La favola di Natale – PARTE 1

GIOVANNINO GUARESCHI https://soldatidelre.it/


La favola di Natale – PARTE 1

Questa favola è nata in un campo di concentramento del Nordovest germanico, nel dicembre del 1944, e le muse che l’ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia.

Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un “castello” biposto, e sopra la mia testa c’era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d’angora.

“Adesso la nonna racconta una fiaba al bambino per farlo addormentare”, dicevo alle assicelle del soffitto. Oppure: “Adesso la nonna, il bambino e il cane montano in treno e fanno un lungo viaggio nella notte.”

E le muse ispiratrici salivano al piano superiore e dal soffitto piovevano semi biscrome. Si avvicinava il secondo Natale di prigionia: Fame, Freddo e Nostalgia.

Tra i sei o settemila ufficiali prigionieri nel lager c’erano professionisti e dilettanti di musica e di canto. Qualcuno era riuscito a salvare il suo strumento, qualche strumento lo prestarono i prigionieri francesi del campo vicino. Coppola concertò le musiche e istruì orchestra, coro e cantanti. I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il gran freddo; per l’umidità i violini si scollavano, perdevano il manico.

Le voci faticavano a uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo. Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del “teatro”, zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e l’orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il “rumorista” diede vita ai passaggi più movimentati. La nostalgia l’hanno inventata i prigionieri perché in prigionia tutto quello che appartiene al mondo precluso diventa favola, e gente ascolta sbalordita qualcuno raccontare che le tendine della sua stanza erano rosa. In prigionia anche i colori sono una favola, perché nel lager tutto è bigio, e il cielo, se una volta è azzurro, o se un rametto si copre di verde, sono cose di un altro mondo.

Anche la realtà presente diventa nostalgia. Noi pensavamo allora alle cose più umili della vita consueta come meravigliosi beni perduti, e rimpiangevamo il sole, l’acqua, i fiori come se oramai non esistessero più: e per questo uomini maturi trovarono naturale che io, per Natale, raccontassi loro una favola, e giudicarono originalissimo il fatto che, nella favola, un uomo s’incontrasse con sua madre e col suo bambino. “Che fantasia”, dicevano.

“Come fai a pensare tutte queste strane faccende?” E la banalissima vicenda interessava i prigionieri forse più ancora del contenuto polemico della fiaba stessa. Perché La favola di Natale ha anche un contenuto polemico che le illustrazioni rendono oggi evidente anche al meno avvertito dei lettori, sì che io potrei premettere alla fiaba: “I personaggi di questo racconto sono tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso riferimento con la realtà.”

La “realtà” era tutt’intorno a noi, e io la vedevo seduta a tre metri da me, in prima fila, vestita da Dolmetscher: e quando il “rumorista-imitatore” cantava con voce roca la canzoncina delle tre Cornacchie e il poliziotto di servizio sghignazzava divertito, io morivo dalla voglia di dirgli che non c’era niente da ridere: “Guardi, signore, che quella cornacchia è lei.” “Io vi racconterò una favola, e voi la racconterete al vento di questa sera, e il vento la racconterà ai vostri bambini. E anche alle mamme e alle nonne dei vostri bambini, perché è la nostra favola: la favola malinconica d’ognuno di noi”, Io, la sera della vigilia del ’44, conclusi con queste parole la premessa: ma il vento avrà sentito?

O, se ha sentito, sarà riuscito poi a superare i baluardi della censura? O, lungo la strada, avrà perso qualche periodo? Ci si può fidare del vento in un affare così delicato? Di qui l’idea di stampare la fiaba: il papà ex internato potrà così raccontarla al suo bambino, e da queste povere parole che sanno di fame, di freddo e di nostalgia il bambino capirà forse quel che il papà soffriva, lassù, nei desolati campi del Nord. E se non capirà il bambino, capirà la mamma.

E – ripensando alle ultime parole della favola – anche per un mio orgoglietto personale: E se non v’è piaciuta – non vogliatemi male, ve ne dirò una meglio – il prossimo Natale, e che sarà una favola – senza malinconia: “C’era una volta – la prigionia…” Ho mantenuto la promessa e pago il mio debito: eccovi la favola. C’era una volta un prigioniero…

La favola di Natale

C’era una volta un prigioniero… No: c’era una volta un bambino… Meglio ancora: c’era una volta una Poesia… Anzi, facciamo così: c’erauna volta un bambino che aveva il papà prigioniero. “E la Poesia?” direte voi. “Cosa c’entra?” La Poesia c’entra perché il bambino l’aveva imparata a memoria per recitarla al suo papà, la sera di Natale. Ma, come abbiamo spiegato, il papà del bambino era prigioniero in un Paese lontano lontano.

Un Paese curioso, dove l’estate durava soltanto un giorno e, spesso, anche quel giorno pioveva o nevicava. Un Paese straordinario dove tutto si tirava fuori dal carbone: lo zucchero, il burro, la benzina, la gomma. E perfino il miele, perché le api non suggevano corolle di fiori, ma succhiavano pezzi d’antracite. Un Paese senza l’uguale, dove tutto quello che è necessario all’esistenza era calcolato con così mirabile esattezza in milligrammi, calorie, erg e ampère, che bastava sbagliare un’addizione – durante il pasto – per rimanerci morti stecchiti di fame. Stando così le cose, arrivò la sera della vigilia, e la famigliola si trovò radunata attorno al desco, ma una sedia rimase vuota.

E tutti guardavano pensierosi quel posto vuoto, e tutto era muto e immobile nella stanza perché anche l’orologio aveva interrotto il suo ticchettare, e la fiamma era ferma, come gelata nel camino. Allora il bambino – chi sa perché – si levò ritto sul suo sgabello, davanti alla sedia vuota, e recitò ad alta voce la Poesia di Natale: Din-don-dan: la campanella questa notte suonerà e una grande, argentea stella su nel del s’accenderà.,. Il bambino recitò la sua Poesia davanti alla sedia vuota del papà e, com’ebbe finito, la finestra si spalancò ed entrò una folata di vento. E la Poesia aperse le ali e volò via col Vento. “La Poesia aperse le ali?” direte voi. “E come faceva ad aprire le ali? La Poesia è forse una farfalla?”

No, la Poesia è un uccellino. Un uccellino fatto di cielo azzurro impastato in un raggio di luna. Un uccellino che nasce (come sboccia un fiore) nel tiepido cuore del poeta, e subito scappa fuori dalla sua rossa gabbietta e va a saltare sul foglio bianco che sta sopra la scrivania. Ma non può ancora volare perché gli mancano le ali: e allora il poeta intinge la penna e gli fabbrica le ali con le più belle parole che gli vengono alla mente.

E ogni verso diventa una piuma. E quando tutto è finito, l’uccellino spicca il volo e porta per il mondo le parole del poeta. E tutti le leggono perché l’uccellino si posa – ad ali spiegate dovunque scorge un foglio bianco, e le parole si vedono benissimo perché l’uccellino è fatto d’aria trasparente, mentre le parole sono scritte con l’inchiostro di Cina.

La Poesia, dunque, spiccò il volo e via col Vento. “Dove vuoi che ti porti?” le domandò il Vento. “Portami nel Paese dov’è adesso il papà del mio bambino”, disse la Poesia. “Stai fresca!” rispose il Vento. “Perché prendano anche me e mi mandino al lavoro obbligatorio a far girare le pale dei loro mulini a vento! Niente da fare: scendi!” Ma la Poesia tanto pregò che il Vento acconsentì a portarla almeno alla frontiera.

E cammina, cammina, cammina nella notte di pece, finalmente arrivarono al confine e il Vento fermò il motore, e la Poesia scese e si avviò a piedi verso la siepe che divideva i due Paesi. Faceva tanto freddo che la povera poesiola aveva tutte le rime gelate e non riusciva neppure a spiccare il volo. “Dove vai?” le chiese un vecchio il quale, con uno stoppino legato in cima a una pertica, cercava invano d’accendere qualche stellina nel cielo nero. “Dove vai?” “Al campo di concentramento”, rispose la Poesia senza fermarsi. “Ohimè”, sospirò il vecchio. “Internano anche la Poesia, adesso? Cosa ci resterà più?”

La Poesia continuò zampettando il suo cammino e finalmente arrivò al confine ma, appena attraversata la siepe, una rete le piombò addosso ed eccola prigioniera. “Ah! Ah!” sghignazzò un omaccio vestito di ferro avvicinandosi con una lanterna. “Dove vai? Chi sei? Cosa porti scritto sulle ali? Spionaggio?” E la Poesia a spiegargli chi fosse e dove andava, e quello a insistere sospettoso. Alla fine parve convinto e, inforcati gli occhiali, cominciò a leggere i versi scritti sulle ali. Din-don-dan: la campanella questa notte suonerà… “No!” disse. “Proibito fare segnalazioni acustiche notturne in tempo di guerra!

” E, con un pennello intinto nell’inchiostro di Cina, cancellò molte parole. Poi, di lì a poco, scosse ancora il capo. Una grande, argentea stella su nel ciel s’accenderà… “Niente! Contravvenzione all’oscuramento!” disse. E giù pennellate nere. Latte e miele i pastorelli al Bambino porteranno… “Niente! Contravvenzione al razionamento!” borbottò. E giù ancora col pennello.

I Re Magi immantinente sul cammello saliranno… “Niente!” urlò furibondo. “Basta coi re! Guai a chi parla ancora di re!”

E giù pennellate grosse così. Poi, afferrato un grosso timbro, le timbrò le ali e disse che poteva entrare. La Poesia si mise a piangere. “E come faccio a entrare così? Con tutte queste cancellature io non sono più una poesia…” “O così, o niente!” disse l’omaccione mostrandole un foglio. “Guarda qui: il regolamento parla chiaro.”

E il regolamento diceva infatti tra l’altro che, in quel Paese dove tutto è prosa, era proibito l’ingresso alla Poesia. La nostra poverella ritornò malinconicamente indietro e adesso, anche se avesse voluto volare, non l’avrebbe potuto più perché le pennellate nere le avevano tarpate le ali. “Non ti rattristare, piccolina”, le disse un vecchio dalla lunghissima barba bianca che stava seduto su un sasso, vicino alla siepe di confine.”Non ti rattristare se non t’hanno lasciata entrare. Figurati che non lasciano entrare neanche me che ho ingresso libero nei Paesi più importanti del mondo! E sono anni che aspetto qui fuori.”

“E chi sei tu?” domandò la Poesia. “Sono il Buonsenso”, rispose il vecchio. Passò il Vento e la Poesia lo scongiurò ad ali giunte: “Vento, Vento, portami via con te! Riconducimi a casa: le mie ali sono tarpate… Ti pagherò doppia corsa!” “Non posso”, rispose il Vento. “Ho troppo da fare, adesso. Debbo portare dolci ricordi e nostalgie in tutte le case del mondo.

Questa è l’ora dei ricordi e il servizio è duro.” La Poesia riprese il suo cammino nella notte fredda, ed ecco qualcuno apparire sulla strada deserta. Uno strano personaggio il quale borbottava pieno di malumore: Oh, che bel Natale! Oh, che bel Natale! Quest’arietta maledetta soffia dentro i polmoni Oh, che bel Natale! Oh, che bel Natale! Con la guerra sulla Terra disperazioni…

Chi era il vecchio brontolone? Era proprio Babbo Natale, tutto vestito di rosso e con una gran barba candida, con la gerla sulle spalle e la lanterna in mano. “Ehilà!” esclamò Babbo Natale, fermandosi a guardare curiosamente la Poesia. E, inforcati gli occhiali, si chinò a leggere le poche parole rimaste sulle ali del nostro povero uccellino: La campanella e una grande argentea stella sul cammello saliranno e al Bambino porteranno …

“Guarda, guarda!” esclamò. “Una poesia ermetica!” La Poesia spiegò che lei non era una poesia ermetica, ma il poco rimasto di una onesta poesiola di Natale, e Babbo Natale allora si commosse e disse: “Ti riporterò a casa io. Salta pure dentro la gerla: tanto è vuota!” “Vuota la gerla di Babbo Natale?” si stupì la Poesia. “Vuota, sì”, sospirò il vecchio.

Chi più pensa ai giocattoli in questa triste Terra? Tutti adesso lavorano soltanto per la guerra! Non più trenini elettrici per i bambini buoni: il ferro, ora, si adopera solo per far cannoni! Cercar cavalli a dondolo? Sono pretese strane: adesso, il legno, l’usano per fabbricare il pane!Tu vorresti una bambola? Niente, bambina mia: la cartapesta e i trucioli servon per l’autarchia! Cercar dolciumi è stupido: le chicche son proibite. Adesso, con lo zucchero, ci fan la dinamite! la ricerca è inutile: dal Motta andar, non vale: “Panettone?” rispondono. “Neppur questo Natale…”

E tutt’al più ti spiegano, in tono riservato, che di servirti sperano la Colomba Pasquale col rametto simbolico nel becco mandorlato.,. Babbo Natale scosse il capo e sospirò: “E così, cara la mia Poesia, la gerla è piena soltanto di speranze. Pazienza: vuol dire che sarà per il Natale prossimo. Andiamo pure.” Ma, intanto, cosa succede nella casa lontana? Niente di straordinario: Albertino – cosi si chiama il nostro bambinello – va a letto e la nonnina, per farlo addormentare, gli racconta una favola. Vogliamo ascoltarla anche noi quella favola?

Siamo abituati ad ascoltarne tante, di favole, che una di più non ci potrà recare danno. Però non è bello stare ad ascoltare i fatti altrui. Aspettiamo dietro la porta che Albertino si sia addormentato. Ecco: il bambino s’è addormentato, la nonna se ne è andata e il silenzio ha disteso il suo mantello di velluto nero su tutta la casa. Ed ecco che, dopo un po’, si ode un ticchettio contro il cristallo della finestra. Albertino si sveglia, scende dal letto, apre cauto la finestra.

E’ la Poesia che è ritornata. “Ebbene? L’hai visto papà?” “No”, risponde la Poesia. E narra la sua triste avventura. Allora Albertino si mette le scarpine felpate e la mantellina col cappuccio e si avvia deciso alla porta. “Andrò io dal babbo”, esclama risoluto. Scende cauto per la scala, gradino per gradino. La casa è buia e piena di mistero. “Mio Dio!” grida a un tratto. “Cosa sono quei due puntini di fuoco che mi fissano?… Ah, il gattino bianco. Che paura m’hai fatto! Micino, fammi luce fino alla porta del giardino!…”

E il micio, con i suoi occhi fosforescenti, illumina la strada ad Albertino.

I sogni dei bambini sono tutti illuminati da occhi di gattini, da lucciole, da stelline. E’ un tipo di illuminazione molto conveniente perché ci si vede a sufficienza e il contatore non gira. Mentre attraversa le stanze deserte, voci si levano sommesse. Oramai tutti sanno: quando Albertino complottava con la Poesia, il Grillo Parlante stampato a pagina 27 del libro di Pinocchio ha udito ed è scappato via dal foglio, ed è corso per la casa a dare la grande notizia: “Il bambino va a trovare il babbo!…” Così, mentre Albertinopassa, le cose gli parlano: “Digli che conto i minuti che ci separano dal suo ritorno!” sussurra l’orologio.

“Digli che divoro i giorni per abbreviargli l’attesa!” sussurra il calendario. “Digli che senza di lui non riesco più a spiccicare una parola!” sussurra la macchina per scrivere. Sul rullo della macchina c’è un foglio scritto a tre quarti: una novellina interrotta proprio sul finale. “Digli, per l’amor di Dio, che torni presto”, implora la novella. “Da diciotto mesi Lauretta aspetta. Giacemmo sotto l’orologio della piazzetta. Non si può lasciare una povera ragazza così, per degli anni, esposta alle intemperie. Digli che venga a concludere!…”

E Albertino promette che riferirà tutto. Ed eccolo alfine nel giardino. Flik, il vecchio cane da guardia, lo aspetta sulla porta. “Vengo anch’io dal padrone”, dice Flik. Il gattino s’è fermato sulla porta. Perché dovrebbe avventurarsi in quella gelida notte dicembrina? Per il bel gusto di vedere la faccia del marito della padrona? I gatti non sono dei sentimentali. E’ tanto buio, fuori, e si fatica a camminare, ma Flik va a svegliare una lucciola che sverna dentro un buchetto del muro. Quella protesta: è freddo, e soprattutto non ha petrolio per accendere il fanalino posteriore. “Ma hai bene la tua dinamo!” osserva Flik. “Sì, ma è già una dannata fatica per chi le può far funzionare con la mano, queste benedette dinamo! Figurati poi la fatica che debbo fare io…” Ma poi la Lucciola cede e – presa la lampadina – si avvia con Flik e Albertino. Ma non camminano molto: sul cancellino si trovano a fianco a fianco con qualcuno che sta uscendo.

E’ un essere ammantato in una lunga palandrana e sembra un fantasma. Albertino lancia un piccolo grido di paura, ma poi la Lucciola illumina il viso del presunto fantasma. “Tu, nonnina?” “Tu, Albertino? E dove vai a quest’ora?” “E tu, nonnina?” “Io vado a trovare il mio bambino”, risponde la nonna. Per le mamme i figli restano sempre dei bambini e – se stesse soltanto in loro – continuerebbero a farli dormire eternamente nella culla.

E, vedendo un metro e mezzo di gambe uscir fuori dal lettuccio, non direbbero: “Mio figlio è cresciuto.” Direbbero: “La culla del mio bambino si è ristretta.”Le mamme sono sempre in lotta col tempo e se, talvolta, si tingono i capelli quando incanutiscono, non è per vanità, ma per illudersi che il tempo non è passato e che il loro bambino – perciò – è ancora un bambino. “Tu hai un bambino, nonna? E chi è?” “Il tuo papà…” Avanzano nella notte al tenue lume della Lucciola: Flik, la nonnina e Albertino. E la mamma? La mamma è rimasta a letto: ha paura del buio e ha tanto freddo; è un po’ come il gattino bianco, la mamma, e si muoverebbe, in questa notte, solo se si trattasse del suo bambino.

I figli lontani bisogna andarli a trovare a ogni costo. I mariti lontani basta saperli aspettare. I papà, invece, fanno migliaia di chilometri in sogno anche per rivedere le mamme dei loro figli. L’uomo è un sentimentale come Flik. Non per niente l’uomo è detto l’amico del cane. cammina, cammina, cammina, ecco che arrivano a una piccola e solitaria stazione dove una locomotiva, dopo aver fatto una bella scorpacciata di carbone, sta facendoci sopra una buona pipata. “Signora locomotiva”, chiede Albertino, “ci porti da papà?” “Impossibile”, risponde la locomotiva. “Crisi dei trasporti, mitragliamenti, mancanza di personale…” “Signora locomotiva”, prega la nonnina, “portami dal mio bambino. Non sai cosa rappresenti per una mamma il suo bambino? Tu non hai figli?” “E come no?” risponde la locomotiva.

“Non sono forse miei figli tutti questi vagoni che tu vedi? E so anch’io, signora, cosa voglia dire avere dei figli lontani! Sapessi, vecchia signora, quanti e quanti miei figlioli sono costretti a lavorare laggiù, nel Paese dove si trova tuo figlio!…” “Se sai dov’è, vuol dire che tu lo conosci il mio padrone!” esclama Flik. “Effettivamente tu lo devi conoscere: era un tuo ottimo cliente, aveva l’abbonamento…”

La locomotiva mandò fuori un sospirone di fumo nero. “Lo conosco sì, ma non per l’abbonamento. Purtroppo l’ho dovuto portare io, lassù, assieme agli altri. Quando mi ricordo, mi monta il vapore alla testa del cilindro! Non mi ci far pensare!” La locomotiva s’era commossa e sospirava con tutti i suoi stantuffi, e allora Albertino la pregò ancora e quella cedette. “Salite, vi porterò fin dove mi sarà possibile. Non si sa mai quel che possono combinarti lungo la linea quei monellacci della montagna! In carrozza, signori! Si parte…”


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