Le apparizioni mariane e un interessante sondaggio sulla fede degli italiani

VITTORIO MESSORI https://gloria.tv

Le apparizioni mariane e un interessante sondaggio sulla fede degli italiani

 

E' stata pubblicata di recente [dal maggiore editore laico, Mondadori (nel 1995, ndr), a conferma dell’importanza data all’iniziativa] la più estesa, approfondita, rigorosa ricerca sulla «religiosità in Italia». Realizzata dall’università Cattolica di Milano - «con l’incoraggiamento e il sostegno della Conferenza episcopale italiana», scrive nella presentazione il rettore di quel- l’ateneo -, la ricerca ha coinvolto un vastissimo campione statisticamente rappresentativo dell’intera popolazione italiana dai 18 ai 74 anni. Utilizzando ricercatori appositamente addestrati che si sono recati presso l’abitazione degli intervistati (previo accordo con lettera personale), 4.500 italiani in 166 Comuni hanno risposto a 340 «variabili», come le chiamano, che dovrebbero disegnare un panorama completo dell’atteggiamento davanti alla religione.

Per quel che ci riguarda - e per quel che conta -, capiamo l'interesse dei sociologi (è il loro mestiere), ma come credenti interessati soprattutto all’apostolato non ci sembra di dover sopravvalutare l’importanza concreta di simili iniziative. Spesso, in effetti, non fanno che confermare quanto già sa, deduce, intuisce chi vive con consapevolezza, al contempo lucida e affettuosa, in mezzo ai suoi fratelli in umanità. L’evangelizzazione del mondo (dagli inizi entusiastici di cui testimoniano gli liti degli Apostoli sino alle epopee missionarie di molti secoli) non è stata preceduta o accompagnata dai sociologi, dagli antropologi culturali, né da alcun altro professore o «esperto», li non perché allora non fossero di moda, ma perché l’annuncio del Vangelo risponde a leggi e scopi che poco hanno a che fare con le «ricerche di mercato», con i «sondaggi di opinione» e con i grafici e i diagrammi con cui gli specialisti si guadagnano il pane.

La sola «esperienza» messa in campo dalla Chiesa - e spesso con efficacia straordinaria, e tanto più quanto più si è fidata della forza del kerygma, della sua capacità di far breccia nel cuore degli uomini - è stata quella ricordata da un Papa attento come pochi altri alle esigenze dell’apostolato moderno. Da Paolo VI, cioè, il quale, nel suo discorso all’assemblea generale delle Nazioni Unite nel periodo stesso - l’autunno del 1965 - in cui si concludeva il Concilio Vaticano II, definì i cristiani come «esperti in umanità». E proprio questa straordinaria esperienza in ciò che davvero conta, può rischiare di essere vanificata (rovesciando, dunque, le attese: è la vecchia maledizione della eterogenesi dei fini) da certe teoriche «programmazioni» ecclesiali, da certe astratte «pianificazioni pastorali», elaborate da uomini di Chiesa in base a rilevazioni, sondaggi, attivismo di socio-psicologi. Malgrado tutto - accanto a molte conferme scontate di ciò che un pastore attento già sa, per il fatto stesso di vivere fianco a fianco ai suoi contemporanei, scrutandone i cuori e le menti -, iniziative come quella dell’università Cattolica e della Cei possono presentare motivi di riflessione; addirittura, talvolta, di una certa sorpresa.

Tra quei motivi di riflessione (dai quali cercare di trarre, forse, concrete indicazioni per l’apostolato) ce n’è uno che riguarda in modo particolare uno dei temi attorno ai quali gira questo nostro taccuino. In effetti, il 53° punto del questionario sottoposto alle 4.500 persone del campione (indifferenziato, si ricordi, non composto solo di espliciti credenti) poneva la seguente domanda: «Che cosa pensa delle apparizioni della Madonna che sarebbero avvenute a Lourdes e a Fatima?». Ebbene, si scopre che il 55,7 per cento degli interpellati non ha dubbi e sceglie la risposta più affermativa, quella che dice: «Sono segni della presenza di Dio in mezzo agli uomini». Un altro 29,4 per cento opta per la risposta: «Sono incerto, non so dare una risposta». Dunque, 1’85,1 per cento degli italiani (se il sondaggio, ben inteso, è attendibile: ma così giurano i sociologi e anche i vescovi, che l’hanno fatto proprio) o è sicuro della verità di Fatima e Lourdes; oppure è in una posizione possibilista, pronto a convincersi, se qualcuno gli spiegasse come è andata davvero. In ogni caso, si dichiara disponibile a passare dall’incertezza all’assenso, e non nega affatto la possibilità che in quei due luoghi Dio si sia manifestato. Dice solo di non saperne abbastanza.

Gli esiti del sondaggio sono ancora più probanti, se a quel già notevolissimo 85 e più per cento aggiungessimo il 3,9 che ha scelto la risposta: «Non mi interessa». E questo, probabilmente, solo perché nessuno - nella Chiesa e, in genere, tra i credenti - ha saputo risvegliarlo, l’interesse; mostrando non solo il fascino, ma anche il rilievo, per ogni uomo, di quei due eventi straordinari.

Esaminando questi risultati, non si creda di trovarsi davanti ad atteggiamenti di «fideismo residuale», a «sacche di superstizione in via di superamento» che coinvolgerebbero soprattutto donne emotive, anziani, abitanti di aree marginali e depresse. Se si va a vedere l’analisi dettagliata, si scopre che, quanto al sesso, su cento persone convinte senza esitazione da Lourdes e da Fatima, gli uomini rappresentano un niente affatto trascurabile 47,4 per cento.

Passando all’età, si fanno scoperte ancor più significative: i «convinti» sono più numerosi (52,2 per cento) tra i giovanissimi - la fascia dai 18 ai 21 anni - che tra i giovani, quelli tra i 22 e i 29 anni (47,9 per cento). Ma la credenza nelle apparizioni sale subito dopo, fra i 30 e i 49 anni, alla stessa percentuale - 52,2 - di quelli che sono attorno ai vent’anni. Ulteriore salita con la successiva fascia d’età, per arrivare al culmine (il 67,1 per cento) per gli oltre sessantacinquenni. C’è dunque, in totale, un sostanziale equilibrio, che vede tra l’altro uniti nella stessa percentuale nel «fidarsi» di Lourdes e Fatima i ventenni e i cinquantenni.

Veniamo ora alla terza variabile, quella legata all’area geografica. Veniamoci, per scoprire che piemontesi, lombardi, liguri (dunque, gli abitanti delle zone economicamente e culturalmente più sviluppate del Paese) danno risposte affermative sulle apparizioni mariane in misura ridotta solo di poco rispetto a siciliani e sardi. In effetti, la percentuale del «sì» all’enigma di Lourdes e Fatima è del 56,1 per l’Italia insulare e del 51,9 per il Nord-Ovest. Il vantaggio delle Isole si riduce ancor più rispetto al Centro, dove i «convinti» salgono al 52,6 per cento. Su tutte, dominano le regioni del Sud, dove ben il 67,6 per cento della popolazione non ha dubbi: Maria, in quei due luoghi, è apparsa davvero.

In ogni caso, il dato più significativo è questo: dalle Alpi a Pantelleria, la maggioranza degli italiani a domanda risponde che, nella cittadina dei Pirenei e nel villaggio portoghese, la Madonna ci ha dato un autentico «segno della presenza di Dio in mezzo agli uomini», per dirla con il questionario. Al di sotto di quella maggioranza assoluta - il 50 per cento è superato in ogni zona del Paese - si scende solo per quanto riguarda il Nord- Est: 47,9 per cento. Il dato può stupire, visto che di quell’area fanno parte il Veneto e il Trentino-Alto Adige, regioni considerate tradizionalmente religiose: anche se pure da quelle parti i tempi sono cambiati. Ma, ad abbassare la media provvedono probabilmente il Friuli-Venezia Giulia, zona più problematica (si pensi, per esempio, a Trieste, crogiuolo storico di varie fedi e di varie incredulità), e, soprattutto, l’anticlericale Romagna e la scettica, magari persino beffarda Emilia. Qui, spesso, più che la miscredenza, la fa da padrone un «rispetto umano» che induce a negare in pubblico (in questo caso davanti all’intervistatore per un sondaggio) ciò che dentro se stessi si professa. E sia detto con la simpatia solidale di chi proprio da quelle parti è nato; e parla, dunque, con cognizione di causa...

Comunque sia, a ulteriore, definitiva conferma dell’atteggiamento di fiducia degli italiani nei confronti di Lourdes e Fatima (con tutto ciò che quei due nomi significano e portano con sé) viene dalle percentuali riscosse dalle due possibili risposte in negativo alla domanda.

Naturalmente non va dimenticato che il sondaggio ha riguardato non un campione di credenti, di cattolici o, addirittura, di praticanti; bensì tutta la popolazione del Paese. È un avvertimento che permette di valutare meglio il dato che segue. In effetti, si pensi che soltanto 1’1,8 degli interrogati ha scelto la risposta: «Sono invenzioni dei preti». Addirittura, meno di una donna su cento (lo 0,9) opta per una simile ipotesi. Quanto alle fasce di età, che comprendono maschi e femmine, le due che vanno dai 22 ai 49 anni registrano solo 1’ 1,6 per cento di sospetto che si tratti di combine clericale. Ancor più significativo: la percentuale più alta di coloro che temono un «raggiro dei preti» non si registra né tra i giovanissimi né tra i giovani ma tra i più anziani: dai 65 ai 74 anni. E, tanto per andare ancora contro i luoghi comuni, sono più «diffidenti», qui, le Isole (2 per cento) e, soprattutto, il Centro (2,2); mentre il Nord-Ovest e il Nord-Est si situano su un modestissimo 1,7 per cento.

È invece più elevato (anche se siamo ancora e sempre su percentuali marginali) il numero di coloro che hanno scelto l’altra possibile risposta in negativo: «Lourdes e Fatima sono invenzioni popolari, allucinazioni o suggestioni». Qui, in effetti si schiera, in totale, il 9,3 per cento. Ma, pure qui, non si pensi a un abisso tra un Nord «scafato», «adulto», «razionalista» e un Sud «arretrato», «superstizioso». In effetti, tra un Nord-Ovest scettico all’11,3 per cento stanno le Isole all’8,1: uno stacco, dunque, di solo poco più di tre punti.

Simili exploits mariani fanno ancor più riflettere se comparati ad altri della stessa inchiesta e relativi alle basi stesse del Credo. In effetti, se - ricordiamolo - il 55,7 per cento degli italiani di ogni fede o di ogni incredulità si dice certo della verità delle due più celebri e attestate apparizioni della Vergine, solo il 27,5 risponde «ci credo molto» all’affermazione propostagli: «Ogni uomo risorgerà alla fine dei tempi»; e solo il 36,5 dà la stessa risposta positiva alla frase: «Nell’uomo esiste un’anima immortale». Ma le percentuali sconcertanti potrebbero moltiplicarsi a piacere: si fermano al 34,8 coloro che rispondono «ci credo molto» a «la Chiesa cattolica è un’organizzazione voluta e assistita da Dio»; 41,5 per «penso che dopo la morte ci sia un’altra vita»; addirittura un misero 27,5 a «Credo che ogni uomo risorgerà alla fine dei tempi»; 49 a «Sono convinto che la Parola di Dio è rivelata nella Sacra Scrittura».

Se si va spigolando, poi, nei concreti atteggiamenti religiosi, gli spunti di riflessione, o di sconcerto, si affastellano. Per esempio: solo un piccolo 7 per cento opta per la risposta: «seguire le indicazioni delle autorità religiose» alla domanda: «Che cosa dovrebbe fare una persona che crede in Dio?». (A monito, poi, di noi scribi, di noi giornalisti e scrittori «cattolici», c’è solo un insignificante 2,6 per cento di italiani persuasi che un credente dovrebbe «leggere pubblicazioni religiose...»).

Tutto questo - e molto altro che, ovviamente, si potrebbe rilevare da una ricerca tanto sofisticata ed estesa - va visto, ci pare, sullo sfondo degli esiti di una domanda particolarmente rivelatrice. È quella che recita: «A chi si rivolge più spesso nelle sue preghiere?». Ebbene, i 4.500 «campioni» interrogati hanno risposto per ben il 46,8 per cento: «alla Madonna». Ma solo il 38,2: «a Cristo». La percentuale che riguarda Maria è superata solo - con un 57,2 - da quella che concerne Dio stesso. Anche qui, non si pensi a una sorta di «traviamento devozionale» dovuto all’età o alla residenza: solo 3 punti percentuali distinguono un ventiduenne da un quarantanovenne nel privilegiare la preghiera mariana; e meno di cinque punti dividono un cittadino del Nord-Est da uno del Sud. C’è qui, anzi, una omogeneità che si verifica in pochi altri casi. In tutto il territorio italiano, la risposta «mi rivolgo nella preghiera innanzitutto alla Madonna» ha poche oscillazioni: da un minimo del 43,6 per cento al Centro (seguito, a ulteriore smentita delle idées regues, da un altro minimo, il 44 di Sicilia e Sardegna) a un massimo del 52,1 al Sud.

Ma il Nord-Est opta per Maria in misura quasi altrettanto massiccia: 47,4. Dunque, neppure il posto privilegiato che Maria continua ad avere nell’universo religioso della gente (quella, per sua fortuna, «comune», «anonima», che nulla ha dunque a che fare con certe teorie pastorali) è il retaggio di un sottosviluppo in via di superamento. Le nuove generazioni delle regioni all’avanguardia guardano alla Madonna - malgrado tutto - in misura quasi eguale a quella delle generazioni precedenti. Nonostante certi tentativi di scalzarla o, almeno, di ridimensionarla, Maria continua a vivere («istintivamente», verrebbe da pensare, visto lo scarso aiuto di non poca catechesi attuale) nel cuore anche dei giovani. Forse che il rivolgersi a lei in modo privilegiato, nella preghiera, non è segno inequivocabile di quella sua vita tenace?

Se volessimo ora venire a un suggerimento «pastorale» (per quanto simile compito possa convenire a un laico: ma il dovere dell’apostolato non ricade su ogni battezzato?), le indicazioni ci sembrano assai chiare. Maria e, in particolare, i luoghi delle sue apparizioni rappresentano, oggi più che mai, delle chances straordinarie per la fede. Il motivo dell’efficacia, che persiste con tale vigore, sta nel fatto che in quei luoghi il Vangelo è riproposto non come sistema astratto di credenze e di indicazioni morali, ma come incontro. La «teoria», lì, si fa esperienza concreta. Per i veggenti, certo; ma anche per i pellegrini che ritrovano l’emozione e lo stupore del contatto con il Sacro.

Da tempo andiamo esponendo un’opinione, per quanto inquietante: i travagli della Chiesa negli ultimi decenni non sono determinati innanzitutto da una crisi delle istituzioni ecclesiali, alla ricerca di nuovi assetti dopo il Concilio. Dietro quella crisi istituzionale c’è in realtà una crisi di fede: come confermano, del resto, anche i risultati del sondaggio che citavamo. Se è così, perché non far leva proprio sulla straordinaria fiducia che la gente (giovani compresi) ripone nella verità di luoghi come Fatima e Lourdes? Perché non partire da lì per una rievangelizzazione che potremmo dire «deduttiva»: dalla realtà di quei fatti, cioè, alle verità di fede che presuppongono e che confermano?

Per restare a Lourdes, le parole della Vergine a Bernadette («Non vi prometto di farvi felice in questa vita, ma nell’altra») non confermano forse quella speranza nella vita eterna che è tra le verità oggi meno accettate o sulle quali c’è più incertezza, come anche questo sondaggio conferma? Ancora: l’autodefinizione che l’Apparsa dà di se stessa («Io sono l’immacolata Concezione»), ribadendo il dogma definito dal Papa appena quattro anni prima, non è forse la chiara conferma di una Chiesa assistita da Dio stesso e legittimata a parlare in suo nome?

Per continuare: il «pregherete Dio per i peccatori» non è forse espressione di almeno tre verità? E cioè: c’è un Dio misericordioso che può essere raggiunto dalla preghiera; è una realtà la comunione dei santi, per la quale ciascuno può intercedere per gli altri; l’esistenza e la negatività del peccato. Sono concetti ribaditi pure dal triplice: «Penitenza!» e dall’invito: «Andate a baciare la terra, in penitenza per la conversione dei peccatori».

E quando l’immacolata esorta: «Andate a dire ai preti che vengano qui in processione e che qui si costruisca una cappella», non ribadisce forse la verità della Chiesa, la legittimità e le prerogative privilegiate, in essa, del clero, la necessità e l’opportunità del culto liturgico e, in genere, delle manifestazioni di devozione pubblica?

I negatori, talvolta anche cristiani, di Lourdes, hanno fatto spesso dell’ironia su questa Madonna che si sarebbe scomodata dal Cielo per venire a dire a un’ignorante «poche e banali parole». In realtà, si potrebbe dimostrare (e qualcuno l’ha fatto) che in quelle espressioni «poche e banali» è compresa un’intera catechesi cristiana. Da quelle brevissime frasi risultano confermate tutte le verità principali della fede; e non della fede semplicemente cristiana, ma di quella interamente cattolica.

Ma, allora: se quasi il 56 per cento degli italiani (non dei credenti: di tutti gli italiani!) non esita a sottoscrivere per Lourdes e Fatima la risposta «sono segni della presenza di Dio in mezzo agli uomini»; e se quasi un altro 30 per cento è incerto, ma disponibile a farsi convincere; se tutto questo corrisponde a una realtà attuale, come gli stessi vescovi ammettono, perché non approfittarne? Non è forse per questo che si commissionano simili inchieste? Perché, cioè, non partire proprio da quella roccia sul gave de Pau - ma il discorso può valere anche per l'elce e la brughiera portoghesi - per la rievangelizzazione che chiamavo «deduttiva»? È una questione di logica, di fronte alla quale mettere l’interlocutore: sei convinto della verità di quegli incontri della Terra con il Cielo? Se sì, sii coerente e, dunque, accettane anche le conseguenze che ne derivano.

Non va dimenticato che avere fiducia nella verità di Lourdes significa necessariamente credere pure nella veridicità della testimone, l’unica, di quell’evento. Dunque - come anche qui logica impone - pure la vita di Bernadette, da quel fatidico febbraio del 1858 sino alla morte, si inserisce nella possibile catechesi, nella rievangelizzazione «deduttiva» (il discorso può valere anche per Fatima, dove due veggenti sono già stati beatificati e lo stesso destino sembra attendere anche Lucia, morta poco dopo quella glorificazione dei compagni).

Per stare alla pastorella dei Pirenei: Maria stessa l’ha scelta, le ha promesso salvezza eterna, le ha rivelato tre segreti e una preghiera altrettanto segreta per assisterla, confortarla, nutrirla nella vita spirituale verso l’annunciato paradiso... Chi crede nella verità di Lourdes non può non considerare come esempi genuinamente evangelici le scelte di vita di questa ragazza sulla quale Maria stessa ha promesso di vegliare.

Quando la Chiesa iscrive un suo figlio o una sua figlia nel «canone», nell’elenco dei santi, impegna la sua responsabilità nell’affermare solennemente che quell’uomo o quella donna sicuramente si sono salvati, vivono nella gioia eterna accanto a Dio. Ma la canonizzazione di Bernadette Soubirous è singolare: in questo caso, infatti, la Chiesa ha constatato che la promessa di salvezza e di gioia eterne fatta da Maria a questa ragazza («felice [...] nell’altra vita») si è realizzata; che questa giovane donna è stata seguita e aiutata dall’Alto perché realizzasse le condizioni per quella salvezza. Bernadette ha fatto, cioè, quel che gli altri santi hanno fatto; ma, facendolo, ha adempiuto a un esplicito progetto divino su di lei. Dunque, la via della santità così come la Chiesa l’insegna è quella «giusta», è stata sanzionata da Dio stesso con le scelte e i comportamenti da lui ispirati all’ex pastorella che la Madonna aveva annunciato come destinata alla felicità eterna.

In questa prospettiva, si osservi quale importanza pastorale potrebbe assumere tra l’altro la decisione di Bernadette di farsi suora. Oggi soprattutto, viste le contestazioni radicali che incontra la vita religiosa; o visto anche solo il fermento nella Chiesa in questi anni per i modi con i quali realizzare quella vocazione. Bernadette è stata «spinta» da Maria stessa a farsi suora e, dunque, a procurarsi la vita eterna con l’obbedienza alle regole (oggi giudicate da molti intollerabilmente anacronistiche, magari disumane) di una Congregazione ancien-régime, di cattolicità tradizionale. Farsi Suora della Carità di Nevers non fu, ovviamente, decisione «sua»: a una simile scelta - pur rispettando la sua libertà - fu ispirata, fu sospinta da Qualcuno. Un Qualcuno che, dunque, approvava quel tipo di vocazione, di ricerca della «perfezione cristiana» che può passare, per chi vi sia chiamato, per la triplice via proposta da sempre dalla Chiesa: castità, povertà, obbedienza. Non ne derivano da qui (continuiamo a ragionare secondo logica) conseguenze sul giudizio da dare sulla così contestata vita nei conventi e nei monasteri?

Insomma: visto che i nostri pastori stessi considerano le ricerche come quella da cui siamo partiti come utili alle strategie ecclesiali, se ne tirino le conseguenze. La fiducia nelle «apparizioni mariane», che persiste così tenace in una società apparentemente secolarizzata, è un punto d’appoggio su cui far leva. In questa prospettiva, ci sembra che non debba essere considerata come una sorta di blasfema deviazione, da correggere in nome di chissà quale fede «adulta», la scoperta che sono più numerosi coloro che, nella preghiera, si rivolgono a Maria piuttosto che a Gesù. Da sempre la Tradizione ha saputo che, se non c’è Figlio senza la Madre, non può esserci neppure Madre senza il Figlio. Dove c’è lei, c’è pure Lui. Non c’è, mi sembra, una «concorrenza indebita», un «abuso» su cui intervenire. Non è il Cristo morente che a Giovanni che, sotto la croce, rappresentava l’umanità intera, disse: «Ecco tua madre» (Gv 19, 27)?

Tratto da

Vittorio Messori, Ipotesi su Maria (Apparizioni: istruzioni per l'uso), Ares, Milano 2015 (sesta edizione), pp. 135.144.


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