Messe soppresse. Davvero per il nostro bene?

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Autore Aldo Maria Valli


 
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Se tu sei cattolico e credi in Dio, se credi nella presenza reale di Gesù Cristo nella Santa Eucaristia, se credi che la celebrazione dell’Eucaristia è al centro della vita della Chiesa (come del resto ci dice il Catechismo della Chiesa cattolica, n. 2177), è evidente che non solo non puoi fare a meno della Messa ma, nel momento in cui, per svariati motivi, ti trovi in difficoltà, ne hai ancora più bisogno.


Dovere della Chiesa, in tali frangenti, è dunque quello di assicurare ancora più del solito la possibilità di ricevere Gesù nella Santa Eucaristia. Dovere della Chiesa, nei momenti in cui il popolo di Dio, per i più diversi motivi, si trova in una situazione difficile e dolorosa, è quello di mettersi totalmente a disposizione dei fedeli, spalancando le porte delle chiese e trovando ogni modo per celebrare la Santa Messa più frequentemente e più intensamente del solito.


Perché la Messa è incontro con il Signore risorto, è lasciarsi incontrare da Lui, ascoltare la sua parola, nutrirci alla sua mensa, ed è così che siamo Chiesa, Corpo di Gesù Cristo vivente nel mondo.

E invece… Invece in questi giorni in cui ci troviamo a fare i conti con il coronavirus, le Messe, nelle zone più colpite dal contagio, sono state abolite, soppresse, eliminate. E i nostri pastori, i vescovi, si sono affrettati a spiegarci che l’hanno fatto per il nostro bene, per la nostra salute.


La situazione è incredibile e paradossale, eppure è stata in larga parte accettata come qualcosa di normale, date le circostanze. Ma se, nel momento del bisogno, la Messa viene eliminata, vuol dire che la Messa stessa è considerata semplicemente un’assemblea, una riunione di persone. Vuol dire che nella Messa noi vediamo un incontro tra persone, senza la presenza reale di Gesù. Vuol dire che per noi il tabernacolo è vuoto.


Queste che sto facendo sono riflessioni del tutto scontate, eppure ci troviamo in una situazione per cui è diventato necessario farle. Come aveva profetizzato Chesterton, “fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate”. Ecco, quel tempo è venuto, quel tempo è il nostro.


 
Sono rimasto sconcertato da un testo recente nel quale l’arcivescovo di Milano, a fronte del contagio che ha colpito in particolare la Lombardia, spiega: “La benedizione di Dio non è una assicurazione sulla vita, non è una parola magica che mette al riparo dai problemi e dai pericoli. La benedizione di Dio è una dichiarazione di alleanza: Dio è alleato del bene, è alleato di chi fa il bene”.

Io penso che qualunque cattolico, in un momento di difficoltà e di preoccupazione, dal suo vescovo si aspetterebbe un’invocazione a Dio onnipotente, qualcosa come “O Dio, tu che puoi tutto, salvaci da questo male, proteggi il tuo popolo e mettilo al sicuro”. Invece ecco che l’arcivescovo di Milano, successore di quel san Carlo che contro la peste andò in processione a piedi scalzi, con in mano la reliquia del Santo Chiodo, per chiedere che il morbo si placasse (e in effetti si placò), si impegna in un fumoso discorso per spiegare che cosa non è la benedizione di Dio e che cosa Dio non può fare”.


In compenso, senza nemmeno esserne richiesto, lo stesso arcivescovo di Milano, nello stesso testo, avverte il bisogno di fare l’avvocato difensore della scienza e dei suoi rappresentanti, perché, scrive, “in momenti come questi si deve confermare un giusto apprezzamento per i ricercatori e per gli uomini e le donne che si dedicano alla ricerca dei rimedi e alla cura dei malati”.


 Ora, è fuori discussione che ogni cattolico, in questi frangenti, prega per gli uomini di scienza perché possano dare il meglio di sé stessi contro la malattia, ma perché un pastore, un vescovo, anziché invocare l’intervento del buon Dio, si mette a difendere la scienza? È forse questo il suo compito? È forse per questo che ha ricevuto l’ordinazione episcopale?

In questi giorni nel mio blog Duc in altum sto raccogliendo decine e decine di testimonianze di fedeli che, di fronte al contagio da coronavirus, chiedono una sola cosa: poter ricevere la Santa Eucaristia, poter prendere parte alla Messa. E invece ecco che, proprio là dove questo bisogno è avvertito nel modo più intenso, le Messe non vengono celebrate, neppure all’aperto.


È nato così il fenomeno delle Messe clandestine, celebrate a dispetto dei divieti della curia. Ma voi capite che se per restare fedele al proprio mandato un prete deve disobbedire al vescovo, c’è davvero qualcosa che non quadra.


Là dove le Messe vengono comunque celebrate, le diocesi si sono affrettate a togliere l’acqua santa dalle acquasantiere e a vietare di ricevere la Comunione sulla bocca, come se riceverla sulle mani potesse mettere al riparo dal contagio: quelle stesse mani che hanno toccato le maniglie delle porte, che si sono posate sulle panche, che hanno preso i soldi dal borsellino per l’offerta! Quelle stesse mani che sono un ricettacolo di germi.


 Viviamo in un mondo capovolto, e in questo mondo capovolto non solo è stato abolito il confine tra sacro e profano, ma gli stessi rappresentanti supremi del sacro hanno dichiarato apertamente che il sacro non è nulla di reale.

È come se avessero detto: “Guardate che i nostri sono solo simboli. Quell’acqua non è veramente benedetta, è solo un segno. Quell’ostia non è veramente il Corpo di Cristo, è solo un’immagine”. Per cui, se tutto è soltanto simbolico, appare legittimo eliminare le Messe, perché è come eliminare una recita.

I cristiani, fin dai primi tempi, presero a celebrare l’incontro eucaristico con il Signore nel giorno che gli ebrei chiamavano “il primo della settimana” e i romani “giorno del sole”, perché in quel giorno Gesù era risorto dai morti ed era apparso ai discepoli, parlando con loro, mangiando con loro, donando loro lo Spirito Santo (cfr Mt 28,1; Mc16,9.14; Lc 24,1.13; Gv 20,1.19). Anche l’effusione dello Spirito a Pentecoste avvenne di domenica, il cinquantesimo giorno dopo la risurrezione di Gesù.


Per tutte queste ragioni la domenica è il giorno santo, ma non in modo simbolico, bensì perché santificato dalla celebrazione eucaristica, presenza viva del Signore tra noi e per noi. E invece, proprio nel momento in cui i fedeli hanno più che mai bisogno dell’Eucaristia, i pastori che cosa fanno? Appendono sui portoni delle chiese un cartello che dice: “Messe sospese”. E poi hanno anche il coraggio di parlarci di “Chiesa in uscita”, di “Chiesa ospedale da campo”, di “tenerezza”, di “apertura”, di “accoglienza”.


Scrisse il santo Curato d’Ars: “Tutte le buone opere messe insieme non equivalgono al sacrificio della Messa, perché sono opere degli uomini, mentre la Santa Messa è opera di Dio”.


Oggi abbiamo pastori che mostrano di credere solo alle opere degli uomini, non a quelle di Dio. Il che si chiama ateismo.


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