A 44 anni dalla morte di Giovanni Guareschi: due lettere ancora attuali

A 44 anni dalla morte di Giovanni Guareschi: due lettere ancora attuali


44 anni orsono moriva a Cervia il grande scrittore italiano Giovannino Guareschi. Oggi, oltre a ricordarlo con una prece in suffragio, vogliamo proporre due delle sue splendide lettere, di grande attualità, per ricordare a qualcuno le “meraviglie” del Conciliabolo Vaticano II… Buona lettura. 


Lettera di Giovannino Guareschi al suo Don Camillo


Lettera scritta da Giovannino Guareschi al suo Don Camillo subito dopo il Concilio Vaticano II. È stata pubblicata il 19 maggio1966.


Il Papa si chiama Giuseppe – Lettera a Don Camillo


Caro Don Camillo,


so che Lei è nei guai col Suo nuovo Vescovo. Ero a conoscenza che Lei aveva dovuto distruggere l’altare della chiesa parrocchiale e sostituirlo con la famosa « Tavola calda » modello Lercaro, relegando il Suo amato Cristo crocifisso in un angolo, vicino alla porta, in modo che l’Assemblea gli voltasse le spalle.


Ed ero pure a conoscenza che Lei, la domenica, celebrata la « Messa del Popolo », andava a celebrarne una clandestina, in latino, per i cattolici nella vecchia intatta cappella privata del Suo amico Perletti.


Ora, i capoccia della DC Le hanno fatto la spia e Lei è stato schedato in Curia tra i preti «sovversivi» dopo aver ricevuto dal Vescovo una dura ammonizione.


Reverendo, questo significa non aver capito niente. È giusto, infatti, che Cristo non sia più sull’altare. Il Cristo Crocifisso è l’immagine dell’estremismo. Cristo era un fazioso, un fascista e il suo «O con Dio o contro di Dio» non è che una scopiazzatura del famigerato «O con noi o contro di noi» di mussoliniana memoria.


E non si comportava da fascista quando cacciava a manganellate i mercanti dal tempio?


Faziosità, intransigenza, estremismo che l’hanno portato sulla croce, mentre Cristo, se avesse scelto la democratica via del compromesso, avrebbe potuto benissimo mettersi d’accordo coi suoi avversari.


Don Camillo: Lei non si rende conto che siamo nel 1966. Le astronavi scorrazzano nel cosmo alla scoperta dell’Universo e la religione cristiana non è più adeguata alla situazione.


Cristo ha voluto nascere in Terra e se, quando l’ignoranza e la superstizione facevano della Terra il centro o, addirittura, l’essenza dell’universo, la tradizionale funzione di Cristo poteva andare, oggi con le esplorazioni spaziali e la scoperta di nuovi mondi, Cristo è diventato un fenomeno provinciale. Un fenomeno che, come ha stabilito solennemente il Concilio, va ridimensionato.


Per Lei i beatnik, i «capelloni», sono dei pidocchiosi da spedire dal tosacani e le loro partner con le sottane corte coprenti, a malapena, l’inguine, sono per Lei delle sgualdrinelle da sottoporre d’urgenza alla Wasserman. Invece a Roma, per questi pidocchiosi e queste sgualdrinelle, la Superiore Autorità Ecclesiastica ha organizzato una Messa speciale, una Messa beat suonata e urlata da tre complessi di pidocchiosi.


Lei è rimasto all’altro secolo, reverendo. Oggi la Chiesa si adegua ai tempi, si meccanizza. E, a Ferrara, nella Chiesa di S. Carlo, sulla «Tavola calda» è in funzione la macchinetta distributrice di Ostie. All’Offertorio, il fedele che intende comunicarsi, depone la sua offerta in un piatto vicino alla macchinetta, preme un pulsante e, annunciata da un festoso trillo di campanello, un’Ostia cade nel Calice.


E, creda, non è improbabile che, nei Laboratori sperimentali Vaticani, si stiano studiando macchinette più complete, le quali, introdotta una moneta e schiacciato un pulsante da parte del comunicando, caccino fuori una piccola pinza che porge l’Ostia consacrata elettronicamente, alle labbra del fedele.


Don Camillo: Lei, lo scorso anno, mi ha rimproverato perché in una delle scenette di casa Bianchi, ho raccontato che il giovane prete d’assalto don Giacomo confessava per telefono i fedeli, e invece di andare a benedire le case, inviava alle famiglie boccettine di «Acqua Santa spray». Lei mi ha detto che, su queste cose, non si scherza!


Ebbene, ci stiamo arrivando per iniziativa della Superiore Autorità Ecclesiastica. E non è lontano il tempo in cui, dopo la confessione per telefono, il comunicando riceverà in busta raccomandata l’Ostia Consacrata che egli potrà consumare comodamente a casa servendosi, per non toccarla con le dita impure, di una apposita pinza consacrata fornita dal «reparto meccanizzazione» della Parrocchia. Non escludo che, per arrotondare le magre entrate della parrocchia, il parroco possa far stampare sulla Particola qualche vignetta pubblicitaria.


Don Camillo: io lo so che, adesso, Peppone La sta sfottendo tremendamente. Però ha ragione lui.


Certo che, ora, Peppone La sfotte!


So che Le ha ordinato di togliere dalla canonica il provocatorio ritratto di Pio XII «Papa fascista e nemico del popolo», minacciando di denunciarLa al Vescovo. Peppone ha ragione: le posizioni si sono invertite e non è lontano il giorno in cui la Sezione Comunista Le ordinerà di spostare l’orario delle Funzioni sacre per non disturbare la «Festa dell’Unità» che si svolge nel sagrato.


Don Camillo: se Lei non si aggiorna e non la pianta di chiamare «senza Dio» i comunisti e di descriverli come nemici della Religione e della libertà, la Federazione Comunista Provinciale La sospenderà a divinis.


Io che La seguo attentamente da venti anni e Le sono affezionato, non vorrei vederLa finire in modo così triste.


So benissimo che molti suoi parrocchiani, e non solo i vecchi, sono con Lei, ma so pure che Lei se ne andrebbe in silenzio, nascostamente, per evitare ogni incidente o discussione che potessero portare tormento al Suo gregge.


Lei, infatti, ha il sacro terrore d’una divisione fra i cattolici.


Ma, purtroppo, questa divisione esiste già.


So che Lei inorridirà, ma lo dico ugualmente. Pensi, reverendo, quale cosa meravigliosa sarebbe stata e quale nuova forza ne avrebbe ritratto la Chiesa se, alla morte del “Parroco del Mondo” [Giovanni XIII. N. d. R.] (che per la sua bontà e ingenuità tanti vantaggi ha dato ai senza Dio) il Conclave avesse avuto il coraggio di eleggere, come nuovo Papa il Cardinale Mindszenty!


Oltre al resto, questo sarebbe stato l’unico modo giusto, coraggioso e virile per liberarlo dalla sua prigionia: infatti, diventato Mindszenty Capo dello Stato indipendente del Vaticano, i comunisti ungheresi avrebbero dovuto lasciargli la possibilità di raggiungere la sua Sede.


Con Mindszenty Papa, il Concilio avrebbe funzionato ben diversamente, la Chiesa del Silenzio avrebbe acquistato una voce tonante. E Gromyko non sarebbe stato ricevuto in Vaticano e non avrebbe potuto alimentare e consolidare l’equivoco che, creato ingenuamente, a confusione delle già confuse menti dei cattolici da Papa Giovanni, fruttò il guadagno di un milione e duecentomila voti ai comunisti e che forse darà ad essi la vittoria nelle prossime elezioni politiche.


Quando i parroci potranno spiegare alle rimbambite femmine cattoliche che è peccato mortale solo se si vota per i liberali e i missini, sarà una festa per i comunisti!


Don Camillo, non m’importa se Lei urlerà inorridito, ma io debbo dirLe che, non solo per me, ma per molti altri cattolici «sovversivi», il Papa al quale guardiamo come al luminoso faro della Cristianità non si chiama Paolo ma Giuseppe.


Josef Mindszenty, il Papa dei cattolici che provano disgusto davanti alle macchinette distributrici di Ostie, alla «Tavola calda» che ha distrutto gli altari e cacciato via il Cristo, alle «Messe yé-yé» e ai patteggiamenti con gli scomunicati senza-Dio.

Un’altra delle profezie di Nostradamus si è avverata. I cavalli cosacchi si sono abbeverati alle acquasantiere di S. Pietro. Anche se si trattava dei Cavalli-vapore (HP) della limousine di Gromyko. E senza escludere che mons. Loris Capovilla, per rendere omaggio al Gradito Ospite, abbia fatto il pieno al radiatore della macchina di Gromyko con Acqua Santa.


Don Camillo, se ho bestemmiato, me ne pento. Per penitenza ascolterò sei volte il Pater Noster cantato da Claudio Villa.


Ma non si preoccupi: la diplomazia vaticana lavora e, minacciando di sospenderlo a divinis, riuscirà a spegnere l’ultima fulgente fiamma di cristianità, costringendo Mindszenty a venire a fare il bibliotecario a Roma.


O, magari, no. Se Dio ci assiste.


Giovannino Guareschi


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Reverendo,


spero che questa mia raggiunga il remoto esilio montano nel quale l’ha confinata quella Sua irruenza che non diminuisce davvero col crescere degli anni.


Conosco la storia che è incominciata quando il compagno sindaco Peppone ha preso a salutarla in pubblico: «Buon giorno, compagno Presidente!». Poi è venuto a farLe visita in canonica assieme allo Smilzo, al Bigio e al Brusco, per dirLe che, siccome intendeva abbellire la Casa del Popolo con un bel balcone per i discorsi, avrebbe volentieri acquistato le colonnine di marmo della balaustra dell’altar maggiore, nonché i due angeli allogati ai lati del Tabernacolo. Questi, Le disse (se il mio informatore è veritiero), avrebbe voluto sistemarli sopra l’arco del portone d’ingresso, per adornare la targa con l’emblema del PCI.


Don Camillo: Lei staccò dal muro la doppietta e la spalancò davanti a Peppone e soci facendo loro ritrovare rapidamente la via della porta. Ma, creda, non fu una risposta spiritosa, da buon giocatore.


Quando scoppiò la bomba della destalinizzazione, non dimentichiamolo, Lei non andò forse a trovare Peppone nella sua officina per comunicargli che avrebbe volentieri comprato i ritratti e il busto di bronzo di Stalin esistenti alla Casa del Popolo, nonché la targa marmorea di «Piazza Stalin», perché intendeva usarli per adornare convenientemente con essi il suo bagno personale?


Reverendo, ora che è scoppiata la bomba della depacellizzazione e Lei deve adeguare la chiesa alle esigenze precise del nuovo Rito Bolognese, Peppone aveva il diritto di renderle pan per focaccia.


Lei è nei guai fino agli occhi, Reverendo, ma stavolta il torto è tutto Suo. Il giovane curato che i Suoi Superiori Le hanno inviato per istruirLa sul Rito Bolognese e per aiutarLa ad aggiornare la chiesa, non è un Peppone qualsiasi e Lei non poteva trattarlo rudemente come l’ha trattato.


Egli veniva da Lei con un mandato preciso e siccome la Sua chiesa non ha nessun particolare valore artistico e turistico, il giovane quanto degno sacerdote aveva il pieno diritto di pretendere l’abbattimento della balaustra e dell’altare, l’eliminazione delle cappellette laterali e delle nicchie coi loro ridicoli Santi di gesso e di legno, nonché dei quadretti ex voto, dei candelabri e insomma, di tutta l’altra paccottiglia di latta, di legno e di gesso dorati che, fino alla riforma, trasformavano le chiese in retrobottega da robivecchi.


Lei, don Camillo, aveva pur visto alla Tv il «Lercaro Show» e la concelebrazione della Messa con Rito Bolognese. Aveva ben visto la suggestiva povertà dell’ambiente e la toccante semplicità dell’altare ridotto a una proletaria tavola. Come poteva pretendere di piazzare in mezzo a quell’umile Sacro Desco un arnese alto tre metri come il Suo famoso (quasi famigerato) Cristo Crocifisso cui Lei è tanto affezionato?


Lei aveva pur visto alla Tv, qualche giorno dopo, com’era apparecchiata la Sacra Mensa attorno alla quale il Papa e i nuovi Cardinali hanno concelebrato il Banchetto Eucaristico.


Non s’era accorto che il Crocifisso situato al centro della Tavola era tanto piccolo e discreto da confondersi coi due microfoni?


Non aveva visto, insomma, come tutto, nella Casa di Dio, deve essere umile e povero in modo da far risaltare al massimo il carattere comunitario dell’Assemblea Liturgica di cui il Sacerdote è soltanto un concelebrante con funzione di presidente?

E non aveva sentito, nel secondo «Lercaro Show» televisivo (rubrica «Cordialmente»), quanto siano soddisfatti, addirittura entusiasti, i fedeli petroniani per la nuova Messa di Rito Bolognese?


Non ha visto come erano tutti eccitati, specialmente i giovani e le donne, dal piacere di concelebrare la Messa invece di assistervi passivamente subendo il sopruso del misterioso latino del Celebrante e dalla legittima soddisfazione di non doversi umiliare più inginocchiandosi per ricevere l’Ostia e di poterla deglutire in piedi, trattando Dio da pari a pari come ha sempre fatto l’onorevole Fanfani?


Don Camillo: quel giovane prete aveva ragione e si batteva per una Santa Causa perché l’aggiornamento è stato voluto dal Grande Papa Giovanni affinché la Chiesa, «Sposa di Cristo, potesse mostrare il suo volto senza macchia né ruga».


È la Chiesa che, fino a ieri semplicemente Cattolica e Apostolica, diventa (ricordi sempre Lercaro) Chiesa di Dio. E Lei, don Camillo, è rimasto indietro di qualche secolo, Lei è ancora fermo all’ultimo Papa medievale, a quel Pio XII che oggi viene pubblicamente svillaneggiato dai palcoscenici con l’approvazione – vedi la rappresentazione del Vicario a Firenze – degli studenti universitari cattolici, e che, quando il produttore avrà ottenuto la sovvenzione statale, verrà svillaneggiato anche dagli schermi e dai teleschermi.


Don Camillo: non se n’è accorto nemmeno assistendo, attraverso la Tv, alla consacrazione dei nuovi Cardinali?


Non ha sentito gli applausi fragorosi a scena aperta rivolti al neoCardinale-Operaio Cardin?


Non ha udito il Reverendo Presentatore televisivo precisare che il neoCardinale cecoslovacco Beran è semplicemente uscito dal suo «stato d’isolamento» ?


Non ha notato la pacata indignazione che vibrava nella sua voce quando il Reverendo Presentatore Tv ha denunciato il sopruso commesso dal dittatore Franco pretendendo di avvalersi del medievale, fascistico privilegio che hanno i Capi degli Stati Cattolici d’imporre personalmente la Berretta ai neo-cardinali appartenenti al loro Paese?


Non ha neppure notato la diligenza encomiabile con la quale il Reverendo Presentatore Tv – come, del resto, ha fatto lo stesso Santo Padre – ha ignorato l’esistenza della cosiddetta «Chiesa del Silenzio» o «Chiesa Martire» d’oltrecortina?

Don Camillo, non s’è accorto come le Superiori Gerarchie della Chiesa evitino di parlare di quel Cardinale Mindszenty d’Ungheria che, con riprovevole indisciplina, persiste nell’ignorare la Conciliazione fra Chiesa Cattolica e Regime Sovietico e nel ricusare di tributare il dovuto omaggio al cosiddetto «Comunismo Ateo», ritenendo addirittura valida una Scomunica Papale che è oggi oggetto di riso in tutti gli Oratori parrocchiali?


Don Camillo, perché si rifiuta di capire?


Perché, quando il giovane prete inviatoLe dall’Autorità Superiore Le ha spiegato che bisognava ripulire la chiesa e vendere angeli, candelabri, Santi, Cristi, Madonne e tutte le altre paccottiglie fra le quali anche il Suo famoso Cristo Crocifisso, perché, dico, Lei lo ha agguantato per gli stracci sbatacchiandolo contro il muro?


Non ha capito che sono in ballo i più sacri princìpi dell’economia? Che sono in ballo miliardi e miliardi e la stessa sacra Integrità della Moneta?


Quale famiglia “bene”, oggi, vorrebbe privarsi del piacere di adornare la propria casa con qualche oggetto sacro? Chi può rinunciare ad avere in anticamera un San Michele adibito ad attaccapanni, o in camera da letto una coppia d’angeli dorati come lampadario, o in soggiorno un Tabernacolo come piccolo bar?


Don Camillo, la Moda è una potenza che muove migliaia di fabbriche e migliaia di miliardi: la Moda esige che ogni casa rispettabile possegga qualche oggetto sacro. La ricerca è rabbiosa tanto che, se non immetteremo nel mercato dell’Arredamento Santi, angeli, pale d’altare, candelabri, Crocifissi, Tabernacoli, Cristi, Madonne e via discorrendo, i prezzi raggiungeranno cifre iperboliche. E ciò pregiudicherà la sacra Integrità della Lira, onorata dagli stranieri con l’Oscar delle Monete.


La Chiesa non può più estraniarsi dalla vita dei laici e ignorarne i problemi.


Don Camillo, non mi faccia perdere il segno. Lei, dunque, è nei guai ma la colpa è tutta Sua.


Sappiamo ogni cosa: il pretino inviatoLe dai Superiori Le ha proposto – demolito il vecchio altare – di sostituirlo non con una comune Tavola come quella del «Lercaro Show», ma col banco da falegname che il compagno Peppone gli aveva vilmente fatto offrire in dono suggerendogliene l’utilizzazione. E ciò ricordando che il padre Putativo di Cristo era falegname e che il piccolo Gesù, da bambino, spesso lo aveva aiutato a segare e piallare tavole.


Don Camillo: si tratta di un prete giovane, ingenuo, pieno di commovente entusiasmo. Perché non ne ha tenuto conto e ha cacciato il pretino fuori dalla chiesa a pedate nel sedere?


Bel risultato, don Camillo. Adesso, nella Sua chiesa, c’è il pretino che fa quel che gli pare e Lei si trova confinato quassù a S., ultima miserabile parrocchia della montagna. Un paese senza vita perché uomini, donne e ragazzi validi sono tutti a lavorare all’estero e qui abitano soltanto i vecchi coi bambini più piccoli.


E Lei, Reverendo, ha dovuto sistemare la chiesa secondo le nuove direttive, così, dopo aver concelebrato la prima Messa con Rito Bolognese, si è sentito dire dai vecchi che, fino a quando Lei rimarrà in paese, loro non verranno più a Messa.


Don Camillo, le cose si vengono a sapere. Lei – ricordando le parole del pretino – ha spiegato che, adesso, la Messa deve essere celebrata così e il vecchio Antonio Le ha risposto: «Ho novantacinque anni e, per quel poco o tanto che ho ancora da vivere, mi basta la scorta di Messe in latino che mi sono fatto in novant’anni».


«Roba da matti» ha aggiunto la vecchia Romilda. «Questi cittadini vorrebbero farci credere che Dio non capisce più il latino!».


«Dio capisce tutte le lingue» ha risposto Lei. «La Messa viene celebrata in italiano perché dovete capirla voi. E, invece di assistervi passivamente, voi partecipate al sacro rito assieme al sacerdote.»


«Che mondo» ha ridacchiato Antonio. «I preti non ce la fanno più a dire la Messa da soli e voglion farsi aiutare da noi! Ma noi dobbiamo pregare, durante la Messa!»


«Appunto, così pregate tutti assieme, col prete» ha tentato di spiegare Lei. Ma il vecchio Antonio ha scosso il capo: «Reverendo, ognuno prega per conto suo. Non si può pregare in comuniorum. Ognuno ha i suoi fatti personali da confidare a Dio. E si viene in chiesa apposta perché Cristo è presente nell’Ostia consacrata e, quindi, lo si sente più vicino. Lei faccia il suo mestiere, Reverendo, e noi facciamo il nostro. Altrimenti se Lei è uguale a noi a che cosa serve più il prete? Per presiedere un’assemblea sono capaci tutti. Io non sono forse presidente della cooperativa boscaioli? E poi: perché ha portato via dalla chiesa tutte le cose che avevamo offerto a Dio noi, coi nostri sudati quattrini? Per scolpire quel Sant’Antonio di castagno che lei ha portato in solaio, mio padre ci ha messo otto anni. Si capisce che lui non era un artista, ma ci ha impiegato tutta la sua passione e tutta la sua fede.


«Tanto è vero che, siccome lui e la mia povera madre non potevano avere figli, appena finita e benedetta la statua, Sant’Antonio gli ha fatto la grazia e sono nato io. Se lei vuole fare la rivoluzione, la vada a fare a casa sua, reverendo».

Don Camillo, io capisco quello che Lei ha dovuto provare. Ma la colpa è Sua se si è invischiato in questi guai.


A ogni modo, io non Le scrivo solo per dirLe cose cattive, ma per confortarLa un po’.


Il pretino che è ora al Suo posto ha già smantellato la chiesa. Non ha installato al posto dell’altare il banco da falegname bensì un normale tavolo perché, con bel garbo, le Superiori Autorità gli hanno fatto capire che, pure essendo l’idea bellissima e nobilissima, questa preferenza data alla falegnameria avrebbe potuto offendere i fabbri e gli altri artigiani.


Balaustra, angeli, candelabri, ex voto, statue di Santi, Madonnine, quadri e quadretti, Tabernacolo e tutti gli altri arredi sacri sono stati venduti e il ricavato è servito per sistemare la chiesa, per l’impianto stereofonico, dei microfoni, degli altoparlanti, del riscaldamento eccetera.


Anche il famoso Cristo è stato venduto perché troppo ingombrante, incombente, spettacolare e profano. Però metta il cuore in pace: tutta la roba non è andata lontano. L’ha comprata il vecchio notaio Piletti che l’ha portata e sistemata nella cappella privata della sua villa del Brusadone.


Manca soltanto la balaustra dell’altar maggiore: l’ha comprata Peppone e dice che ci farà il balcone della Casa del Popolo.


Però mi risulta che colonnine e ogni altro pezzo della balaustra sono stati imballati, incassati uno per uno con gran cura e riposti in luogo sicuro.


Lei sa che, per quanto mi conosca come uno stramaledetto reazionario nemico del popolo, Peppone con me si lascia andare e m’ha fatto capire che sarebbe disposto a trattare. Vorrebbe, in cambio della balaustra, il mitra che Lei gli ha fregato nel 1947. Dice che non ha la minima intenzione di usarlo perché oramai anche lui è convinto che i clericali riusciranno a fregare i comunisti mandandoli al potere senza dar loro la soddisfazione di fare la rivoluzione. Lo rivuole perché è un ricordo.

Don Camillo, io sono certo che quando Lei fra poco tornerà (e La faranno tornare presto perché, adesso, in chiesa ci vanno, per far dispetto a Lei, soltanto Peppone, lo Smilzo, il Brusco e il Bigio), Lei troverà tutte le Sue care cianfrusaglie perfettamente sistemate nella chiesetta del notaio.


E potrà celebrare una Messa Clandestina per i pochi Suoi amici fidati. Messa in latino, si capisce, e con tanti oremus e kirieleison.


Una Messa all’antica, per consolare tutti i nostri morti che, pure non conoscendo il latino, si sentivano, durante la Messa, vicini a Dio, e non si vergognavano se, udendo levarsi gli antichissimi canti, i loro occhi si riempivano di lacrime. Forse perché, allora, il Sentimento e la Poesia non erano peccato e nessuno pensava che il dolce, eternamente giovane «volto della Sposa di Cristo» potesse mostrare macchie o rughe.


Mentre oggi Essa si presenta a noi dal video profano, col volto sgradevole e antipatico del Cardinale Rosso di Bologna e dei suoi fidi attivisti, gentilmente concessi alla Curia dalla locale Federazione Comunista.


Don Camillo, tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati…


La saluto affettuosamente e Le mando, per Sua consolazione, una immaginetta del Molto Reverendo Pietro Nenni, esperto in Encicliche Papali, e chiamato dagli amici “Peter Pan e Salam”.


Il Suo parrocchiano Guareschi



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