QUEL NOSTRO 'FONDO FANGOSO'

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QUEL NOSTRO "FONDO FANGOSO"

 

Quel fondo fangoso che c’è in ognuno di noi.

Cosa c'è dietro "la malattia della modernità"? La perdita del "senso del male" generatrice d’inconsci sensi di colpa, i quali, "nell’auto-disprezzo" deturpano la vita come una lebbra.

di

Francesco Lamendola



In termini religiosi si chiama concupiscenza ed è la conseguenza diretta del Peccato originale: una certa disposizione, se non al male, a ciò che apre la strada al male; una maggiore inclinazione verso l’egoismo, l’avidità, la superbia e la lussuria, che non verso l’altruismo, la generosità, la modestia e la continenza. Quanto al primo punto, il Peccato originale, il filosofo colombiano Nicolàs Gòmez Dávila diceva che l’umanità si divide in due grandi categorie: quelli che credono al Peccato originale, e gli sciocchi.


Quanto al secondo punto, le conseguenze di quel peccato per l’umanità intera (con la sola eccezione della Vergine Maria, nata senza peccato) sono state messe in dubbio da numerosi eretici, a partire da Pelagio, nel IV-V secolo, e oggi, nel neoclero modernista, esso trova sempre maggiori oppositori: ad esempio quel don Antonio Mazzi che va sempre nei salotti televisivi, gradito ospite, per dire, fra le altre cose, che non bisogna aver paura dell’uomo cattivo, perché l’uomo cattivo non esiste.


Questa è un’eresia, appunto perché nega, di fatto, il Peccato originale, o lo ridice a una faccenda che riguarda solo i nostri antichissimi progenitori, Adamo ed Eva: il che non è cattolico, ma russoviano, visto che era il filosofo ginevrino ad asserire che l’uomo è buono per natura, e a renderlo cattivo è, semmai, l’influsso nefasto della società (come se la società non fosse fatta di uomini). Il cattolico sa che l’uomo non è buono per natura, perché soffre le conseguenze del Peccato originale ed è stato ferito, nella sua natura, da quel grave atto di invidia e disobbedienza, così come è stato ferito tutto il creato; pur senza cadere nell’eccesso di pessimismo di Lutero e dei protestanti, secondo i quali tutta l’umanità non è che una massa dannata e che nessuno meriterebbe la salvezza, tranne i pochi che Dio sceglie nel suo imperscrutabile disegno, indipendentemente dai loro meriti apparenti (dottrina della salvezza sola fide, con la sola fede, e senza alcun contributo delle opere buone).
 

Perchè il filosofo colombiano Nicolàs Gòmez Dávila diceva che l’umanità si divide in due grandi categorie: quelli che credono al Peccato originale, e gli sciocchi!

Se l’uomo fosse buono per natura e se avesse ragione Rousseau, allora non si capisce cosa ci starebbe a fare la dottrina del Peccato originale nel Magistero della Chiesa cattolica: sarebbe come il caput mortuum di una visione antropologica viziata da un pessimismo tanto eccessivo quanto ingiustificato.


E se avessero ragione don Mazzi e tutti quei preti e quei teologi che la pensano come lui, allora non si capisce bene per quale mai ragione Dio si sarebbe incarnato, sarebbe morto sulla croce e poi risorto per la redenzione dell’umanità: evidentemente avrebbe potuto risparmiarsi la fatica.


Se l’uomo fosse fondamentalmente buono, allora non si dovrebbe parlare di peccato, salvo casi eccezionali, ma di errore: sbaglia e commette delle violazioni alla legge morale, però non lo fa in assoluta malafede; sbaglia, ma bisogna capirlo, bisogna contestualizzare, bisogna saper fare discernimento (che bello, il vocabolario truffaldino della contro-chiesa apostatica: come rende dolci e graziose le parole-truffa), bisogna scusarlo: come insegna la falsa pastorale del falso pastore Bergoglio, ad esempio in Amoris laetitia, ove si giustifica l’adulterio e si autorizzano i divorziati risposati a seguitare nel disordine morale e, per soprammercato, a fare la santa Comunione, come se fossero perfettamente in grazia di Dio.


Per non parlare dei falsi pastori tedeschi, col cardinale Marx in testa, secondo i quali la chiesa deve decidersi a riconoscere l’omosessualità come un’inclinazione assolutamente naturale e quindi non si vede perché essa non dovrebbe anche benedire le unioni gay nella forma sacramentale vera e propria.
 

Se l’uomo fosse buono per natura e se avesse ragione Rousseau, allora non si capisce cosa ci starebbe a fare la dottrina del Peccato originale nel Magistero della Chiesa cattolica: sarebbe come il caput mortuum di una visione antropologica viziata da un pessimismo tanto eccessivo quanto ingiustificato!

Un’analisi lucida e quasi crudele del fondo fangoso di passioni perverse che giace allo stato latente nella nostra anima, e che è saggio non ridestare mai, si trova nel romanzo I turbamenti del giovane Törless, dello scrittore Robert Musil (Klagenfurt, 6 novembre 1880-Ginevra, 15 aprile 1942), assai più famoso per il romanzo L’uomo senza qualità, che lo pone, di fatto e di diritto, fra i massimi rappresentanti della cosiddetta letteratura della crisi del primo Novecento, insieme a Joyce, Pirandello, Svevo, Proust, Thomas Mann, Virginia Woolf e, per certi aspetti, Ernest Hemingway. Nel romanzo giovanile, il protagonista adolescente, figlio di un’ottima famiglia della società austro-ungarica, durante gli anni in cui frequenta il collegio militare si trova coinvolto in misura crescente nella torbida vicenda che ruota attorno a un giovane collegiale, Basini, e a due ragazzi che lo perseguitano in ogni modo, anche sessualmente, e che arrivano a stuprarlo, usando l’arma del ricatto, in quanto sono venuti a conoscenza di un furto da lui commesso che, se fosse denunciato ai superiori condurrebbe certamente alla sua immediata espulsione.


Dapprima sconcertato e disgustato da ciò che i suoi due compagni stanno facendo ai danni di Basini, Törless, animo raffinato di esteta e al tempo stesso gelido razionalista, un po’ alla volta si fa prendere dalla spirale di violenza sadica e finisce per partecipare attivamente alla persecuzione del disgraziato, dal quale si sente attratto fisicamente, come del resto gli altri due, cosa che gli fa provare vergogna e sensi di colpa che cerca di esorcizzare raddoppiando la sua indifferenza e il suo cinismo nei confronti della vittima. Alla fine, stanco del gioco o forse nauseato di se stesso, finisce per consigliare Basini di auto-denunciarsi per sottrarsi al ricatto e alle violenze; e, quando la storia del furto viene in piena luce, questi è cacciato, come previsto, mentre i suoi persecutori sono circonfusi dalla “gloria” di essersi adoperati per difendere il buon nome dell’istituto da un ospite indegno.


Quanto a Törless, dopo aver dato prova della sua natura contorta e a suo modo patologica, facendo un cervellotico discorso davanti ai responsabili del collegio, viene a sua volta allontanato, sia pur in maniera dolce, con la motivazione che un alunno della sua sensibilità e intelligenza potrà proseguire gli studi più efficacemente in forma privata. Il fascino del romanzo risiede nella maniera minuziosa e inesorabile, degna di Proust, con cui l’Autore descrive la discesa del protagonista negli abissi della sensualità e della perversione, conservando sempre, però, una sorta di strano distacco, come se in lui vi fosse uno sdoppiamento che gli permette di osservare se stesso quasi dall’esterno, e nello stesso tempo gli impedisce di riconoscere sino in fondo il carattere profondamente malvagio del suo stesso comportamento.


A distanza di anni, infatti, annota Musil che Törless non si pentì mai, neanche nella maturità, di ciò che gli era accaduto: non dice di ciò che aveva fatto, ma di ciò che gli era accaduto; come se si fosse trovato preso da una forza esterna, e rimuovendo il fatto che il ruolo da lui svolto in quella oscura vicenda era stato assolutamente volontario.
 

Una pagina di prosa in cui Musil ci offre una chiave di lettura per comprendere molte cose del comportamento dell’uomo contemporaneo.

Ecco come lo scrittore austriaco descrive lo stato d’animo del protagonista nei giorni in cui ha la rivelazione del fondo torbido e limaccioso che giaceva nelle profondità della sua anima, e ne resta per metà sconvolto e per metà affascinato; poi sposta la riflessione sugli anni successivi, quando Törless è diventato un giovane uomo posato e affidabile, mai, però, visitato dal rimorso o anche solo dal rammarico per ciò cui aveva partecipato (da: R. Musil, I turbamenti del giovane Törless; titolo originale: Die Verwirrungen der Zöglings Törless, 1906; traduzione dal tedesco di Andrea Landolfi, Roma, Newton Compton, pp. 143-145):

Si domandava che cosa gli altri, i genitori, gli insegnanti, gli avrebbero detto se avessero saputo il suo segreto.

Ma con quest’ultimo stupore, regolarmente i suoi tormenti cessavano. Subentrava una fredda stanchezza, e la pelle, febbricitante e rilasciata, di nuovo si tendeva in un benefico brivido di freddo. Allora una silenziosa indifferenza lo rendeva inavvicinabile, ma insieme si sentiva pieno di un chiaro disprezzo per tutti. Dentro di sé sospettava delle cose più abiette ognuna delle persone con cui parlava.

E inoltre gli sembrava che gli altri non conoscessero la vergogna. Non credeva che essi soffrissero quanto lui sapeva soffrire. Gli pareva che la corona di spine dei suoi rimorsi di coscienza a loro mancasse.

Ma si sentiva anche come uno che si sia risvegliato da una profonda agonia. Come uno che sia stato sfiorato dalle mani occulte della dissoluzione. Come uno che non può più dimenticare la silenziosa saggezza di una lunga malattia.

In quello stato d’animo si sentiva felice, tanto che in continuazione ne provava nostalgia.

Cominciava così: di nuovo poteva guardare Basini con indifferenza, e fronteggiare con un sorriso il disgusto e la volgarità che questi gli ispirava. Poi sapeva che si sarebbe abbassato, ma a ciò attribuiva un senso nuovo. Quanto più orribile e indegno era ciò che Basini gli offriva, tanto maggiore era il contrasto con quel sentimento di sofferente delicatezza che soleva subentrare dopo.

Törless si rifugiava in un cantuccio da cui poteva vedere senza essere veduto. Se chiudeva gli occhi sentiva salire in sé un impulso indistinto, e se li riapriva non trovava nulla che potesse paragonare a quello. E poi, all’improvviso il pensiero di Basini cresceva e concentrava su di sé ogni cosa. Ma subito, però, perdeva ogni connotato certo. Sembrava non appartenere più a Törless e sembrava non riferirsi più a Basini. Era completamente circondato da sensazioni come donne lascive dagli abiti accollati e dai volti celati in maschere.

Törless non era in grado di nominare nessuna di quelle sensazioni, di nessuna sapeva che cosa celasse; ma proprio in ciò era la seduzione inebriante. Egli non conosceva più se stesso, e proprio da questo cresceva la sua brama selvaggia e sprezzante di dissipazione: come se, in una festa galante, all’improvviso si spegnessero tutte le luci e uno non sapesse più chi è la figura che sta trascinando a terra e coprendo di baci.

Più tardi, quando ebbe superato gli eventi della sua giovinezza, Törless divenne un giovane di animo molto fine e sensibile, una di quelle nature d’indole estetico-intellettuale a cui l’osservanza delle leggi e anche, in parte, della morale pubblica, conferisce tranquillità, perché in tal modo si sentono sollevate dal dover riflettere su cose basse e lontane dai ben più raffinati accadimenti spirituali. A questa grande e un poco ironica correttezza esteriore tali nature associano tuttavia un’annoiata indifferenza non appena si richiede loro un più personale interesse per gli oggetti di quelle leggi e di quella morale. Il loro interesse precipuo, ciò che veramente li prende, è infatti unicamente la crescita dell’anima, dello spirito o come altrimenti si voglia chiamare ciò che in noi viene cresciuto da un pensiero trovato tra le pagine di un libro o sulle labbra serrate di un ritratto; ciò che a volte si risveglia quando una melodia isolata e ostinata si libera da noi e prende a vagare nell’infinito trascinandosi dietro, con bizzarre movenze, il filo rosso e sottile del nostro sangue, ma che sempre sparisce quando scriviamo atti, costruiamo macchine, andiamo al circo o comunque ci dedichiamo a una delle infinte occupazioni di questo genere.

Dunque a simili uomini sono sommamente indifferenti quegli oggetti che facciano appello unicamente alla loro correttezza morale. Per questo Törless non si pentì mai, neanche nella maturità, di ciò che gli era accaduto. I suoi bisogni erano così univocamente orientati sulla sfera intellettuale che, se qualcuno gli avesse raccontato una storia in tutto simile sugli eccessi di un dissoluto, sicuramente non gli sarebbe neanche venuto in mente di provare dello sdegno…

 
Quel fondo fangoso che c’è in ognuno di noi. Cosa c'è dietro "la malattia della modernità"? La perdita del "senso del male" generatrice d’inconsci sensi di colpa, i quali, "nell’auto-disprezzo" deturpano la vita come una lebbra!


In questa pagina di prosa, che certo non ha la potenza drammatica di quelle di Dostoevskij, ma pure si segnala per la sua acutezza e la capacità d’introspezione psicologica, Musil ci offre una chiave di lettura per comprendere molte cose del comportamento dell’uomo contemporaneo.


Da un lato ci mostra fino a che punto estetismo e nichilismo abbiano minato le basi stesse della vita quotidiana, e affacciato il demone della pazzia sadica e dissolutrice nei tessuti e nella carne viva delle relazioni interpersonali, nelle quali l‘altro è ridotto a cosa, ad oggetto di trastullo crudele, una sorta di vittima designata, e che prova lei stessa l’impulso perverso di soffrire: come accade a Basini, che subisce tutto anche perché ci trova un abietto e inconfessabile piacere.


Dall’altro lato ci mostra il ruolo essenziale ma pressoché sconosciuto che svolge nelle nostre vite il senso di colpa: perché è chiaro che quanto più la colpa viene rimossa da colui che l’ha commessa e respinta nelle profondità dell’anima, tanto più imputridisce e comincia a generare un inconsapevole senso di colpa, che genera, a sua volta, l’auto-disprezzo. In questo senso, si può ipotizzare che il cinismo e la freddezza con cui Törless diventato adulto si avvolge, altro non siano che la corazza per esorcizzare i sensi di colpa che battono alla sua coscienza, ma non vengono riconosciuti e proprio perciò premono con maggior violenza.


Ora, bisogna aver chiaro che Törless, per quanto sia, in fondo, un anormale – cresciuto e divenuto cittadino modello, come Ulrich ne L’uomo senza qualità, si diletta di studi matematici e intanto sfiora per gioco l’incesto con la sorella – non è affatto un’eccezione. Forse lo era cent’anni fa: oggi è un tipo largamente diffuso. Questa è la malattia della modernità: la perdita del senso del male, generatrice d’inconsci sensi di colpa, i quali deturpano la vita come una lebbra...

Del 12 Dicembre 2019


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