Bloomberg – La moneta unica europea sta crollando

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Bloomberg – La moneta unica europea sta crollando


Da Bloomberg, una analisi dettagliata del nuovo crollo sui mercati della moneta unica. Un insieme di circostanze che unite insieme formano un quadro di un’Europa politicamente nel caos ed economicamente votata al fallimentare modello mercantilistico, con le maggiori economie preda di un inarrestabile rallentamento e incapaci di affrontare le conseguenze della nuova crisi che giunge dalla Cina. Ironia della sorte, la dura legge del mercato tanto osannata dall’ultraliberismo eurista si sta abbattendo sulla moneta unica, che “se due decenni fa era considerata una sfida all’esorbitante privilegio americano, ora si sta rivelando un modello politico profondamente difettoso con un’economia strutturalmente disfunzionale”.  A quasi dieci anni di distanza, il “tramonto dell’euro” diventa anche il sottotitolo di Bloomberg. 


di John Authers, 11 febbraio 2020



Dalle turbolenze politiche in Germania al rallentamento della produzione, tutto sta andando storto.


Il tramonto dell’euro


Il 2020 doveva essere l’anno in cui l’Europa avrebbe iniziato a ripartire. Dopo avere subito la decisione del Regno Unito di uscire, l’Unione europea aveva la possibilità di procedere con maggiore sicurezza. L’allentamento della guerra commerciale Usa-Cina avrebbe potuto aiutare la ripresa, dopo un crollo della produzione che sembrava giunto al termine. E l’euro avrebbe potuto iniziare a rafforzarsi nei confronti del dollaro, una conclusione attesa a mani giunte nelle capitali dell’Europa e degli Stati Uniti.



Non è andata così. Dopo una brutta giornata in borsa, lunedì, l’euro ha toccato il minimo da quattro mesi, è andato vicino al minimo di 30 mesi, al di sotto del livello raggiunto nel giorno delle elezioni statunitensi, a novembre 2016. Ancora una volta l’euro sta crollando.


Cosa sta accadendo, esattamente? Dietro a questo declino non c’è un solo fattore, ma piuttosto una travolgente combinazione di circostanze che sta spingendo la valuta a deprezzarsi.


Prima di tutto, ovviamente, c’è la politica. In tutta Europa, il centro non riesce più a reggere. In Germania, la disputa sull’opportunità di consentire al partito di destra Alternative für Deutschland di prendere parte al governo dello stato della Turingia ha portato nel fine settimana alle dimissioni di Annegret Kramp-Karrenbauer, leader dell’Unione Democratica Cristiana di centrodestra e designata alla successione di Angela Merkel come cancelliera. La politica tedesca quindi naviga nel caos.


Similmente, in Irlanda, l’emergere del partito radicale di sinistra Sinn Fein alle elezioni politiche del paese come il partito di maggioranza nella camera bassa ha portato i partiti di centro sinistra e centro destra in uno stato di confusione. Anche la politica irlandese ha subito un riallineamento e non è chiaro quale tipo di politiche o di coalizione di governo ne emergerà.


Poi c’è il settore manifatturiero. Lunedì l’Italia, dopo la Germania e la Francia, ha riportato dati orribili sulla produzione industriale alla fine dell’anno scorso. Il coronavirus non aveva ancora avuto alcun effetto; la manifattura si sarebbe dovuta riprendere ed era in attesa di una spinta dalla rinnovata domanda cinese, dopo la guerra commerciale.  Stiamo assistendo ora, alla chiusura dell’anno, a un brusco rallentamento di tutte e tre le maggiori economie della zona euro.



In terzo luogo, la situazione è negativa perché  l’eurozona in questi giorni non appare un luogo in cui trovare riparo dai problemi dell’economia cinese. Un rallentamento di una certa importanza per la Cina può ormai essere considerato un dato di fatto, come risultato delle tardive misure per contenere l’epidemia. Purtroppo per l’Europa, questo avverrà nel momento in cui la Germania si è messa in balia dell’economia cinese. I dati del Fondo monetario internazionale mostrano che le esportazioni dalla Germania verso la Cina oggi superano, anche se di poco, quelle dagli Stati Uniti, un’economia molto più grande.



Se si cerca un rifugio dalla Cina, questo non è certamente l’euro. Ed è probabilmente il dollaro. Questo grafico di John Velis della Bank of New York Mellon Corporation mostra che, se anche gli Stati Uniti sono il paese che a livello internazionale ha condotto  politiche aggressive nei confronti del potere commerciale cinese, ora sono quelli che soffriranno meno di tutti per le attuali difficoltà dell’economia. È il paese rifugio più ovvio:



Al di là di questi motivi fondamentali, vi è anche il problema tecnico che l’euro è diventato una valuta molto interessante per i finanziamenti carry trade: ovvero la pratica di prendere in prestito in una valuta con bassi tassi di interesse, parcheggiare il denaro in una con tassi più elevati e intascare la differenza, il cosiddetto “carry”. Tradizionalmente, i carry trade sono stati quasi sinonimo dello yen giapponese, che è stato utilizzato come valuta di finanziamento per molte operazioni speculative andate disastrosamente male durante la crisi finanziaria globale. Ma ora l’euro, con i suoi tassi negativi, funziona ancora meglio. Negli ultimi cinque anni è stata una valuta di finanziamento molto più redditizia per coloro che vogliono parcheggiare in pesos messicani, ad esempio, rispetto allo yen:



Quando una valuta diventa popolare per il carry trade, subisce naturalmente una pressione al ribasso. Ciò sta contribuendo ai problemi dell’euro.


Anche tenendo conto di tutto ciò, tuttavia, è chiaro che il dollaro sembra attualmente molto attraente per i traders di valuta estera. Lo dimostra il grafico seguente, che rappresenta il divario tra i rendimenti obbligazionari a 10 anni negli Stati Uniti e in Germania. Questo dovrebbe essere un fattore determinante per un tasso di cambio, con i fondi che vengono attratti dal tasso più elevato. Se il differenziale si riduce, ci aspetteremmo che la valuta con i tassi più alti si indebolisca. Ma, come mostra il grafico, il differenziale si è costantemente ridotto a favore dell’euro dalla fine del 2018. E questo non ha aiutato. Secondo i futures sui fed funds, la Federal Reserve dovrebbe ora tagliare i tassi target almeno una volta quest’anno, con una probabilità del 50 per cento di una seconda riduzione, mentre la Banca centrale europea è ferma. E anche questo non fa nessuna differenza. La forza del dollaro è in diretto contrasto con le pressioni provenienti dai mercati obbligazionari:



Quindi perché i soldi corrono verso gli Stati Uniti, nonostante tutto? Senza voler lasciare spazio ad alcun trionfalismo politico, i mercati sono ovviamente prevenuti rispetto alla situazione attuale, in cui il senatore Bernie Sanders è considerato il probabile candidato dei democratici ed è dato probabilmente perdente nei confronti di Donald Trump. C’è anche un po’ di trionfalismo attorno alle società statunitensi. Le più grandi aziende del mondo, al momento, sono tutte americane e stanno conquistando il resto del pianeta. Il dominio dei gruppi Internet statunitensi ha contribuito a garantire che il mercato azionario statunitense continui ad avere prestazioni migliori rispetto al resto del mondo, e in particolare all’Europa, in misura notevole. Il grafico mostra la performance relativa dei titoli statunitensi dall’inizio del 1999, quando è nato l’euro.



Quando vi è un tale flusso di capitali verso le società americane, chiaramente il dollaro si rafforza. Il dollaro, ponderato in base agli scambi commerciali, ha appena vissuto la sua settimana più forte in quasi un anno.


Traspare un certo trionfalismo. Come afferma Marc Chandler di Bannockburn Global Forex, con sede a New York, il coronavirus è ora ampiamente interpretato come la circostanza che ha rivelato che la Cina non è, nei fatti, pronta a sfidare l’egemonia economica americana, e c’è anche una certa eccitazione all’idea che il pasticcio nella gestione della situazione a Wuhan potrebbe anche sottolineare i gravi problemi del modello politico cinese.


Combinando tutto questo con la sensazione che l’Europa, la cui moneta comune due decenni fa era considerata anch’essa una sfida all’esorbitante privilegio americano, si sta ora rivelando un modello politico profondamente difettoso con un’economia strutturalmente disfunzionale, potenzialmente ne deriva un momento di classica repulsione dei mercati per l’Europa, unito al trionfo americano e a un dollaro molto forte.


Il trionfalismo potrebbe essere prematuro? Certo. Il sistema politico americano è sottoposto a diversi tipi di pressioni, e dobbiamo attenderci altri nove mesi di classica soap opera politica americana fino alle elezioni. È molto probabile che alla fine qualcun altro diventi presidente, non Donald Trump; presumibilmente qualcuno che si definisca socialista. Ma per ora questo è un momento di trionfo americano e di sconfitta europea, e si manifesta chiaramente nel gioco a somma zero del mercato dei cambi.


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