Il governo si misura anche con una buona architettura

di GILBERTO ONETO 17/10/2012 lindipendenza.com

Esiste un preciso rapporto fra la qualità della gestione dello spazio e la capacità di governo. In passato la relazione era assai più chiara e riconosciuta come dimostrano - ad esempio - le allegorie del "Buon governo" e del "Cattivo governo" affrescate da Ambrogio Lorenzetti  nel Palazzo Pubblico di Siena: da una parte una città e un paesaggio ordinati ed edifici di bell'aspetto e dall'altra il disastro ambientale e architettonico.


La relazione è altrettanto evidente per le comunità che intendono affermare la propria identità anche e soprattutto se questa viene messa in pericolo da una oppressione o da una ingerenza esterna e foresta.


Gli esempi della gestione territoriale di bretoni o sudtirolesi sono esemplari. Per contro la distruzione dell'ambiente e del linguaggio architettonico tradizionale è uno strumento impiegato da chi vuole distruggere identità e aspirazioni alla libertà e all'indipendenza: il comportamento cinese in Tibet è in questo senso paradigmatico.


Da noi il rapporto-qualità di governo-qualità del territorio è piuttosto evidente soprattutto nei suoi aspetti negativi e di voluto annientamento delle differenze: la cosiddetta architettura fascista  prima e l'urbanistica progressista (alleata alla peggiore speculazione) poi hanno disastrato il nostro territorio perseguendo la sua unificazione patriottica nel brutto.


Amministrazioni di ogni colore si sono lanciate nella banalizzazione degli spazi urbani, nell'impoverimento di quelli agricoli e nella devastazione di quelli naturali; ogni segno di cultura locale è stato sistematicamente aggredito con l'obiettivo di uniformare tutto al peggio, in una sbrodolata di capannoni, condomini, casette apolidi, opere pubbliche male eseguite e in un generale disordine percettivo.


Proprio nei suoi ultimi giorni di potere, Formigoni ha ricevuto un premio internazionale per il cosiddetto Palazzo Lombardia, un costoso pistolone fallico e luccicante piantato in mezzo a Milano. Davvero è difficile dire chi sia peggio: il quasi ex governatore che l'ha voluto, gli sconsiderati che l'hanno progettato o i fulminati che hanno deciso di premiare l'impudico aggeggio. Il triste monumento all'incultura, alla prosopopea, allo spreco e alla bruttezza resterà a ricordo del ventennio formigoniano.


 In questi giorni si parla di una candidatura di Albertini, che è uno dei principali responsabili del degrado urbanistico e paesaggistico (ma non solo) di Milano, quello che ha permesso la pustolosi di schifezze in cemento-ferro-vetro che stanno riducendo la città a una brutta copia di Shangai o di Abu Dhabi. Al peggio ambientale non c'è mai fine.


Ma gli autonomisti che fanno? Non risulta che gli amministratori leghisti abbiano brillato nel loro insieme per rispetto ambientale o per avere difeso e incrementato forme urbanistiche e architettoniche ispirate all'identità locale. Se l'obiettivo era quello di rendere evidente la differenza di un posto gestito da autonomisti, esso è stato largamente disatteso.


Da quasi otto anni l'assessorato regionale lombardo che si occupa di urbanistica e pianificazione territoriale è guidato da un leghista: il periodo è sufficientemente lungo per potere incidere profondamente sul modo di gestire gli spazi in cui viviamo e di trasformarli in una sorta di gigantesco manifesto tridimensionale dell'identità e dell'autonomia. Invece nulla di questo è successo: centri commerciali, Tav, consumo del territorio agricolo e tutto il resto del peggior repertorio non sono stati risparmiati alla terra che Cattaneo chiamava "un immenso deposito di fatiche".


Per cinque anni l'assessorato è stato guidato da Boni, poi sostituito da Belotti, scelto proprio perché non aveva alcuna competenza specifica: non ne aveva neppure il suo predecessore ma la conclamata preoccupazione apre scenari di sospetti inquietanti. 

Un ben strano modo di affrontare quello che dovrebbe essere uno degli strumenti cardine di affermazione identitaria e di cammino autonomista: la gestione del territorio e delle forme architettoniche!


Oggi la Lega dice di essere cambiata o di voler cambiare: staremo a vedere se saprà prospettare un futuro di saggezza ambientale, se continuerà a ignorare il problema, o si accoderà ancora una volta a chi vede nel territorio solo un insieme di particelle catastali su cui lucrare, uno spazio di nessuno in cui fare di tutto e il contrario di tutto.


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