CONTROSTORIA 14 - AUSTRIA FELIX

Vittorio MESSORI - DA STORIALIBERA

 

Ricerca di una unità che già c'era e che è andata perduta: questo - dicevamo - lo sforzo europeistico dei decenni dopo la seconda guerra che, come la prima, più che "mondiale" fu innanzitutto una guerra civile tra i Paesi del Vecchio Continente.




In mille anni, a partire da Costantino, al cristianesimo era riuscito ciò cui neppure l'impero romano era giunto: unire, cioè, in una stessa cultura e con una stessa lingua di scambio non soltanto l'Europa occidentale ma anche quella centrale e nordica. Una rete fittissima di università e, soprattutto, di abbazie, monasteri, conventi, oltre che di diocesi, costituiva la solida impalcatura attorno alla quale si strutturava una vita comune dai bordi lusitani dell'Atlantico sino alle brumose pianure slave.

Sulle strade europee si muovevano studenti e professori, mercanti e pellegrini che non conoscevano né i nazionalismi (con conseguenti tentazioni di aggressività se non di razzismo), né la sensazione di appartenere a culture diverse. La comune fede nello stesso Vangelo portava al di là di ogni differenza: per tutti la stessa «christianitas», la stessa patria terrena, la Chiesa, mirando alla patria definitiva, in Cielo.

E' ben noto quale catastrofe sia stata la Riforma iniziata da Lutero e proseguita poi dai suoi imitatori: non solo l'unità culturale europea è definitivamente spezzata, ma il Continente precipita nel gorgo sanguinoso delle guerre che, senza interruzione, lo devasteranno sino al 1945. L'individualismo e il particolarismo religiosi portati dalla Riforma si tradurranno nell'individualismo e nel particolarismo politici e culturali che saranno alla base dei nazionalismi.

Sul piano culturale, lo spezzettamento ostile dell'Europa porterà anche all'interruzione dello scambio continuo e fecondo di idee, di uomini, di movimenti artistici che per secoli aveva amalgamato popoli così lontani. All'Europa latina viene a mancare l'apporto prezioso dei germani, degli anglosassoni, degli scandinavi. Ma anche questi ultimi restano isolati dai fermenti dell'Europa del Sud e dell'Ovest. Alla cultura dell'ecumene cattolico segue il provincialismo nazionale.

Tutto questo, dicevamo, è piuttosto noto. Cose lontane, dirà qualcuno, avvenimenti ormai remoti. Ma forse poco si riflette su ciò che è avvenuto ancora nel secondo decennio del nostro secolo.

Sino ad allora, nel cuore del Continente, continuava ad esistere una realtà politico-culturale che in qualche modo testimoniava dell'unità perduta (non a caso era considerata l'ultimo brandello del Sacro Romano Impero). Sotto lo scettro di Francesco Giuseppe, imperatore d'Asburgo, convivevano decine di milioni di uomini delle tre etnìe, delle tre culture principali nella storia europea: germani, slavi, latini. A differenza di quanto sosteneva una propaganda esterna, non era affatto una convivenza imposta dalla forza. Lo mostrarono quattro anni di guerra in cui
le armate dell'Impero multinazionale combatterono vigorosamente, sino all'ultimo, senza sfasciarsi per mancanza di coesione interna. Che quelle armate si sarebbero ammutinate al primo urto in nome del principio nazionale era l'illusione dell'Italia del 1915. E, invece, a Caporetto fu travolto  l'esercito dei Savoia, non quello degli Asburgo il quale, per giunta, a differenza dell'Italia, era impegnato su due fronti. Eppure, dopo tre anni di sanguinose "spallate" gli Italiani, superiori per numero, non solo non raggiunsero né Trento né Trieste ma furono messi in rotta sino al Piave e patirono anche l'umiliazione di dover chiedere aiuto a Francesi ed Inglesi.

Poiché la guerra (una guerra totale come quella, per giunta) è sempre rivelatrice della verità, il test bellico mostrò che non era affatto artificiosa l'unità di un Impero che era giudicato decrepito, un relitto del passato. Mentre, pur nei suoi limiti, prefigurava quel futuro che si sarebbe poi tentato di ricostruire.

E' indubbio che proprio le forze "democratiche", "progressiste", mirarono a distruggere sin dalle fondamenta l'Impero Austro-Ungarico. In Italia, questa distruzione è lo sforzo secolare delle minoranze prima "rivoluzionarie" e poi borghesi sin dal 1815, dal Congresso di Vienna. L'interventismo italiano del 1914 non fu delle "destre" ma, innanzitutto, delle "sinistre". Tutta la massoneria europea, a cominciare da Georges Clemenceau - capo del governo francese, venerabile delle Logge e fanatico anticlericale - non voleva solo vincere l'Impero degli Asburgo ma cancellarlo dalla carta geografica, ridurlo a un mero ricordo storico.

Perché quest'odio contro una costruzione statale dalla composizione multietnica, davvero "inter-europea", dall'impeccabile amministrazione (ancora spesso rimpianta dagli ex-sudditi), dalla giustizia rigorosa e che aveva mostrato, tra l'altro, uno straordinario vigore culturale? Vi sono oggi editori che hanno costruito non poca parte del loro prestigio e della loro fortuna proprio nella riscoperta di quell'eccezionale patrimonio intellettuale. Al quale (a conferma di una libertà che le propagande cercarono di negare) diede un ricchissimo contributo l'ebraismo. Basterebbero, a provarlo, i nomi di israeliti come Sigmund Freud, Franz Kafka, Joseph Roth i quali (alla pari della quasi totalità dei loro correligionari nei territori austro-ungarici) si schierarono decisamente per la causa dell'Impero, facendo quanto era in loro potere per salvarlo.

E' ebreo anche Karl Popper che alcuni considerano il maggiore filosofo del Novecento e che, tra gli ultimi a conoscere l'Austria "imperiale", scrive: «Vienna era davvero una città incredibile, caratterizzata da una creatività ineguagliabile. Era una mistura feconda di quasi tutte le culture europee: il regime favoriva la libera espressione e l'incontro di queste diverse tradizioni. Inoltre, diversamente da altri luoghi dove culture disparate convivono - poniamo la New York di oggi - nell'Austria degli Asburgo non c'era violenza».

Tra le ragioni di quell'autentico odio "progressista" per la felix Austria, di quel desiderio di radicale distruzione, c'era l'avversione verso il ramo germanico degli Asburgo, considerato una delle colonne del cattolicesimo anche perché (unica casata europea) non aveva perseguitato la Chiesa, almeno per tutto l'Ottocento, malgrado i problemi dati nel secolo precedente alla Chiesa stessa dal "dispotismo illuminato" di Vienna. Nei confini dell'Impero, poi, alla tolleranza per ogni culto, si accompagnava il divieto di associazioni segrete e, dunque, anche della massoneria. La quale vedeva nell'Austria il baluardo di ogni resistenza allo spirito rivoluzionario, sin dai tempi delle Coalizioni che avevano alla fine avuto ragione della Francia napoleonica. Gli Asburgo erano, nel cuore dell'Europa, una garanzia costante di stabilità e di equilibrio contro ogni tentazione anarchica o rivoluzionaria, come poi ben si vide quando scomparvero.

Ma, soprattutto, gli Asburgo continuavano un sistema che si opponeva radicalmente al nazionalismo nato nel 1789. Nell'Ancien Régime, collante dei popoli era il sovrano cui si guardava come a un padre comune, riflesso terreno del Padre nei Cieli. Varie lingue, abitudini, culture potevano convivere pacificamente perché si riconoscevano nella stessa dinastia, nello stesso re o imperatore, senza bisogno di quell'uniformità rigida (e spesso imposta con la forza) richiesta dai nazionalismi. I quali, pretendendo di far coincidere lo Stato con la Nazione, i confini politici con i confini di una sola cultura ed etnia, divengono intolleranti all'interno contro ogni minoranza e aggressivi all'esterno, in nome del "sacro egoismo nazionale".

Per secoli, ad esempio, i savoiardi, pur abitando al di là delle Alpi e parlando francese, erano stati i sudditi più fedeli dei Savoia anche quando questi trasferirono la capitale a Torino e il loro baricentro si spostò sull'Italia. Così, nella marina austriaca (quella stessa che batté gli italiani a Lissa e li tenne in scacco nell'Adriatico nel '15-'18) la lingua franca era il veneto, formata com'era, quella flotta, da istriani e dalmati di cultura italiana ma fedelissimi all'imperatore. Le armate della vecchia Europa prima del 1789 erano composte da uomini di paesi diversi, di diverse lingue e tradizioni, ma uniti dalla devozione allo stesso sovrano.

Tutto ciò era ovviamente intollerabile per i fautori del principio di nazionalità. Non si poteva sopportare che un Francesco Giuseppe si considerasse (e così fosse considerato dai suoi sudditi) non come capo di una nazione centralizzata e resa burocraticamente uniforme con le buone o le
cattive, ma come il padre dei suoi popoli, anche se di lingua e di costumi diversi.

Sottoposto così, per tutto l'Ottocento, all'aggressione ora bellica ora propagandistica dei nazionalismi, l'Impero fu alla fine trascinato alla guerra fatale proprio dalla pistola di un nazionalista, il serbo diciottenne Gavrilo Princip, sotto i cui colpi caddero a Sarajevo, quel fatale 28 giugno 1914, l'erede al trono asburgico e la moglie. L'Impero caduto, anche per sua colpa, nella trappola del nazionalismo slavo, con l'intervento militare della Russia, fu poi aggredito a Sud da una guerra cui l'Italia poteva proficuamente restare estranea e che fu voluta tenacemente da socialisti come
Leonida Bissolati e da liberali nazionalisti come Antonio Salandra (mentre i cattolici, come ben si sa, erano tenacemente per la neutralità).

Alla fine, pur potendosi in qualche modo salvare, la millenaria costruzione fu deliberatamente smembrata in nome di un astratto principio di nazionalità che avrebbe dovuto assicurare felicità e pace e preparò invece un'altra guerra ancora più feroce, oltre a guerre civili negli Stati "liberati dall'oppressione asburgica". Sotto i colpi delle forze della "modernità" finiva un laboratorio di quella possibile unità europea che oggi si cerca di ricostruire.


In mille anni, a partire da Costantino, al cristianesimo era riuscito ciò cui neppure l'impero romano era giunto: unire, cioè, in una stessa cultura e con una stessa lingua di scambio non soltanto l'Europa occidentale ma anche quella centrale e nordica. Una rete fittissima di università e, soprattutto, di abbazie, monasteri, conventi, oltre che di diocesi, costituiva la solida impalcatura attorno alla quale si strutturava una vita comune dai bordi lusitani dell'Atlantico sino alle brumose pianure slave.

Sulle strade europee si muovevano studenti e professori, mercanti e pellegrini che non conoscevano né i nazionalismi (con conseguenti tentazioni di aggressività se non di razzismo), né la sensazione di appartenere a culture diverse. La comune fede nello stesso Vangelo portava al di là di ogni differenza: per tutti la stessa «christianitas», la stessa patria terrena, la Chiesa, mirando alla patria definitiva, in Cielo.

E' ben noto quale catastrofe sia stata la Riforma iniziata da Lutero e proseguita poi dai suoi imitatori: non solo l'unità culturale europea è definitivamente spezzata, ma il Continente precipita nel gorgo sanguinoso delle guerre che, senza interruzione, lo devasteranno sino al 1945. L'individualismo e il particolarismo religiosi portati dalla Riforma si tradurranno nell'individualismo e nel particolarismo politici e culturali che saranno alla base dei nazionalismi.

Sul piano culturale, lo spezzettamento ostile dell'Europa porterà anche all'interruzione dello scambio continuo e fecondo di idee, di uomini, di movimenti artistici che per secoli aveva amalgamato popoli così lontani. All'Europa latina viene a mancare l'apporto prezioso dei germani, degli anglosassoni, degli scandinavi. Ma anche questi ultimi restano isolati dai fermenti dell'Europa del Sud e dell'Ovest. Alla cultura dell'ecumene cattolico segue il provincialismo nazionale.

Tutto questo, dicevamo, è piuttosto noto. Cose lontane, dirà qualcuno, avvenimenti ormai remoti. Ma forse poco si riflette su ciò che è avvenuto ancora nel secondo decennio del nostro secolo.

Sino ad allora, nel cuore del Continente, continuava ad esistere una realtà politico-culturale che in qualche modo testimoniava dell'unità perduta (non a caso era considerata l'ultimo brandello del Sacro Romano Impero). Sotto lo scettro di Francesco Giuseppe, imperatore d'Asburgo, convivevano decine di milioni di uomini delle tre etnìe, delle tre culture principali nella storia europea: germani, slavi, latini. A differenza di quanto sosteneva una propaganda esterna, non era affatto una convivenza imposta dalla forza. Lo mostrarono quattro anni di guerra in cui
le armate dell'Impero multinazionale combatterono vigorosamente, sino all'ultimo, senza sfasciarsi per mancanza di coesione interna. Che quelle armate si sarebbero ammutinate al primo urto in nome del principio nazionale era l'illusione dell'Italia del 1915. E, invece, a Caporetto fu travolto  l'esercito dei Savoia, non quello degli Asburgo il quale, per giunta, a differenza dell'Italia, era impegnato su due fronti. Eppure, dopo tre anni di sanguinose "spallate" gli Italiani, superiori per numero, non solo non raggiunsero né Trento né Trieste ma furono messi in rotta sino al Piave e patirono anche l'umiliazione di dover chiedere aiuto a Francesi ed Inglesi.

Poiché la guerra (una guerra totale come quella, per giunta) è sempre rivelatrice della verità, il test bellico mostrò che non era affatto artificiosa l'unità di un Impero che era giudicato decrepito, un relitto del passato. Mentre, pur nei suoi limiti, prefigurava quel futuro che si sarebbe poi tentato di
ricostruire.

E' indubbio che proprio le forze "democratiche", "progressiste", mirarono a distruggere sin dalle fondamenta l'Impero Austro-Ungarico. In Italia, questa distruzione è lo sforzo secolare delle minoranze prima "rivoluzionarie" e poi borghesi sin dal 1815, dal Congresso di Vienna. L'interventismo italiano del 1914 non fu delle "destre" ma, innanzitutto, delle "sinistre". Tutta la massoneria europea, a cominciare da Georges Clemenceau - capo del governo francese, venerabile delle Logge e fanatico anticlericale - non voleva solo vincere l'Impero degli Asburgo ma cancellarlo dalla carta geografica, ridurlo a un mero ricordo storico.

Perché quest'odio contro una costruzione statale dalla composizione multietnica, davvero "inter-europea", dall'impeccabile amministrazione (ancora spesso rimpianta dagli ex-sudditi), dalla giustizia rigorosa e che aveva mostrato, tra l'altro, uno straordinario vigore culturale? Vi sono oggi editori che hanno costruito non poca parte del loro prestigio e della loro fortuna proprio nella riscoperta di quell'eccezionale patrimonio intellettuale. Al quale (a conferma di una libertà che le propagande cercarono di negare) diede un ricchissimo contributo l'ebraismo. Basterebbero, a provarlo, i nomi di israeliti come Sigmund Freud, Franz Kafka, Joseph Roth i quali (alla pari della quasi totalità dei loro correligionari nei territori austro-ungarici) si schierarono decisamente per la causa dell'Impero, facendo quanto era in loro potere per salvarlo.

E' ebreo anche Karl Popper che alcuni considerano il maggiore filosofo del Novecento e che, tra gli ultimi a conoscere l'Austria "imperiale", scrive: «Vienna era davvero una città incredibile, caratterizzata da una creatività ineguagliabile. Era una mistura feconda di quasi tutte le culture europee: il regime favoriva la libera espressione e l'incontro di queste diverse tradizioni. Inoltre, diversamente da altri luoghi dove culture disparate convivono - poniamo la New York di oggi - nell'Austria degli Asburgo non c'era violenza».

Tra le ragioni di quell'autentico odio "progressista" per la felix Austria, di quel desiderio di radicale distruzione, c'era l'avversione verso il ramo germanico degli Asburgo, considerato una delle colonne del cattolicesimo anche perché (unica casata europea) non aveva perseguitato la Chiesa, almeno per tutto l'Ottocento, malgrado i problemi dati nel secolo precedente alla Chiesa stessa dal "dispotismo illuminato" di Vienna. Nei confini dell'Impero, poi, alla tolleranza per ogni culto, si accompagnava il divieto di associazioni segrete e, dunque, anche della massoneria. La quale vedeva nell'Austria il baluardo di ogni resistenza allo spirito rivoluzionario, sin dai tempi delle Coalizioni che avevano alla fine avuto ragione della Francia napoleonica. Gli Asburgo erano, nel cuore dell'Europa, una garanzia costante di stabilità e di equilibrio contro ogni tentazione anarchica o rivoluzionaria, come poi ben si vide quando scomparvero.

Ma, soprattutto, gli Asburgo continuavano un sistema che si opponeva radicalmente al nazionalismo nato nel 1789. Nell'Ancien Régime, collante dei popoli era il sovrano cui si guardava come a un padre comune, riflesso terreno del Padre nei Cieli. Varie lingue, abitudini, culture potevano convivere pacificamente perché si riconoscevano nella stessa dinastia, nello stesso re o imperatore, senza bisogno di quell'uniformità rigida (e spesso imposta con la forza) richiesta dai nazionalismi. I quali, pretendendo di far coincidere lo Stato con la Nazione, i confini politici con i confini di una sola cultura ed etnia, divengono intolleranti all'interno contro ogni minoranza e aggressivi all'esterno, in nome del "sacro egoismo nazionale".

Per secoli, ad esempio, i savoiardi, pur abitando al di là delle Alpi e parlando francese, erano stati i sudditi più fedeli dei Savoia anche quando questi trasferirono la capitale a Torino e il loro baricentro si spostò sull'Italia. Così, nella marina austriaca (quella stessa che batté gli italiani a Lissa e li tenne in scacco nell'Adriatico nel '15-'18) la lingua franca era il veneto, formata com'era, quella flotta, da istriani e dalmati di cultura italiana ma fedelissimi all'imperatore. Le armate della vecchia Europa prima del 1789 erano composte da uomini di paesi diversi, di diverse lingue e tradizioni, ma uniti dalla devozione allo stesso sovrano.

Tutto ciò era ovviamente intollerabile per i fautori del principio di nazionalità. Non si poteva sopportare che un Francesco Giuseppe si considerasse (e così fosse considerato dai suoi sudditi) non come capo di una nazione centralizzata e resa burocraticamente uniforme con le buone o le
cattive, ma come il padre dei suoi popoli, anche se di lingua e di costumi diversi.

Sottoposto così, per tutto l'Ottocento, all'aggressione ora bellica ora propagandistica dei nazionalismi, l'Impero fu alla fine trascinato alla guerra fatale proprio dalla pistola di un nazionalista, il serbo diciottenne Gavrilo Princip, sotto i cui colpi caddero a Sarajevo, quel fatale 28 giugno 1914, l'erede al trono asburgico e la moglie. L'Impero caduto, anche per sua colpa, nella trappola del nazionalismo slavo, con l'intervento militare della Russia, fu poi aggredito a Sud da una guerra cui l'Italia poteva proficuamente restare estranea e che fu voluta tenacemente da socialisti come
Leonida Bissolati e da liberali nazionalisti come Antonio Salandra (mentre i cattolici, come ben si sa, erano tenacemente per la neutralità).

Alla fine, pur potendosi in qualche modo salvare, la millenaria costruzione fu deliberatamente smembrata in nome di un astratto principio di nazionalità che avrebbe dovuto assicurare felicità e pace e preparò invece un'altra guerra ancora più feroce, oltre a guerre civili negli Stati "liberati dall'oppressione asburgica". Sotto i colpi delle forze della "modernità" finiva un laboratorio di quella possibile unità europea che oggi si cerca di ricostruire.

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