Coronavirus, la pastorale igienista tra sciacallaggio gesuita e vescovi che pregano

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Coronavirus, la pastorale igienista tra sciacallaggio gesuita e vescovi che pregano


La Chiesa nel panico da Coronavirus. La pastorale igienista fa sospendere le Messe nel lodigiano e cremonese. Restrizioni a Milano e Padova. Per Bassetti si tratta solo di «qualche sacrificio». Non sarebbe invece il caso di intensificare le Messe per tenere lontano il virus? Il catto-igienismo è il risultato della Messa non più centro insostituibile della vita cristiana, ma semplice servizio. Lo sciacallaggio di Padre Spadaro che politicizza anche la febbre cinese. Ma ci sono vescovi capaci di uno sguardo di fede che fanno pregare i fedeli.


Se il vescovo di Lodi ha deciso di sospendere tutte le Messe nelle parrocchie dei comuni del lodigiano coinvolti nell’epidemia di Coronavirus, avrà avuto avuto sicuramente le sue buone ragioni. Precisamente, le ragioni sono quelle del Prefetto della cittadina lombarda che ha deciso di proibire tutte le manifestazioni pubbliche. Tra queste vi sono anche le Messe, quindi il vescovo non ha fatto altro che applicare alla lettera il dispaccio governativo.


Stessa cosa per Cremona: anche sotto al Torrazzo niente Messe. Mentre a Milano e Padova, il vescovo ha disposto di non usare l'acquasantiera e di prendere la comunione rigorosamente sulla mano. 


Sicuramente nelle pieghe del Concordato o di un qualche accordo Stato-Chiesa sarà prevista anche la “clausolina” che per ragioni di ordine pubblico il governo possa anche d’imperio sospendere le Messe, però è significativo vedere come il clero sia pronto senza batter ciglio a rinunciare a ciò che è davvero indispensabile. Se la ragion di Stato prevale sulla ragion di fede, allora ditelo.


Era davvero indispensabile? La soggettività dell’emotività ha il sopravvento sull’oggettività del “manteniamo la calma” che di solito era una delle stelle polari della Chiesa, ma ha prodotto anche buffi testacoda, come quello della rassicurazione episcopale lodigiana del “massima allerta, ma nessun allarmismo”. Come sia possibile non essere allarmisti dopo che si sono cancellate Messe che probabilmente non erano state tolte nemmeno durante la Seconda Guerra Mondiale e la dominazione napoleonica, è davvero un mistero.


Ma anche questo contribuisce a creare, va da sé, quel clima che il Manzoni a proposito di un’altra celebre epidemia di febbre pestilenziale chiamava «un fatto di cieca e indisciplinata paura», davvero poco saggio se si pensa che neanche il cardinal Federigo aveva osato tanto, limitandosi a esprimere contrarietà sull’utilità della processione per le vie di Milano con la reliquia di Carlo Borromeo. Non risulta che avesse sospeso le Messe, le quali danno cibo all’anima, ma sono anche la via più veloce per arrivare dritti dritti a farci sentire dal Padre nei Cieli. Anzi, nel '500 fu proprio il Santo vescovo di Milano a portare in processione la reliquia del Sacro chiodo proprio per scongiurare un'altra pestilenza simile. 


Semmai era il caso di aumentarle le Messe, non per mettere a rischio la popolazione, ma per non cessare un minuto di chiedere a Dio di essere preservati da una pandemia e da una diffusione del Coronavirus totale. Quale Padre, se un figlio gli chiede un pesce, gli dà una serpe? 


Sfumature preconciliari, direbbe qualcuno. O forse la differenza che segna una fede che si incarna da una che considera ormai la Messa un servizio come tanti, da togliere o aggiungere a piacimento a seconda di fattori sempre esterni? 


Oggi invece si fermano le Messe e si proibisce la comunione in ginocchio come se il cibo per l’eternità potesse arrecare qualcosa di male per l’uomo. E si dispensano i fedeli dal precetto domenicale come se fossero già tutti mezzi moribondi sul letto pronti per l’arrivo dei monatti.


È una deriva igienista, che sta contagiando come un virus molti uomini di Chiesa e che ha contagiato anche il presidente della Cei Gualtiero Bassetti, il quale, impegnato a Bari per il noto evento dei popoli mediterranei, ha pensato di raccomandare ai fedeli di rispettare tutte le norme igieniche. «Dobbiamo allora seguire tutte le norme igieniche e certamente ci sarà qualche sacrificio da affrontare. Se è per il bene della salute e se è per il bene dei nostri cittadini, affronteremo anche qualche sacrificio ma finché non ci vengono date norme precise, anche noi siamo nella condizione di attendere».


È una deriva della pastorale igienista di una Chiesa che da un lato si mostra accondiscendente e rispettosa di tutte le regole della burocrazia sanitaria, ma dall’altro apre uno squarcio desolante su come si sia ridotta la Chiesa "in uscita", la Chiesa "ospedale da campo": chiusa per mancanza di gel antisettico. Ma alimenta così la fobia e la paura. Curioso: la leggenda nera degli untori iniziò proprio nel Duomo di Milano con la comparsa di una sotanza giallognola sugli assiti del tempio milanese. Molti secoli dopo nello stesso tempio torna a rivivere il grido del "dagli all'untore!". 


Va detto che c’è anche il rischio di essere estremisti dall’altra parte. Cioè di sottovalutare il pericolo rappresentato dal Coronavirus e collegare le misure di quarantena e semi coprifuoco con il complottismo politico e paranoico che solo i teologi dei salotti possono partorire. La vignetta pubblicata da padre Antonio Spadaro ieri mattina è un’offesa non solo al suo status di sacerdote, ma soprattutto un affronto a tutti gli italiani che il Coronavirus ce l’hanno davvero. La vignetta non merita molte descrizioni: anche in questo caso è colpa della Lega sovranista. Ovviamente è follia pura, ma Spadaro, che gode di una fiducia incondizionata del Santo Padre nonostante abbia dato prova molte volte di essere un ideologo e non un pastore, continuerà ad acquisire meriti. E poco gli importerà se anche stavolta abbia dato prova di doti di sciacallaggio da anti italiano.


Tra un estremo e l’altro però c’è una Chiesa che fortunatamente non ha perso il senso dell'orientamento e non ha alcuna intenzione di farsi tirare la giacca né dalle grida prefettizie né dal gesuitico odio manifestato dallo spin doctor di Civiltà Cattolica.


Sono i vescovi diocesani che stanno incominciando a invitare i propri fedeli a pregare per i malati (leggi QUI), ma soprattutto per chiedere a Dio di tenere lontana la peste del nuovo millennio dalle case. Il Coronavirus ha fatto la sua prima comparsa in Italia in piccoli centri urbani: paesi di provincia in cui ci si conosce tutti e dove – fortunatamente – il campanile costituisce ancora l’edificio più alto.


La Nuova BQ ha raccolto la preghiera di alcuni di loro, ben sapendo che altri se ne aggiungeranno in queste ore. È a loro che tocca il compito di tenere viva la fede del popolo, mantenerlo nella speranza cristiana, perché la calma non è una virtù, e soprattutto affidarsi al Padre, perché solo «dall’Altissimo infatti viene la guarigione (Sir 38,1-2.4.6-15)». E va chiesta senza complessi igienisti.


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