Giannino contro il declino «Solo tasse, Monti mi ha deluso»

Intervista ad Oscar Giannino di Pierfrancesco Mei tratto da Gli Altri del 16/10/2012

Oscar Giannino, economista e giornalista, sa bene che il destino politico di Fermare il Declino, il movimento cha ha lanciato in luglio assieme ad altri sei fondatori tra i quali Michele Boldrin e Luigi Zingales, si gioca nelle prossime settimane.


Abbattimento del debito pubblico, diminuzione della spesa e delle imposte sul lavoro, rimodulazione del welfare, meritocrazia, liberalizzazioni: il piano di Fermare il Declino per riformare la politica e l'economia italiana è chiaro e «immoderato». L'Italia ha bisogno di uno sforzo senza precedenti, una rottura netta con le politiche e la classe dirigente degli ultimi anni. Gli Altri incontra Giannino a Milano, all'istituto Bruno Leoni.


Ma a pochi mesi dal voto possiamo credere che un progetto ancora in fase di lancio possa svolgere un ruolo alle prossime elezioni?

Nei prossimi due mesi capiremo quanti segmenti di popolazione, di rappresentanza, di società civile, terzo settore, associazioni cattoliche e non ci sostengono. Vedo una fortissima domanda potenziale, ma non basta riempire i teatri come facciamo ogni giorno. Servono risorse economiche e umane: una squadra di persone la cui vita, coerenza ed impegno parlino per sé.


Il problema è concreto: spiegare agli italiani come orienterete le vostre politiche, che posto occuperete sul tradizionale asse destra-centro-sinistra, che linea economica porterete avanti una volta al governo.

Per noi non c'è una questione di asse rispetto al tradizionale allineamento di questi diciotto anni. Il nostro appello nasce da un'esigenza di discontinuità dopo un fallimento complessivo della classe politica.


Anche Matteo Renzi, come voi, parla di discontinuità. Sareste disposti ad appoggiare un suo governo?

Renzi è l'unico che pone con coraggio questo problema. E noi gli rendiamo merito anche se sui contenuti non abbiamo ben capito il suo progetto. Se potremo noi correremo da soli, ma Renzi può diventare un interlocutore: questo significa che se un domani fossimo in parlamento potremmo valutare una convergenza di programmi.


Le primarie Pd, pur controverse, saranno un punto di svolta per gli equilibri politici italiani?

In caso di vittoria Renzi diventa il perno intorno al quale costruire qualcosa. Ma è un'ipotesi complessa. Va riconosciuto che il PD è stato capace di cambiare uno statuto che indica il segretario come naturale candidato premier, seppur con regole fatte all'occasione. Magari è un po' singolare la pretesa di dire agli elettori delle primarie di appoggiare il PD chiunque diventi candidato: prendere l'impegno e riconoscere che Renzi e Vendola siano la stessa cosa non mi pare di buon senso.


Mentre nel centro sinistra si discute di leader, uno dei punti di forza che voi rivendicate è la vostra leadership orizzontale, l'assenza di una figura unica di riferimento. Non potrebbe rivelarsi un punto di debolezza?

Con una legge proporzionale sparisce il problema del candidato premier. Una nuova offerta politica deve dimostrare che gente che la pensa diversamente - cattolici e laici, terzo settore e piccole imprese, grandi imprese e mondo della finanza, disoccupati, giovani meridionali - può convivere.


Credete davvero che gli interessi di banche, industrie e sindacati possano convivere in una proposta come la vostra?

Non riesco a credere che i sindacati non accettino un dialogo concreto. Prendiamo il problema delle pensioni sopra i 4000 euro. Se abbiamo sbattuto intere generazioni nell' incertezza io penso che con il sindacato si possa costruire un percorso nuovo di riforma - non è una questione di destra o di sinistra, ma di giustizia intergenerazionale. Valutiamo il dogma per cui i lavoratori siano tutti uguali a prescindere da età e sesso. Con il sindacato si può discutere un percorso fiscale e contributivo dove giovani e donne, del sud magari, paghino meno tasse e contributi, per poi alzarli quando il loro inserimento, il loro diritto e le loro tutele crescono. La risposta da dare agli italiani è di rimodulazione, non di abbattimento del welfare.


Eppure accanto alla rimodulazione del welfare il vostro programma parla anche di recupero di competitività per le imprese e flessibilità del mercato del lavoro come punti fondamentali per la ripresa.

Dobbiamo agire sui motivi che hanno accelerato negli ultimi tre anni il calo della produttività: i 30 punti in più di energia che pagano le imprese italiane rispetto a quelle tedesche, il differenziale fiscale, la pubblica amministrazione da rendere meno intrusiva, la giustizia civile che non funziona, il conflitto di interessi pubblico e privato. Questo serve nel breve per rilanciare ma non basta per risolvere il problema dei 30 punti di competitività: è inutile illudersi che cinque anni bastino. La Germania ce ne ha messi sette dal 2002.


Per la scuola e l'università parlate di risorse da attribuire per merito e risultati e non come totale dei dipendenti da assumere. Come farete?

Convincendo ad esempio i sindacati che le università pubbliche devono presentare i dati sui guadagni di chi lavora nei primi due anni dopo l'università. Scopriremo che non tutte le università sono uguali: quelle con migliori risultati avranno più iscritti e più capacità di attirare le risorse dei privati, e arriveremo ad una vera autonomia universitaria pubblica. Se vogliamo difendere il sistema pubblico dobbiamo trarre qualche lezione. Non ho rispetto per una politica che crede che questa sia una buona università: l'idea giusta del 3+2 nella realtà italiana è diventata lo strumento con cui moltiplicare sedi, discipline e cattedre. In questo il sindacato e la sinistra hanno una responsabilità forte, nel continuare a dire più risorse per più cattedre. Un'università concepita per chi ci lavora invece che per chi studia è un paradosso perché annulla il suo obiettivo primario di funzionare come ascensore sociale. Da noi accade il contrario: dai difetti del sistema è meglio tutelato chi ha soldi e può andare all'estero.


Le prospettive che indicate per l'Italia, in assenza di un intervento deciso, sono drammatiche. Siamo ad un bivio definitivo?

Dopo quindici anni di perdita di competitività e tre anni di perdita di reddito la situazione dell'Italia è molto più compromessa di quanto siamo disposti ad ammettere. E la colpa non è dei tedeschi e dell'euro. Dire che le famiglie hanno patrimonio è una garanzia fittizia perché anche gli asset delle famiglie - immobiliari, ad esempio - quando il paese crolla perdono di valore. Inoltre rischiamo di avere una condizionalità europea prima delle elezioni: la Spagna dopo il voto catalano dovrà trattare gli aiuti e quelli diventeranno il benchmark per gli aiuti che il governo Monti contratterà prima del voto per incastrare chi viene dopo.


Per incastrare?

Per incastrare, perché l'Europa e Washington non si fidano. Ma non mi fraintenda: l'ipotesi di un Monti bis, per come la vedo io, è fantascienza.


Però di fronte ad una condizionalità esterna potrebbe profilarsi come una soluzione voluta da molti anche qua in Italia.

Quello è un rischio diverso: di fronte ad un parlamento in cui i vecchi partiti si riducono ad una rappresentanza ristretta, e con partiti di protesta pura come Grillo -e a me dispiace perché io rispetto molto chi vota M5S, negli ultimi due anni  l'unica voce di discontinuità - sappiamo quale ricette ci arriverebbero: tagliare subito del 15 % percento tutte le retribuzioni del pubblico impiego senza distinzioni, abolire le tredicesime e così via, come in Grecia.


In effetti voi siete stati più duri sull' operato del governo Monti rispetto ad Italia Futura, il movimento di Luca Cordero di Montezemolo con cui state collaborando al vostro progetto politico.

Con Italia Futura c'è una convergenza totale sul fatto che dobbiamo provare a costruire insieme un nuovo pezzo di rappresentanza, ma noi siamo più netti nei giudizi e nei contenuti della rottura. La delusione più forte è stata non vedere il governo Monti imprimere un cambio di passo alla politica economica. Questo governo ha ristabilito credibilità sui mercati però ha continuato sulle falsariga di Tremonti: fare più tasse e dire che non ci sono spazi di manovra. Ha tagliato la spesa a copertura di altre spese, non restituendo agli italiani un solo euro, anzi levandogliene molti.


Cosa deve succedere perché dopo le elezioni ci sia un cambiamento deciso?

È necessario che un vasto pezzo di sinistra in parlamento sia disposto a dialogare con i voti che vengono dal mondo della protesta su come tenere in piedi l'Italia sui mercati esteri e nell'euro, accettando l'idea di discutere alcuni punti un tempo intoccabili del welfare: rimettendo mano ad esempio alla riforma del mercato del lavoro che così non ci serve quasi a niente. In assenza di queste condizioni politiche tutto diventa più complicato.


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