La favola di Natale – PARTE 3

GIOVANNINO GUARESCHI https://soldatidelre.it

La favola di Natale – PARTE 3


 “Si potrebbe cucinare qualcosa, fare un pranzettino di Natale… Sarebbe bello, così tutti insieme…”, dice il papà.Ma non c’è niente e Albertino si mette in giro con Flik per trovare qualche nocciolina o qualche bacca dolce dimenticata sulle siepi dall’autunno. Ma cosa succede? Cos’è questo segnale di tromba?


E il più alto dei Funghi Velenosi che è di vedetta e che dà l’allarme. “E’ il momento giusto!” grida con voce concitata. “Se noi riusciremo a farci cogliere e a farci mangiare, noi moriremo, ma essi ne avranno atroci dolori viscerali! Quale stupenda vittoria difensiva!”

E tutt’e tre allungano il collo cercando con ogni sforzo di farsi notare dal bambino: “Qui, qui”, dicono. “Da questa parte si mangia bene!”

I tre Funghi Buoni però si avvedono della subdola manovra. “Non bisogna permettere che i Funghi Velenosi riescano nel loro nefando intento!” gridano i tre Funghi Buoni. E si avventano come un sol uomo contro i Funghi Velenosi. La lotta è lunga e terribile, ma, alla fine, i tre Funghi Velenosi giacciono esanimi coi cappelli incalcati giù fino ai piedi. “E adesso andiamoci a costituire: essi hanno fame!” dicono generosamente i tre Funghi Buoni.

E si avviano verso il bambino e il sacrificio cantando “Chi per la patria muor vissuto è assai”, come i fratelli Bandiera i quali, però, erano due e non erano – nonostante tutto mangerecci come i tre funghi. Ma il nobile sacrificio non è più necessario: il papà si è ricordato che nella sua bisaccia c’è, ancora intatta, la razione di pane. “Tu hai avuto il tuo panettone?” chiede il papà ad Albertino.

“No, papà.” “Lo avrai.”

“Sì, papà.” Il papà grattugia il pane col coltello: lo impasterà con acqua e farà una focaccina. “Come sei bravo!” esclama la nonnina. “Quante belle cose hai imparato in prigionia!…” Il gavettone è sul fuoco: un abete allunga gentile un ramo carico di neve e lo scuote dentro il recipiente che, ben presto, comincia a borbottare. Una scintilla esce dal fornellino e va in giro per il bosco come una stellina in balia del vento.

Un’Ape (che è di vedetta sull’albero nel cavo del quale è l’alveare) l’avvista. La scintilla fa la spia all’ape, e l’Ape dà l’allarme. Le Api fanno rapidamente il pieno, accendono i motori e decollano. Sono mille, duemila, diecimila, e navigano in perfetta formazione a cuneo, tre per tre, verso la zona del fuoco. E’ una nube ronzante.

Quando arrivano sull’obiettivo scendono in picchiata. E, passando sopra il fornellino, ogni Ape lascia cadere nel gavettone una goccia di miele. Mille, duemila, diecimila gocce: il recipiente è quasi colmo. Intanto i tre Passerotti scuotono le cime degli alberi e fanno piovere dentro il gavettone pinoli, bacche dolci, noccioline croccanti.Un’Allodola del tipo stratosferico con un trillo buca il manto nero della notte, si libra fin sopra le nubi, poi su su tra le stelle, fino alla Via Lattea nella quale si immerge ritornando giù carica di candida panna montata. Giunta sul gavettone, si scuote la panna di dosso e la panna cade nella pasta dolce che già è bollente. Ma il nemico non dorme.

Le tre Cornacchie, dall’alto di un pino, hanno seguito ogni manovra e adottano le contromisure. Si lanciano sopra un mucchio di spazzatura e cominciano a mangiare sassi aguzzi, chiodi, pezzettini di vetro, capocchie di fiammiferi. Ingollano anche i resti dei tre funghi velenosi, e mangia che ti mangia, si gonfiano come botti e riescono appena a levarsi in volo. Hanno il loro piano: arriveranno fin sul gavettone e faranno come le Api, scaricando nella pasta il loro micidiale carico. Fortunatamente l’aviazione alleata sta sul chi vive: trecento Api da caccia partono su allarme per intercettare la formazione nemica. Eccole che si avventano sulle Cornacchie e le crivellano di punzecchiate.

Le Cornacchie precipitano in vite. “Bang!” Scoppiate come vesciche di surrogato di grasso. Il gavettone borbotta dolcemente e il papà, Albertino, la nonnina e Flik si scaldano le mani al fuoco. E nessuno parla: la felicità non ha bisogno di parole.

A un tratto il Vento porta le note di una musica lontana, carica di accorati accenti. “Cos’è, babbo?” “E’ la canzone della malinconia. Alla finestra, una sera d’inverno: due occhi guardano attraverso i cristalli la strada che rimane deserta, e il cristallo gocciola e sembra stemperare le lacrime di quella vana attesa. Sul muro bianco, nella stanza, l’ombra scarna della sedia vuota davanti al fuoco.

E’ la canzone che dice la pena di tutti coloro che attendono nelle tristi case. E’ la canzone che – allo spirare d’una stanca giornata d’attesa – affida le sue note al Vento della notte e così giunge a tutti i lontani campi di prigionia, e narra a tutti gli uomini la sua malinconia disperata.” La canzone si allontana nella notte e, di lì a poco, un altro canto che viene da opposte contrade si appressa. Un canto anch’esso malinconico, ma d’una malinconia dolce e sommessa. Altra gente che attende e attende. Gente che da mesi e mesi e mesi guarda il cielo grigio che incombe su quelle straniere lande, e aspetta invano che il sole squarci la coltre cupa di nubi e ritorni a splendere. Ma che ha tuttavia una luce segreta la quale illumina quei giorni senza sole e quelle notti senza stelle. La luce tenuta viva dall’amore di chi attende nelle case lontane. La luce della fede.

E la canzone parte da tutti i campi di prigionia, e naviga nella notte, e giunge alle dolci contrade recando parole di dolce speranza a chi dalla speranza si sente oramai abbandonato. Anche la seconda canzone s’allontana e tutto ridiventa silenzioso. “Guarda, babbo!” grida lietamente Albertino.Il miracolo è compiuto: la pasta dolce si è gonfiata sino a diventare un grosso panettone profumato e soffice come bambagia. Il babbo toglie dalla sacca la gamella, il coperchio della gavetta, un coperchio di scatola, uno straccetto bianco (l’involucro dell’ultimo lontanissimo pacco da casa), e la nonna apparecchia sul muschio verde e taglia il panettone.

“A chi questa dolce illusione di antica felicità?” chiede la nonnina. “A noi tutti che abbiamo tanto sofferto”, risponde il babbo. E vorrebbe che le fette fossero quattro (una anche per la mamma, da portarle a casa), ma Albertino dice che è inutile. “Gliela racconterò io, alla mamma, la sua parte di panettone”, afferma Albertino.

Le fette sono tagliate e Flik ha le sue briciole e il papà, mentre porge la sua gamella, scopre che, sotto, c’è una lettera. Posta per il numero 6865! Finalmente! Da quattro mesi il numero 6865 non riceveva posta ed eccolo generosamente ricompensato della lunga, penosa attesa. Perché si tratta di una lettera d’importanza eccezionale: una lettera piena di ricami, d’angioletti d’oro, di stelle d’argento e di nere zampette di gallina: “Caro papà, è Natale e io penso a te…”

E’ una lettera importantissima perché l’hanno scritta un po’ tutti: la nonna dettava; la mamma guidava la mano d’Albertino il quale scriveva; il nonno rileggeva parola per parola, ad alta voce; Flik acciuffava al volo e riportava ad Albertino le virgole che, come farfalline, volavano via dalla penna d’Albertino.

E la Carlottina, seduta sul suo seggiolone, lanciava in aria dei piccoli punti esclamativi d’argento che ricadevano sul foglio e si appiccicavano qua e là tra le parole per farle ancora più belle. “Caro papà, è Natale e io penso a te…” Posta per il numero 6865: la prima lettera di Natale d’Albertino. Il pranzo di Natale comincia, e il panettone sa di cielo e di bosco. E tal meraviglia ancora non basta perché questa è notte di miracoli. Un grande abete si è popolato di fiammelle. Sono gli occhi di mille e mille uccellini che splendono nel buio riflettendo il bagliore del focherello.

Anche l’albero di Natale! Ed è il più bello del mondo perché la stella che brilla sulla sua cima non è una delle solite di cartapesta argentata, ma è una stella vera, una stella viva che è scivolata giù dal cielo e si è impigliata tra i rami col suo strascico scintillante. Intanto il tempo trascorre. Sul sentiero deserto che viene da Oriente, qualcuno s’avanza

. E’ un somarello, e sul somarello è una donna bellissima dagli occhi dolci e splendenti. E davanti all’asinello cammina un buon vecchio dalla barba bianca. L’asinello è stanco: è tanto tempo che cammina senza fermarsi mai. Cammina, cammina, somarello: bisogna ritrovare la solitaria capanna perché il miracolo possa rinnovarsi. Perché il Figlio di Dio possa, ancora una volta, schiudere gli occhi alla luce degli uomini.

E l’asinello cammina e nel cielo lo scortano due Angeli che reggono un grande nastro bianco su cui è scritto a lettere d’oro: Pace agli uomini di buona volontà. Ed è, questo, lo stendardo del Dio della Pace. Ma, sul sentiero opposto che viene da Occidente, dai Paesi dove la luce diventa ombra, avanza sferragliando una grossa macchina scortata da una quintuplice schiera di guerrieri, i quali procedono cantando fieramente un loro inno: Col paltò corazzai col gilè d’otton cromato coi calzon di lamier, col cappello di ferro smaltato, com’è bello far sempre il soldato

Su la gamba batti il tac batti il tac fort sulla terra con lo schiopp su la spali, com’è bello far sempre la guerra per la pace universale! La macchina sferragliante è un carro armato, e lo guida un uomo con l’elmo in testa, e dietro di lui sta seduta, tronfia e pettoruta, una grossa donna dai capelli biondi come stoppa e con gli occhiali a stringinaso davanti agli occhi piccoli e cattivi. Scortano il corteggio due feroci aquile che reggono fra gli artigli un drappo nero con una scritta a caratteri di sangue: Guerra agli uomini di buona volontà.

Ed è, questa, la bandiera del Dio della Guerra, del Dio che nascerà stanotte (secondo gli ordini ricevuti dal suo governo) in un castello d’acciaio col cannone sul tetto, il quale spara contro tutte le stelle filanti e gli Angeli che passano nel cielo. Al crocicchio la macchina e l’asinello si incontrano: l’asinello prende la strada che porta ai Paesi del sole, la macchina quella che porta ai Paesi delle gelide ombre.

“La pace sia con voi”, saluta il buon vecchio dell’asinello. “La guerra sia con voi”, risponde l’uomo del carro armato. Notte santa, notte di miracoli. Si fa tardi ed ecco, sul sentiero ridiventato deserto, apparire una strana cavalcata. Sono tre vecchi Re seduti sulla gobba dei loro cammelli, e vengono dall’Oriente.

E li guida una stella che naviga lenta, facendo fluttuare la sua scintillante coda d’argento nel cielo di velluto nero. Notte santa, notte d’incontri: nel sentiero che viene da Occidente, si avanza un curioso terzetto. Sono tre Nanerottoli vestiti di rosso, con la barba bianca lunga fino ai piedi, e il naso a patata. Tre Nanerottoli scappati fuori dal cartellone pubblicitario di qualche fabbrica di posate, tanto è vero che il primo porta sulla spalla, come un fucile, un coltello; il secondo una forchetta e il terzo un cucchiaio. Li guida sibilando nel cielo non una stella, ma una meteora alla dinamite con la coda di fuoco. Camminano impettiti, al passo, levando le zampette come fanno le oche.

Al crocicchio anche i vecchi Re e i Nanetti si incontrano. “Dio sia con voi”, salutano i Magi.”C’è già”, rispondono altezzosi i Nanetti. “Io porto al Figlio di Maria oro perché Egli è il buon Re degli uomini di buona volontà”, dice il primo dei Magi. “Io gli porto incenso perché Egli è Dio della bontà e sacerdote del Dio della bontà”, dice il secondo. “Io gli porto mirra perché Egli è Dio ma, nella sua divina bontà, vuol soffrire e morire come un uomo”, dice il terzo.

I Nanerottoli rispondono sghignazzando: “Io porto al nostro Dio il coltello perché possa tagliare a fette il mondo!” “Io gli porto la forchetta perché possa papparselo allegramente!” “Io gli porto il cucchiaio perché possa raccogliere e mangiarsi anche le briciole!” “Sia lode al Dio degli uomini buoni”, salutano i Magi prendendo la via del Sud.

“Sia lode al Dio dei guerrieri”, rispondono i Nanetti prendendo la via del Nord. Disparvero e il bosco ridiventò deserto. E il papà e il bambino e la nonnina, stretti l’uno all’altro davanti al fornellino, tacevano, e niente si muoveva – neanche una fogliolina – perché le cose e gli uomini attendevano trepidanti. Mezzanotte… “E’ nato!” gridò un’allodola di vedetta su una nuvola. “Notizia confermata!” disse il Vento. “C’è anche il commento! Udite!”

E portò un dolcissimo canto che veniva da lontane contrade. La solitaria capanna è tutta risplendente ora, e sulla paglia vagisce il Bambinello, e lo scaldano, col loro fiato, il bue e l’asinello. Anche nel castello d’acciaio annidato nell’ombra del Nord, un bambino è nato e piange, nella sua culla corazzata.

Ma lo scaldano col loro fiato micidiale un lanciafiamme e lo scappamento del carro armato. Ma la sua voce è aspra e le sue mani hanno già piccoli artigli perché è il Dio della Guerra e nessuno viene a portargli doni. Mentre invece, alla capanna del Dio della Pace, giungono pastori e pastorelle recando agnelli e anfore colme di latte. Latte scremato: perché le pecorelle sono state tosate e la panna l’hanno adoperata per fare alle pastorelle un mantello di lanital.

E i pastori se ne dolgono, ma san Giuseppe sorride: “Non importa: la colpa non è vostra, la colpa è della guerra.” E, dopo i pastori, ecco che arrivano marciando anche i guerrieri vestiti di ferro. “Sia lode a Dio”, dicono in coro. “Dio è con noi.” San Giuseppe scuote il capo: “C’è un errore. Il vostro Dio non è questo. Mai è stato questo. Il vostro Dio è l’altro che è nato nel castellod’acciaio.” “No”, dicono i guerrieri. “Adesso il nostro Dio è questo.” “Troppo tardi”, risponde san Giuseppe. “Tenetevi il vostro Dio anche per quest’anno…”

A uno a uno gli occhietti che fiammeggiavano sull’abete nel bosco solitario si sono spenti. Nel fornellino la fiamma dà gli ultimi guizzi. Fa freddo. Gli alberi hanno riallargato il loro cerchio e il Vento soffia gelido.

Croci nere sono sparse nel bosco e attorno a ogni croce si aggirano mute ombre. E le croci sono tante, e le ombre sono infinite. “Chi sono, papà?” “Sono gli spiriti dei vivi che vengono a cercare i loro morti. Guardano tutte le croci che la guerra ha sparso nel mondo, leggono i nomi incisi sulle croci. E quando una mamma ritrova la tomba del suo figliolo, si siede sotto la croce e parla con lui di tempi felici che non torneranno mai più.” Il Vento, intanto, riporta la canzone che è stata fino ai campi di prigionia e ritorna alle case, e la canzone che è stata alle case e ritorna ai campi di prigionia. “Buon Natale, mamma, buon Natale, Albertino”, dice il babbo. “Ora ritornate a casa: la vostra canzone vi riaccompagnerà.”

“E tu non vieni, papà?” “Domani, Albertino…” “Domani o morgen?” chiede la nonnina. “Morgen, mamma.”

“Papà, perché non mi prendi con te?” “Neppure in sogno i bambini debbono entrare laggiù. Promettimi che non verrai mai.” “Te lo prometto, papà.”

Se ne sono andati assieme alle loro canzoni e il bosco è muto e deserto. Nevica e una nuova soffice coltre si stende sull’altra indurita dal vento. Il cerchio verde attorno al fuoco è ridiventato bianco. Scompare la traccia dei sentieri. “Notte da prigionieri!” esclama il Passerotto capofamiglia nascondendo la testa sotto l’ala.

E nel muoversi fa cadere una foglia che scende volteggiando lentamente e si posa nel bel mezzo della bianca radura. E si vede che, sulla foglia, c’è scritto la parola FINE. Ed è una foglia stretta stretta: Stretta la foglia – larga la via dite la vostra – che ho detto la mia. E se non v’è piaciuta non vogliatemi male, ve ne dirò una meglio – il prossimo Natale, e che sarà una favola senza malinconia: “C’era una volta – la prigionia…”


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