Ugo Spirito, il trionfo della scienza

MARCELLO VENEZIANI

Ugo Spirito, il trionfo della scienza


A quarant’anni dalla sua morte la fondazione a lui intitolata ha dedicato un convegno al filosofo Ugo Spirito.


Chi era Spirito e che eredità ci ha lasciato? Dopo le ideologie, finite o sfinite dalla storia, è rimasta in campo una sola superideologia che si nega come tale e fonda la sua superiorità insuperabile su quattro dichiarazioni di morte presunta: la fine della religione, la fine della filosofia, la fine della nazione e la fine della politica (e della sua cristallizzazione secolare, la storia). Il ruolo di unificazione mondiale è assegnato alla scienza e alla tecnica che si sostituisce alla natura e alla storia. Lungo questo tragitto vari autori hanno legittimato questa superideologia, soprattutto nei campi delle nuove scienze, del positivismo e nel mondo angloamericano.


Ma c’è un filosofo italiano, allievo del più italiano dei filosofi e del più filosofo degli italiani che riassume quel percorso: è Ugo Spirito, allievo di Gentile. Spirito fu l’ultimo esponente dell’idealismo e propose la filosofia come ricerca incessante, amore e problema. Figlio di quella linea di pensiero fondata sul primato della filosofia, erede della stessa religione (vista come stadio infantile del pensiero e metafisica per il popolo), che esaltava la storia fino a divinizzarla nel nome di Hegel, il capostipite, e si accompagnava non certo alla fine della politica e della nazione ma alla loro apoteosi, da Fichte e Gentile.


Eppure proprio Spirito può dirsi il più compiuto interprete dello Spirito del tempo nostro. Poco conosciuto all’estero nonostante la sua filosofia cancellasse le frontiere, in disparte in Italia sia durante il fascismo per il suo “criptocomunismo” sia soprattutto dopo, perché gentiliano e dunque socialfascista, Spirito attraversò le epoche da precursore dei tempi nuovi e antagonista del tempo presente. Il suo scientismo filosofico non gli fece guadagnare né la considerazione dei filosofi né quella degli scienziati e dei tecnocrati.


E da emarginato finì i suoi anni, condannato, lui rivoluzionario, scientista, socialista e mondialista, a trovare udienza nel mondo conservatore, antiscientista e nazionalista, e perfino cattolico tradizionale, scrivendo pure elogi allo Scià di Persia. Eppure Spirito rappresentò una linea di pensiero laico e scientista, scettico verso la politica, l’ideologia, i miti, le religioni, la stessa filosofia, i valori tradizionali che, dialogando con Del Noce, vedeva al tramonto. E considerava necessario liquidare i vincoli territoriali e nazionali in vista di una società planetaria.


Spirito criticò il sistema dei partiti e la democrazia parlamentare, da giovane sostenne la corporazione proprietaria e da anziano ipotizzò la rappresentanza per competenze tecnico-scientifiche. Lui umanista, fu teorico della tecnocrazia. Nel clima della Contestazione, mentre dominava il dogma tutto è politica, Spirito prefigurava l’esito della rivolta nel suo rovescio: la spoliticizzazione, il rifiuto dell’ideologia, il trionfo della cibernetica e della bioingegneria. In questa chiave aveva ragione Del Noce a individuare in lui l’anti-Marcuse. Ma sulle ceneri della Contestazione non nacque la rivoluzione scientista, semmai il dominio neocapitalista. Che non ha superato la società borghese ma l’ha universalizzata.


Spirito invece pensava che la rivoluzione scientifica avrebbe generato una rivoluzione copernicana nel segno del collettivismo e della socializzazione. L’espansione della tecnica, a suo dire, avrebbe prodotto la fine dell’individualismo borghese (come pensò su altri versanti Junger) e l’avvento dell’onnicentrismo al posto dell’egocentrismo. Era la formula spiritiana del tecno-collettivismo. Sotto i nostri occhi è invece lo scenario inverso: la tecnica ha potenziato l’individualismo e il narcisismo e liquidato ogni traccia di comunismo.


L’errore d’interpretazione era nelle premesse: Spirito riteneva che i valori tradizionali e religiosi fossero incentrati sull’individualismo, dunque liberandosi da quelli la rivoluzione scientifica avrebbe instaurato il collettivismo. Invece un tratto costitutivo dei valori tradizionali e religiosi è il loro spirito comunitario, solidale, antiegoistico. L’espansione della tecnica unita al benessere ha scatenato l’individualismo planetario disintegrando le comunità nel villaggio globale. Spirito pensava che l’uniformità, la standardizzazione, avrebbero condotto per via tecno-scientifica al comunismo, a cui “è vano pensare di sottrarsi”, come scrisse in Inizio di un’epoca.


Elogiava la società dell’uniformità, sostenendo che la perduta ricchezza della varietà spaziale sarebbe stata risarcita dalla virtuosa accelerazione della variabilità nel tempo, verso forme e prodotti migliori. Riemergeva il suo giovanile positivismo, fiducioso nel progresso.


Il suo corporativismo integrale non era fondato solo sul primato delle competenze ma anche sul primato degli interessi collettivi, generali, su quelli privati, individuali. Ipotesi smentita dalle evoluzioni del neocapitalismo, anche col concorso ideologico della cultura di provenienza marxista. Il determinismo scientista e collettivista aveva poi una deriva giuridica: la responsabilità del delinquente è della società, non del singolo. E questo schiude tanto a uno sciagurato permissivismo giustificazionista quanto a un processo di rieducazione forzata della società, in un falansterio che somiglia al panopticon, il carcere ideale progettato da Bentham, esteso alla società.


“Il mondo della politica – scriveva Spirito – deve gradualmente dissolversi e tradursi nel mondo della scienza, in cui acquistare quel carattere di universalità che ancora gli manca”.  Il Cambiamento era la sostanza fuggente del nostro tempo. La sua attenzione alla vorticosa fisica dei mutamenti gli precluse di notare la metafisica delle invarianze; perché nel fluire e nel mutare, qualcosa restava o si rigenerava in nuove forme.


Anche Gentile pur nel suo attualismo non liquidò mai la tradizione e il senso religioso. Spirito concepì il “suo” fascismo, il “suo”comunismo e il “suo” scientismo nel segno del laicismo e dell’immanentismo radicale. E sul piano storico vide la fine del fascismo e dell’italocomunismo nell’abbraccio mortale con il cattolicesimo, irretito il primo dai Patti Lateranensi e il secondo dal Compromesso storico nel segno del cattocomunismo. Il compromesso col cattolicesimo coincideva per lui con l’imborghesimento e con la perdita dello spirito rivoluzionario di entrambi.


Il primo paradosso di Spirito è che pur sostenendo una visione collettivistica, difese gelosamente il suo individualismo: non a caso nella sua autobiografia, Memorie di un incosciente, dedicò i capitoli al “mio” fascismo, al “mio” comunismo, al “mio” problematicismo. Il secondo suo paradosso è di aver considerato sempre irreversibile il corso della storia, ma di essere poi andato sempre controcorrente. “Sono stato fatto dalla realtà” è la confessione onesta e amara di Spirito; è la disfatta di ogni idealismo.


Sognò l’onnicentrismo ma avvertì che “il mito del Superuomo può divenire una realtà effettiva, con conseguenze inimmaginabili”. Il dominio delle oligarchie oggi lo conferma. Ma era un destino già scritto nell’espansione illimitata della tecnica, gli avrebbe obiettato Heidegger. Nei suoi ultimi scritti Spirito cedette all’amarezza e disse di “non avere più nulla da insegnare…nulla da dire”. Si lasciò sfuggire perfino un’invocazione metafisica o religiosa: “Non ci resta che il miracolo”, che precede di poco l’”ormai solo un dio ci può salvare” di Heidegger. Il tormento di Spirito fu colto da un papa intellettuale come Paolo VI che cercò vanamente Spirito e poi Prezzolini, altro scettico d’antico pelo).


Ma la tecnica non può esaurire il destino dell’uomo.


MV, Imperdonabili, Marsilio (2017)


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