Anche il Nord Europa è senza figli. La politica non basta

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Anche il Nord Europa è senza figli. La politica non basta


Incentivi, bonus, asili nido, quoziente familiare, defiscalizzazioni, contributi vari. Sono le ricette per il rilancio della natalità che quasi sempre, quando si parla d’inverno demografico, si sentono ripetere. Dando per scontato che bastino, se applicate bene, ad invertire la tendenza. Ma così non è, come provano non le previsioni di qualche pessimista, ma l’esempio dei Paesi nordici. A confermarlo, nello specifico, è State of the Nordic Region 2020, un report che monitora popolazione, mercato del lavoro e andamento economico nordeuropei.


Ebbene, dal documento emergono aspetti demografici che sarebbe riduttivo definire inquietanti. Essi sono essenzialmente tre. Il primo riguarda la natalità che, da anni, sta continuando a scendere in tutta la regione nordica, con record negativi mai raggiunti per Islanda, Norvegia e Finlandia, Paesi i cui attuali tassi di fertilità risultano i più bassi mai registrati.


Clamoroso appare il caso dell’Islanda dove, in appena dieci anni, il tasso di natalità è calato, anzi precipitato da 2,2 a 1,7 figli per donna. Con la conseguenza che, se oggi la regione nordica è leggermente sopra alla media europea (1,5) – ma ben sotto il decisivo tasso di sostituzione -, lo si deve principalmente a Svezia (1,75) e Danimarca (1,73).  La sola, virtuosa eccezione, con i suoi 2,5 figli per donna, risulta l’arcipelago danese delle Isole Faroe, dove vivono poco più di 50.000 persone: così poche da rendere quella, appunto, la classica eccezione che conferma la regola.


Un secondo dato significativo dello State of the Nordic Region 2020 riguarda l’invecchiamento delle coppie all’arrivo del primo figlio. Oggi i genitori sotto i 25 anni, anche da quelle parti, sono infatti rarità e quelli over 35 aumentano.


Il terzo aspetto rilevante del report riguarda il congedo di paternità e le altre politiche sociali: tutte misure che, pur essendo all’avanguardia a livello mondiale, non stanno producendo che effetti minimi sull’andamento demografico. 


Quest’ultimo aspetto viene apertamente riconosciuto da Anna Karlsdóttir, ricercatrice coautrice della ricerca in parola, la quale ammette: «Sebbene le politiche familiari abbiano avuto un effetto sui tassi di natalità, l'impatto non è stato così grande come ci si potrebbe aspettare». In effetti, i numeri, come si suol dire, parlano da soli: dal 1965 ad oggi in Svezia i figli per donna sono passati da 2,31 a 1,75, in Norvegia da 2,9 a 1,56, in Finlandia addirittura da 3 a 1,41. 


Quest’ultimo dato, quello finlandese, appare particolarmente impressionante per due ragioni. La prima riguarda il fatto che parliamo della nazione in testa al World Happiness Report, primato che lo rende in teoria il «Paese più felice del mondo», ossia quello in cui la percezione di felicità dei propri cittadini è maggiormente elevata. 


Il secondo elemento degno di nota concerne le politiche pro natalità finlandesi, che sono semplicemente esemplari. Basti ricordare che, fin dal lontano 1938, alle donne in attesa di partorire arriva l’äitiyspakkaus: un «pacco neonatale» contenente davvero di tutto (vestitini, copertina, un completino pesante, cuffiette, calzini, un set di lenzuola, uno per l’igiene del bambino completo di spazzolino da denti e forbicine per le unghie, materasso e bavaglino) e che, spesso, diventa pure la prima culla del bambino. Ciò nonostante, i dati della natalità sono quelli che abbiamo detto.


Tutto questo, per prevenire facili obiezioni, rende forse meno fondate le pressioni al governo italiano affinché si decida ad investire sulla famiglia? Certo che no, soprattutto dopo che anche il Presidente della Repubblica Mattarella, nei giorni scorsi, si è soffermato proprio sull’inverno demografico con toni irritualmente allarmati. Tuttavia, l’attuale condizione dei Paesi nordeuropei – i più virtuosi del mondo quanto a welfare – qualcosa dovrebbe insegnare sull’origine culturale prima che economica della denatalità. Una piaga arginabile solo se si torna a promuovere il matrimonio e la stabilità coniugale.


Diversamente, se si pensa che si tratti solo di una questione di asili nido o di quoziente familiare, questa fondamentale partita è, purtroppo, già persa in partenza. Un’amara considerazione che andrebbe condivisa anche con certo mondo cattolico che, da anni, chiede al Parlamento un impegno anzitutto economico, dimostrando di aver compreso ben poco del problema che abbiamo davanti.


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