In difesa dei social

MARCELLO VENEZIANI

In difesa dei social


Ecco la Bestia, il social. È il nemico numero uno da abbattere, punire, imprigionare. I capi d’accusa sono ormai ossessivi: gli insulti sulla rete, l’odio diffuso, il razzismo, il sessismo e l’omofobia, le fake news, e poi la dipendenza, il narcisismo di massa, i furti d’identità e la psicopubblicità, l’istupidimento collettivo. Si minacciano sorveglianze e punizioni, occhiute commissioni anti-odio nel nome di Liliana Segre, operazioni di polizia telematica, censure, “retate” e oscuramenti.


Ma oltre gli arcigni tutori del Politically correct, anche un osservatore liberale come Paolo Del Debbio sostiene in un libro, Cosa rischiano i nostri figli (ed. Piemme) che i social hanno un’impronta alienante, totalitaria, quasi demoniaca.


Geert Lovink, che ha fondato e dirige l’Istituto di Network Culture di Amsterdam, ritiene che i social siano il luogo triste in cui cresce “il nichilismo digitale”, come titola nella versione italiana il suo libro edito dalla Bocconi. Secondo Lovink il “popolo del presente” è in preda a un’allucinazione temporale, per dirla con Roland Barthes. Nell’epoca dei social, disagio, distrazione e depressione di massa sono virali. Il titolo originario del suo testo è dedicato alla tristezza, una tristezza tecnologica, programmata e somministrata dalla rete.


Cadiamo nel vuoto e nella solitudine appena smettiamo di cliccare e navigare. Per dare un volto meno vago al Nemico, Lovink addita le piattaforme, come Google, Twitter, Instagram e Facebook, che imprigionano gli utenti dentro percorsi obbligati. E in particolare i loro agenti, i wistleblowers, le talpe che incanalano, irretiscono gli utenti. Per non dire della funzione nefasta degli algoritmi, in apparenza neutrali, ma in realtà usati e veicolati per controllare, invadere e reprimere la rete.


Non si possono negare le innumerevoli distorsioni dei social, gli effetti collaterali di una specie di democrazia diretta e assoluta della rete, con l’ignoranza sovrana unita all’arroganza e alla veemenza. Non si possono negare le dipendenze e l’alienazione indotte dai social e da alcune sue pratiche. Come il selfie, che Jodi Dean assimila a una specie di comunismo social che lui chiama “marxcisismo”, incrocio tra marxismo e narcisismo. Tutti si sentono al centro del mondo, tutti si reputano “speciali”.


Non si può negare il vuoto, la solitudine e la tristezza che spesso inducono i social ma accanto c’è pure il versante ricreativo, lo svago e il divertimento. Non dimentichiamo la funzione ludica dei social e degli smartphone, evidenziata come loro ragione primaria in Game da Alessandro Baricco. I social sono ambigui: evidenziano solitudini ma producono compagnia, rivelano l’assenza di legami sociali ma favoriscono il sentirsi parte di una community, stabiliscono o ristabiliscono rapporti, dialoghi, amicizie seppure a distanza.


Se rovesciamo lo sguardo, i social sono l’unico segno vivente di socialità conviviale, di comunicazione e di svago per masse di individui ridotti alla solitudine, allo sradicamento, al puro funzionare.


Nei social c’è il riscatto umano della tecnica; la rivalsa giocosa, affettiva e perfino religiosa negata nella vita di scambio di un’epoca fondata sull’utile, la tecnica e il profitto. I social sono umani, troppo umani. Si rigenerano amicizie, consonanze ideali e ideologiche, comuni passioni, si ritrovano dialetti e archivi, famiglie patriarcali – il cugino ritrovato nella chat- circoli paesani, scolaresche naufragate nei decenni. Sui social si combatte una guerra di resistenza collettiva all’Oblio, alla Solitudine, al Tempo che cancella persone, fatti e gesti minimi della vita.


Una terapia collettiva contro l’Alzheimer. Si consumano pure piccole tragedie e grandi scazzi, espulsioni e abbandoni, dichiarazioni d’odio e perfino suicidi (in gergo chi esce dalla rete si suicida), a volte non solo figurati. Ma nei grandi numeri c’è sempre un po’ di tutto. Certo, oltre i social c’è la vita vera, ci sono le cose che vanno vissute direttamente; è meglio incontrare de visu una persona, toccarla, vederla, senza ridurla a una remota icona.


Non dobbiamo considerare i social come sostitutivi dei rapporti umani, degli studi e della lettura di libri e giornali. Ma tutto sommato, i social umanizzano la tecnica e restituiscono il calore perduto della famiglia, della comunità, delle emozioni condivise, perfino l’outing dei sentimenti. Il nichilismo digitale non nasce dalla rete; è il riflesso di un nichilismo ben più diffuso e radicale che si esprime anche in rete, ma che nasce da un’umanità sconnessa da ogni senso, legame e destino.


E l’odio? Si denuncino e si perseguano i casi specifici, applicando le leggi che ci sono; non si istituiscano leggi speciali e tribunali d’inquisizione. È pericoloso generalizzare la censura; in quel caso, si, entriamo nel regime totalitario.


Ci inquietano il capitalismo della sorveglianza, per dirla con Shoshama Zuboff, il pressing persecutorio auspicato dai radical, l’annuncio di nuove “policy” da parte di facebook per insaccare la rete dentro la camicia di forza del politically correct. E ci preoccupa il patto scellerato tra potere e piattaforme: indulgenza fiscale e legislativa in cambio di maggiore sorveglianza repressiva. La rete, con tutti i suoi difetti e le intemperanze, è oggi l’unico luogo sovrano, oltre il voto, in cui i cittadini esercitano la libertà d’opinione e liberano i sentimenti.


Chi addita i social come il nemico numero uno dell’umanità, la vede in realtà come la bestia nera del Potere e delle sue mafie ideologiche. Salvate i social dalla censura. Esterna e interna.


MV, Panorama n. 48 (2019)


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