico e della tensione all’Essere.


Cavalcare la tigre, non c’è altra soluzione, affrettare i tempi della fine, tenendo fermi principi e fede, in piedi tra e nonostante le rovine. Non si rincasa ubriachi quando la casa non c’è più e va ricostruita. Non pietra su pietra, ma detrito per detrito, raccogliendo amorevolmente ogni vestigia di quanto è andato distrutto.


La presente generazione è perduta, fragile, solitaria, ubriaca, schiava di mille veleni. Paradisi artificiali diventati inferni reali. Seneca era spagnolo: che penserebbe dei suoi pronipoti, lui che scrisse, nelle Lettera a Lucilio” l’ubriachezza eccita e porta alla luce tutti i vizi, togliendo quel senso di pudore che costituisce un freno agli istinti cattivi”. L’ignoranza soddisfatta di masse ribellate, ignare di filosofi latini, li farà ridacchiare: le parole di una vecchia beghina.


Il postmoderno che tutto dissolve è uno tsunami che può essere superato solo attraversando il nichilismo sino in fondo, in apnea, trattenendo il respiro. Il tempo a disposizione è limitato. Per Dugin, “a un certo punto si sentirà un mormorio sommesso, seguito da una risata fragorosa. Sarà il segno”. In piedi, a testa alta, percorriamo il deserto. I cani latrano, le drag queen si dimenano, gli sballati si sballano, gli sconvolti si sconvolgono; la carovana passa.


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