La crisi delle democrazie ridotte a sistema di potentati e interessi

15/10/2012 Massimo Fini da ariannaeditrice


Tutte le leadership democratiche dell'Occidente sono, chi più chi meno, in crisi. In genere la si addebita alla attuale mediocrità delle classi dirigenti (di cui l'Italia, da sempre Paese pilota, nel bene e nel male, offre aspetti grotteschi e peraltro istruttivi).


Nessuno osa dire che in crisi è la Democrazia in quanto tale, come sistema di potere, al di là dei suoi interpreti. Dopo la caduta del mondo feudale la dottrina liberal-democratica nasce dalla testa di alcuni pensatori (Stuart Mill, John Locke, Alexis De Tocqueville) che volevano valorizzare meriti, capacità, potenzialità dell'individuo singolo, finalmente liberato dalle rigide divisioni di casta (nobili, ecclesiastici, Terzo Stato).


Nei fatti, storicamente, la democrazia ha realizzato l'opposto, si è rivelata un sistema di oligarchie, politiche ed economiche, di aristocrazie mascherate, di lobbies che schiacciano l'individuo che non si piega a questi umilianti infeudamenti. Questo vulnus, ineliminabile e definitivo, della democrazia era stato già ben individuato dalla cosiddetta "scuola elitista" italiana dei primi del Novecento (bollata, chissà perché "di destra": Vilfredo Pareto, Gaetano Mosca, Roberto Michels erano puramente e semplicemente degli studiosi che, come tali, osservavano i fenomeni sociali per quello che sono). Scrive Gaetano Mosca ne "La classe politica": "Cento che agiscano sempre di concerto e d'intesa gli uni con gli altri trionferanno sempre su mille presi uno a uno che non avranno alcun accordo fra loro".


E con questo si dice addio non solo al mito anglosassone dell'"one man, one vote", ma anche al principio della meritocrazia su cui prevale la fidelizzazione feudale. Si creano così leadership di mediocri che, per non esserne scavalcati, si circonderanno di soggetti ancor più modesti che, diventati a loro volta classe dirigente, seguiranno la stessa condotta, in un processo che non sembra trovare il suo fondo. Non è un caso che le democrazie abbiano dato il meglio di sè quando si sono trasformate, più o meno velatamente, in autocrazie (il Roosvelt del "New Deal", grande ammiratore di Mussolini, Churchill ed Eisenhower nella seconda guerra mondiale).


Così come non è un caso che le democrazie non siano in grado di combattere la mafia. Essendo un coacervo di mafie devono venire a patti con quelle, diciamo così, ufficiali (solo il fascismo, che non era una democrazia, combattè seriamente la mafia siciliana, perchè un potere forte non ne sopporta altri sul proprio territorio). Peraltro quella della democrazia è una questione di secondo grado. La democrazia è un sistema di regole e di procedure, non un valore in sè. È un sacco vuoto che va riempito di contenuti. In due secoli e mezzo il sacco si è riempito solo di valori quantitativi e materialistici e la democrazia è diventata semplicemente l'involucro legittimante di un modello di sviluppo economico "paranoico" perchè si basa sulle crescite infinite che esistono in matematica, non in natura.


Dopo una vertiginosa cavalcata, che proprio nella sua velocità aveva il principio della sua fine, questo modello è arrivato inevitabilmente al proprio limite perchè non può più crescere. Io lo vedo come una potentissima automobile che è arrivata davanti a un muro invalicabile. Ma il guidatore, invece di prendere atto della realtà, si ostina a dare di gas. Prima o poi il motore fonde. Fuor di metafora crollerà, e di colpo, il mondo del denaro, della finanza, dell'industria, della produzione e del consumo portandosi via anche quel fragile velo che lo ricopre chiamato democrazia. Ad onta di tutte le infantili illusioni (Fukuyama) nemmeno la democrazia, come tutte le costruzioni umane, è destinata a durare in eterno.


Già ora a fronte di sistemi di potere che durarono millenni, dà segni di cedimento, dopo soli due secoli di vita.



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