Bilancio di un duello

MARCELLO VENEZIANI

Bilancio di un duello

Allora, a mente fredda, come è finito il duello tra i due Mattei? A vederli uno di fronte all’altro era come assistere a un combattimento tra galli, su cui fioccano le scommesse. Chi alzava di più la cresta e più colpiva col becco era Renzi, ma Salvini pareva più solido, meno vulnerabile. Ma nel combattimento non è morto nessuno.

Per il resto non è stata male la sfida; finalmente un faccia a faccia tra due leader che si confrontano davanti ai telespettatori come non accadeva da troppo tempo; che accettano di mettersi a paragone, come si dovrebbe fare in democrazia. La sfida live è stata un fatto positivo di civiltà politica.

A ruoli invertiti, Renzi non avrebbe mai accettato il confronto con un avversario così più in basso di lui sul piano del peso elettorale. Se lui avesse più del trenta per cento di consensi non avrebbe mai accolto la sfida in tv con un leader al di sotto del cinque per cento. Non solo e non tanto per presunzione ma per un calcolo elementare: in un confronto così sbilanciato chi ha più da guadagnare è chi ha meno da perdere, perché parte da una base bassa di consensi.

A fine disfida, a mio parere, non ha perso nessuno dei due. Ci ha guadagnato Bruno Vespa, anche se non ha avuto un gran ruolo come direttore d’orchestra eclissato tra due solisti.Tra i due sfidanti Renzi avrà guadagnato qualcosa per la legge di cui sopra, ma non credo che Salvini abbia perso consensi dal confronto.

Avevamo davanti i due maggiori comunicatori politici in campo e lo hanno dimostrato, sono stati efficaci, sul pezzo. C’era però una differenza di fondo significativa nelle sue implicazioni: Salvini si rivolgeva prima agli italiani e solo di riflesso contrastava Renzi, mentre Renzi faceva il contrario, attaccava prima Salvini e di conseguenza si rivolgeva agli italiani.

Renzi è stato bravo, ficcante, brillante ma anche indisponente, spocchioso e risentito. Si scorgeva il suo dentino avvelenato e la sua bava alla bocca. Salvini è parso più sereno, e non nel senso renziano, con più buon senso comune, meno, più preoccupato del consenso dei cittadini che di accoppare il rivale. Però meno brillante, più basic e con meno argomenti.

Nel teatrino della politica Salvini ha la fama del Cattivo e Renzi viceversa, teneva a rimarcare di essere il Buono, l’Umanitario; ma a vederli a confronto avevi la netta impressione che fosse il contrario. Renzi sprizzava cattiveria e non solo verso il nemico o avversario che aveva di fronte, ma anche verso i suoi alleati e compagni di strada. La stessa cosa potrebbe dirsi sugli scheletri nell’armadio: si è parlato di quelli leghisti, ma non si è parlato di quelli in casa Renzi.

Dal dibattito è emersa una conferma: Salvini e Renzi sono oggi i leader politici più forti, quelli che Conte chiama non a caso i fenomeni. Al di fuori di loro c’è un trasformista parvenu a Palazzo Chigi, maestro nell’arte di non dire niente e rimandare; e poi c’è un mezzo leader furbetto come Di Maio, partito come populista e ormai percepito come un politicante di nuovo format, che in realtà non è un leader ma è solo il numero quattro del mondo grillino: sopra di lui ci sono Beppe Grillo, il Santone, il Fondatore, l’Ayatollah dei 5Stelle, poi c’è l’imam Davide Casaleggio che ha in mano il tabernacolo dei grillini, il sancta sanctorum: la Piattaforma Rousseau. E infine c’è lo stesso premier Conte, che bene o male guida la delegazione grillina al governo nelle vesti di presidente del consiglio. Di Maio è solo quarto nella gerarchia pentastellata.

Tra i leader c’è poi una sede vacante: è quella di via del Nazareno. Il segretario del Pd, Nicola Zingaretti non è un capo ma una coda, regna ma non governa, figura come segretario del partito, ma è una specie di leader senza portafoglio, non guida nemmeno la delegazione del suo partito al governo, resta ai bordi del campo. Il Pd si conferma una consorteria di potere, una cupola, un collettivo riottoso come un condomino, senza una vera leadership egemone.

Al di fuori di questo presepe, a distanza dai suddetti, ci sono Giorgia Meloni, first lady del sovranismo, in ascesa nei sondaggi, che gode di tre vantaggi e un neo: è l’unica donna, è l’unica che non ha cambiato campo ed è la sola che proviene da una storia e da un’idea politica, la destra nazionale. Ma con un grosso neo: oltre la sua verve televisiva e comiziante non si vede altro dalle sue parti. E c’è Silvio Berlusconi, padre ondeggiante dei populisti di “destra” e di “sinistra” che è il punto d’unione e di separazione tra i due Mattei, al momento alloggiato nel centro-destra a guida salviniana.

Nel dibattito sono emerse tra le tante divergenze, pure alcune altre convergenze: per esempio hanno un obbiettivo comune in prospettiva: abbattere Conte, toglierlo di mezzo. Per esempio liberare Roma della Calamità Raggi. O concordi nell’attaccare l’Europa vigliacca ed esitante sull’invasione turca. Ma in comune hanno soprattutto una cosa, che li differenzia dai grillini e dai pidini: sono leader che svettano oltre i rispettivi partiti.

Considerando il terremoto politico in corso, possiamo dire che Salvini e Renzi sono leader sussultori, e invece Conte, i grillini, i pidini, il Cavaliere sono ondulatori. I leader sussultori fanno sobbalzare il quadro politico, gli ondulatori invece fanno oscillare il quadro politico coi loro spostamenti di campo. Sarà tra Salvini e Renzi la prossima sfida politica? Presto per dirlo, troppe sono le variabili, forte è il conato di ritorno verso un sistema acefalo e proporzionale e vasto è lo sciame sismico in corso con imprevedibili effetti.

MV, La Verità 18 ottobre 2019


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