A lezione dal virus

MARCELLO VENEZIANI

A lezione dal virus


Che lezione possiamo trarre dall’epidemia del coronavirus e dalle ricadute che sta avendo in Italia? Non dico lezione sanitaria, non so di profilassi e non dirò del governo e del suo annaspare, limitandomi solo a notare che i nostri primati sono sempre negativi sia che si parli di denatalità che di disservizi, di malagiustizia che di corruzione, di burocrazia che di opere irrealizzate, di infrastrutture a rischio, di debito pubblico e di malavita organizzata. E ora il primato europeo, anzi occidentale di vittime del virus. Mancò la fortuna o il valore? O per tradurre nel gergo più consono: è sfiga o incapacità e pressapochismo?

Lasciamo la domanda sospesa nei cieli e torniamo a terra, ripartendo dalla domanda. Già, che lezione umana, civile, morale, in senso lato psicologica, possiamo trarre da questa situazione?

La prima lezione è che dobbiamo toglierci la mascherina degli schemini ideologici. Di fronte alla realtà e alle sue repliche, spesso impreviste, non funzionano le filastrocche sulla bellezza della società senza confini, abbattiamo le frontiere, è razzista chi crea blocchi e filtri, la globalizzazione è un bene assoluto.

È un raccontino falso, ideologico e nocivo, e lo sarebbe anche il discorso opposto, di rialzare muri e immunità, chiuderci in stati-fortezza e così via. No, dobbiamo essere semplicemente duttili; capire che la globalizzazione non è la manna del cielo né la maledizione divina in terra, ma è un processo che produce benefici e malefici, e diventa pericoloso se va fuori controllo in una specie d’imperativo assoluto dentro il quale ci muoviamo inermi e devoti.

Bisogna sapere aprire e chiudere le frontiere, i porti e le vie d’accesso, circolare liberamente e quando è il caso rispettare i limiti. Si globalizza la ricchezza come la miseria, si globalizza la tecnologia come la malattia, ogni interdipendenza espone a contagio, non è pura crescita. Bisogna uscire dallo schemino progressista e trionfalista e capire che la storia procede e retrocede, ha moti ondulatori e sussultori, corsi e ricorsi, non è una linea retta.

Secondo, se c’è un modo per seminare panico è ripetere ogni giorno di non farsi prendere dal panico, non accaparrarsi mascherine, amuchina e beni di prima necessità; perché il messaggio arriva capovolto. E le rassicurazioni di un governo che bollava come razzismo e sciacallaggio le richieste di misure e cordoni sanitari per poi applicarli a caso (ufficio si, metro no, per esempio), sortiscono l’effetto contrario. Se Conte dice che la situazione è sotto controllo allora dobbiamo preoccuparci, visti i precedenti e il governo in carica, dove c’è un dato inquietante riportato domenica scorsa dal Sole 24 ore: solo due decreti-legge attuativi su 169. Il nulla con parlantina. Quasi nessuna delle riforme annunciate è stata varata. Record mondiale.

Torno alla questione. Il panico si affronta con le misure e non con le rassicurazioni o gli appelli a mantenere la calma. Molto utile è il paragone coi precedenti: altre volte negli ultimi cinquant’anni ci siamo trovati a fronteggiare emergenze del genere, anche se ogni contagio è una storia a sé. Finora il numero delle vittime non è superiore a quello di altre influenze stagionali: ovvero, il contagio preoccupa e i danni sociali ed economici che crea sono enormi, ma la psicosi dell’attacco mortale va ridimensionato coi dati alla mano. Mi ricordo da ragazzo cosa fu il vibrione al sud: scoppiò il colera, malattia venuta non dall’estero ma dal passato, e non da misteriosi incroci tra laboratori e animali ma dalle cozze del mare nostrum.

Ci furono un po’ di morti, centinaia di contagiati. Quella volta fu un’epidemia terrona. E io ancora ricordo le file nei cinema per la profilassi e per ottenere il permesso di circolare, poi un viaggio per una borsa di studio in Val d’Aosta, e io costretto a esibire il mio certificato di esule da un paese appestato mentre altri viaggiatori leggevano su La Stampa che proprio nel mio paese c’erano stati alcuni casi e loro commentavano: speriamo che non ce li mandino qui. E poco dopo il controllore svelò la mia morbosa provenienza… Stavolta appestato non è il solito sud, ma il nord; e trovo dementi le battute antileghiste e il razzismo anti-nordista che si è scatenato.

Altra lezione da cogliere è la cagionevole fragilità dell’economia globale, della borsa soprattutto, che si abbatte e si ammala per un nonnulla, soffre di depressione e di psicosi più della gente comune. E il ritorno ai “valori” che contano, l’oro per esempio… la nostalgia dell’età dell’oro. Non lasciamo sfrenati il mercato e il capitalismo globale, vanno controllati e subordinati agli interessi reali dei popoli.

Sulla vita che è cambiata, seppur provvisoriamente, possiamo trarre molte lezioni. Per ora, la prima lezione è fare di necessità virtù, favorire la serendipity, cioè fare belle scoperte o riscoperte per il caso accaduto. Visto che siamo costretti, riscoprite il piacere di leggere, per esempio; che diventi virale. Riprendete le occasioni di riflessione, musica e sentimenti, per il domicilio coatto. Il Decamerone di Boccaccio nacque da una quarantena…

O la grande opportunità di valorizzare il lavoro da casa, lo smart working, risorsa non ancora usata nelle sue ricche potenzialità ma che potrebbe ridare qualità alla vita, più attenzione alla famiglia e ai figli, minori ingorghi nel traffico e nei mezzi pubblici.

E su tutto un serafico, operoso fatalismo. Certo, prevenire, fare attenzione, evitare; ma poi rimettersi alla sorte sovrana e alla nostra imperfezione. E per chi crede, alla Provvidenza. A proposito, una bella profilassi spirituale è pregare. Al di là della devozione è un grande esercizio di attenzione, concentrazione spirituale, visione della vita e distacco dalle cose del mondo, beatitudine, purificazione. Le mani vanno lavate, ma restano pulite se sono giunte…

MV, La Verità 26 febbraio 2020


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