Sparizioni e cittÓ stato, benvenuti nella Libia del dopo Gheddafi

di Fausto Biloslavo per il Foglio www.ilfoglio.it

La Libia del dopo Gheddafi fa sempre più paura ai suoi vicini. Dopo il ritrovamento da parte della polizia algerina di 43 missili antiaerei Sa-7 e Sa-24 trafugati durante la guerra dai depositi dell'esercito di Tripoli e in procinto di essere venduti ai terroristi di Al Qaeda nel Maghreb islamico, è la volta della Tunisia a doversi difendere dalla minaccia terroristica islamista di origine libica.

In seguito a ripetuti scontri intorno al posto di frontiera di Ras Jedir molti cittadini tunisini hanno denunciato violenze, rapine e saccheggi da parte di gruppi armati libici. Il confine è stato chiuso dalle autorità tunisine che nelle scorse settimane avevano messo in campo la gendarmeria per sgominare, a Bir Ali Ben Khalifa, un gruppo di miliziani. Gli interrogatori dei 15 prigionieri e le indagini dell'intelligence di Tunisi hanno permesso di scoprire l'esistenza di una rete di jihadisti che ha l'obiettivo di costituire un emirato in Tunisia imponendovi la sharia. Un obiettivo del resto condiviso con il movimento salafita sempre più attivo a Tunisi.

Secondo  il sito Tunisie Numerique le milizie libiche del risorto Gruppo combattente islamico Libico (affiliato ad Al Qaeda e annientato dai mercenari serbi di  Gheddafi dodici anni or sono) puntano a creare un movimento gemello in Tunisia addestrando volontari in due campi paramilitari: uno per l'addestramento al combattimento vicino a Bengasi e l'altro per imparare a utilizzare esplosivi nei pressi di Sirte. Tra la settantina di milizie attive oggi in Libia le quattro più forti sono di ispirazione islamista mentre lungo il confine con l'Egitto l'intelligence statunitense ha registrato la presenza di una cellula di Al Qaeda insediatasi su diretto ordine di Ayman al-Zawahiri e che avrebbe già una consistenza superiore ai 200 combattenti.

Il quadro della situazione libica è sconfortante, al di là della penetrazione jihadista (come ha ben evidenziato sabato un articolo di Fausto Biloslavo su Il Foglio), anche per il crescente disinteresse dell'Europa nonostante il rischio che il Paese si trasformi in una nuova Somalia sulle rive del Mediterraneo. Alla crescente presenza di gruppi estremisti islamici di ispirazione salafita sembra essere legata anche la profanazione, a Bengasi,  di alcune tombe di soldati britannici e italiani caduti durante la Seconda guerra mondiale che ha provocato indignazione a Londra.

Tutte le milizie libiche rifiutano di disarmare, le forze armate nazionali di fatto non esistono, nell'oasi di Cufra continuano gli scontri tribali e la città di Bani Walid, ultima roccaforte del regime, risulta ancora in mano ai clan che sostenevano Gheddafi. Migliaia di prigionieri lealisti o supposti tali restano nelle diverse prigioni gestite dalle milizie (quella di Zintan non ha mai consegnato il figlio del raìs, Saif al Islam Gheddafi) e ha destato scalpore il video dello zoo di Tripoli dove in una gabbia una ventina di supposti mercenari con le mani legate dietro la schiena vengono costretti a mangiare brandelli della bandiera verde dell'ex regime. "Cani, mangiate la bandiera!" le parole pronunciate degli aguzzini insieme ad "Allah Akhbar" .

Violenze ancora una volta rivolte alla popolazione nera che subisce le angherie e i soprusi razzisti degli arabi. Il caos nel quale è sprofondata la Libia a un anno dall'inizio della rivolta contro il regime di Gheddafi è ben rappresentato dalla crisi profonda del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) ormai ben poco rappresentativo in un Paese dove sono ormai decine i partiti costituiti (una dozzina solo quelli islamisti) al punto da essere "costretto a riunirsi in segreto per evitare che i suoi dirigenti siano esposti ad intimidazioni e violenze" come sottolinea Massimo Amorosi, analista dell'Osservatorio Geopolitico del Medio Oriente (OGMO).


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