ARCHIVIO - MASSIMO FINI

Guerra & commercio (Massimo Fini da Il Ribelle)

Guerra & commercio


Benjamin Constant scriveva nel 1819: «È l'esperienza che provandogli, al popolo, che la guerra, cioè l'impiego della sua forza, contro la forza altrui, lo espone a varie resistenze e a vari insuccessi, lo induce a ricorrere al commercio, cioè a un mezzo più dolce e più sicuro per impegnare l'interesse di un altro ad acconsentire a ciò che conviene al suo interesse.




La guerra è l'impulso, il commercio è il calcolo. Ma per ciò stesso deve venire un'epoca in cui il commercio sostituirà la guerra».


L'ottimismo primottocentesco e positivista di Constant sarebbe stato clamorosamente smentito dal Novecento con due guerre mondiali combattute proprio dai Paesi più dediti al commercio internazionale.


Oggi, accanto a spietate guerre commerciali fra Stati e fra multinazionali che mettono alla fame milioni di uomini, restano le guerre combattute con le armi – armi devastanti – proprio per ragioni commerciali ed economiche, per assicurarsi le fonti di energia (le guerre all'Iraq, alla Cecenia e, in parte, anche all'Afghanistan, sono questo).


Il calcolo non ha eliminato le ragioni della guerra, gliene ha offerta qualcuna in più.


Per millenni le guerre si sono fatte certamente per interessi economici, ma anche per questioni di prestigio, per spirito d'avventura e di conquista o per ragioni ideologiche.




Oggi rimangono quasi esclusivamente le guerre «per calcolo» (magari mascherate ipocritamente, con qualche alto ideale) che, di tutte, sono le più tristi e squallide perché non hanno alle spalle nemmeno una passione umana.


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