ARCHIVIO - Intervista a Massimo Fini

14/03/2008 di Massimo Fini

«La salvezza è competere di meno ma nessuno ha il coraggio di dirlo»


  Che cosa pensa del nuovo libro di Giulio Tremonti, del suo forte attacco a quello che chiama «mercatismo»?

«Tremonti è l’unico politico che ha capito uno dei nodi centrali del nostro tempo, anche se non ne trae tutte le conseguenze. La globalizzazione non giova a nessuno! Prenda il caso dell’Italia. Rispetto agli anni Sessanta globalmente siamo più ricchi, produciamo molto di più... Ma singolarmente siamo tutti più poveri, stressati, insicuri. La corsa economica degli Stati è come una corsa di ciclisti dopati, è fatta sulla pelle delle persone».

In che senso Tremonti non ne trae tutte le conseguenze?



«Essendo un economista, privilegia, comprensibilmente, il suo settore. Ma c’è tutto il versante culturale e sociale della questione. C’è il fatto che l’idea di progresso lineare si è rivelata un fallimento. Tutto questo si trasforma in un’enorme sofferenza per gli individui. Bisognerebbe avere il coraggio di dire che l’unica parola d’ordine sensata, ma nessuno lo dice, è: competere di meno».

Nessuno dice che si deve competere di meno, però sulla globalizzazione sono aumentati i distinguo...

«Arrivano in ritardo. Ci sono tanti intellettuali, come Latouche e me, che queste cose le scrivono da venticinque anni. Ci hanno sputazzato per tutto questo tempo. Hanno tutti ripetuto in coro, da destra a sinistra, che la globalizzazione non si può fermare... Anzi, guardi, mi verrebbe quasi da dire che chi si accorge alla fine mi sta quasi più antipatico degli altri... Giusto per fare un esempio, se molti, invece di cianciare sul recupero delle radici giudaico-cristiane, si fossero occupati di recuperare il senso del limite che era proprio della cultura greca, non saremmo a questo punto... ».

Si potrebbe dire, come fa Tremonti, che la globalizzazione è stata «preparata da illuminati e messa in atto da fanatici»...

«Ogni idea, anche la migliore, e non è questo il caso, se idolatrata si trasforma in un disastro. Come diceva don Giussani: “L’errore è una verità impazzita”».

La sua soluzione?




«Recuperare il concetto di autarchia a livello europeo. Avrebbe dei costi, ma ci preserverebbe dagli effetti più gravi della globalizzazione».


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