Vivere con l'incubo dei droni - Parte II

Living Under Drones 13 Ottobre 2012 - Fonte > livingunderdrones.org

Il 15 giugno 2011 gli USA lanciano da un drone dai 2 ai 6 missili contro un'auto che viaggia sulla strada fra Miranshah e Sirkot nel Nord Waziristan, uccidendo 5 persone. Il The News - uno dei principali quotidiani del Pakistan - identifica 4 delle vittime in un articolo pubblicato due giorni dopo l'accaduto. Anche il TBIJ - in una sua indagine indipendente - identifica le vittime (tutte e 5). Anche noi abbiamo raccolto testimonianze sulle vittime. Si tratta di: Shahzada o ‘Sherzada', Akram Shah, Atiq-ur-Rehman (soprannominato Tariq), Irshad Khan, ed Umar (od Amar) Khan.

Stando ai resoconti stampa iniziali, dei funzionari pakistani hanno dichiarato in forma anonima che tutte le vittime erano dei militanti. Nessun commento ufficiale invece è pervenuto da fonti USA anche dopo che un blocco stradale di protesta realizzato dalle famiglie e da componenti delle tribù ha avuto risonanza fin sulla stampa internazionale. Abbiamo intervistato cinque membri delle famiglie e della comunità. Ognuno degli intervistati ha fornito informazioni su ogni vittima, e tutti hanno dichiarato fossero dei civili. TBIJ, basandosi sia su proprie indagini che su informazioni stampa, ha fornito i cinque nomi specificati prima ed ha riferito che nell'attacco sono stati uccisi almeno 5 civili.

Stando agli intervistati, il 15 di giugno, Akram Shah stava portando in macchina il cugino Sherzada nella città di Miranshah. Akram, era un uomo sulla trentina padre di 3 figli, ex guidatore di taxi che ha lavorato come autista per la Pakistani Water e la Power Development Authority. Sherzada era uno studente di circa 20 anni e come Akram viveva nel piccolo villaggio di Spulga, 15 chilometri fuori Miranshah, in un grosso insediamento su base famigliare retto da un altro suo cugino, un importante malik. C'erano poi Atiq-ur-Rehman, un giovane farmacista che dirigeva il negozio Razmak Medical nel bazar di Miranshah; Irshad Khan, un giovane studente che lavorava nella farmacia di Atiq-ur-Rehman ed Umar Khan che dirigeva un negozio di ricambi auto.

Quella sera i 5 uomini - Akram Shah, Sherzada, Irshad Khan, Atiq-ur-Rehman, ed Umar Khan - hanno lasciato Miranshah a bordo dell'auto di Akram, diretti verso Spulga e poi al vicino villaggio di Sirkot.

Quando erano a circa 3 chilometri da Sirkot, la macchina è stata colpita da un missile. Stando ad alcuni resoconti stampa, gli operatori che controllavano il drone mancarono la macchina con i primi 5 missili, ma bloccarono la strada, centrandola poi con il sesto.

Altri riferiscono che Uman Khan riuscì a saltar fuori dall'auto dopo che era stata colpita ma solo per essere centrato un secondo dopo da un altro missile. Il malik Nadeem si trovava nella moschea, a circa due chilometri, quando ha sentito «il rumore del bombardamento» e corse verso il luogo dell'attacco. Molte sono le testimonianze sulle condizioni dell'auto, su tutte quella di Abdul Qayyum Khan che la descrive come «un panino aperto in due».

Sayed Majid - che ha perso nell'attacco un cugino ed altri due parenti - ed Abdul Qayyum Khan, padre di Atiq-ur-Rehman, hanno dichiarato ai nostri investigatori che i corpi delle vittime erano pesantemente bruciati. Khan ha poi parlato con dei locali che avevano assistito all'esplosione e gli dissero che avevano raggruppato i monconi dei corpi tolti dalle lamiere.

Quando si verificò l'esplosione, Khjan stava lavorando a Peshawar, a 5 ore di distanza. Un cugino lo chiamò subito dopo il fatto dicendogli di tornare al villaggio il prima possibile, ma non gli disse perché. Khan cercò di trovare un passaggio da un suo parente; sospettava qualcosa di brutto, ma non riusciva ad immaginarsi cosa fosse accaduto e certo non che suo figlio - un bravo ragazzo molto attaccato a lui - fosse stato ucciso da un attacco USA portato da un drone.

Fu solo all'arrivo a Sirkot che Abdul Qayyum Khan, vedendo da distanza una fila di vicini che affollavano l'ingresso, intuì si trattasse di qualcosa di veramente grave. Ricorda: «Pensai mi sarebbe venuto un attacco al cuore, cominciai a piangere, molti piangevano, la moglie di Atiq-ur-Rehman piangeva disperata».

Anche Ibrahim Shah, fratello di Akram's Shah, quella sera quando ricevette la notizia stava lavorando a Peshawar. Cercando di attenuargli il trauma i parenti gli dissero che il fratello era rimasto ferito in un incidente d'auto, contando poi di richiamarlo più tardi a notte fonda per dirgli che il fratello era stato ucciso da un attacco di un drone. Ibrahim prese 10 giorni di ferie per tornare al villaggio, e si unì alle proteste portate dai famigliari poche ore prima delle esequie quando, sulla strada principale Bannu-Miranshah, furono allineate quattro salme e ci fu una processione con manifestazioni e dichiarazioni che le quattro vittime non erano dei terroristi.

Un anno dopo l'accaduto, le famiglie lottano ancora con i problemi conseguenti alla perdita dei loro cari:  Atiq-ur-Rehman, ancora giovanotto quando venne ucciso, ha lasciato la moglie e 4 figli di età compresa fra i 4 mesi ed i 4 anni. Secondo il padre di Atiq-ur-Rehman - un autista che ora porta sulle spalle l'intero peso della famiglia del figlio morto - alcuni dei figli sembrano aver capito di aver perso il padre ma non riescono nemmeno a parlarne.

Akram - che era ancora nel pieno dei suoi 30 anni- lascia anch'egli la moglie e 3 figli. Stando al fratello di Akram, la vedova è rimasta sconvolta per la perdita e soffre di ipertensione ed emicranie. Sia lei che i suoi figli vivono grazie all'aiuto dei parenti.

Abdul Qayyum Khan ha dichiarato ai nostri ricercatori: «Vorremmo semplicemente dire agli USA di andarsene dal Pakistan... ma non ce la prenderemo con loro perché non servirebbe a nulla, non chiederemo loro nulla perché, per come la vedo io, sarebbe una fatica inutile... mio figlio è morto e niente lo riporterà indietro».

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Massimo Frulla



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