E dopo il taglio, la vivisezione

MARCELLO VENEZIANI

E dopo il taglio, la vivisezione


Dopo il taglio dei parlamentari ci sarà la loro vivisezione? Per anni ho sostenuto la necessità di dimezzare il numero dei parlamentari a livello nazionale e regionale, dimezzando contestualmente le costose e inutili authority con i rispettivi impiegati e commessi annessi alle Camere e agli uffici, che ricevono stipendi spropositati pur essendo commessi e impiegati come gli altri dipendenti pubblici. La riduzione del numero dei parlamentari fu un cavallo di battaglia della destra che lo propose tanti anni fa e che fu poi bocciato nel referendum del 2006. Ma ora che si sta convertendo in legge la proposta grillina di portare a 600 i parlamentari, sento puzza d’inganno e d’imbroglio.


A cosa doveva servire il taglio? A rendere più agili e spediti i lavori parlamentari, a diminuire i rischi di corruzione e trasmigrazione, ad avere candidati più selezionati e dunque migliori, circoscrizioni più ampie in cui contava di più il prestigio dei candidati e contava di meno il potere clientelare. Era un modo per elevare la qualità della rappresentanza, la responsabilità dei parlamentari e per diminuire le possibilità del voto di scambio.


Il taglio che si promuove ora spunta da tutt’altro contesto. La preoccupazione principale non è qualificare il Parlamento, innalzare il livello qualitativo diminuendo la quantità, scegliere parlamentari più prestigiosi, ma esattamente il contrario. Innanzitutto, la riforma non si accompagna con una ridefinizione dei ruoli e una differenziazione più netta, sostanziale tra le due camere, che è poi l’assurdo del nostro bicameralismo ripetente.


In secondo luogo nasce dal disprezzo grillino della democrazia politica e parlamentare nel nome della rete antipolitica e pseudo-diretta, coi falsi e grotteschi, oltreché facilmente manipolabili, pronunciamenti dei “militanti” su una piattaforma privata, la Casaleggio & Associati. Chiamata pomposamente Rousseau. Dove non c’è traccia di volontà generale e di effettiva consultazione popolare.


Sul piano politico, la proposta grillina sminuisce il ruolo e l’importanza dei parlamentari rispetto alle decisioni dei capi bastone e dei loro mandanti non eletti. Del resto un partito guidato da un leader extra-parlamentare come Grillo, diretto da un manager extra-parlamentare come Casaleggio e con un premier extra-parlamentare come Conte, dà già un esempio eloquente di quale importanza effettiva attribuisca alla democrazia, sia essa diretta che delegata, rappresentativa o popolare. Tutto è disposto dall’alto, in modo autoritario, salvo la cipria delle consultazioni in rete tra un campione di cittadini.


La controprova che la riduzione dei parlamentari non è concepita per migliorarne la qualità e le responsabilità è data da tre precisi indizi. Uno è che le decisioni importanti non vengono affidate ai parlamentari ma alla rete gestita da una piattaforma senza alcuna legittimazione politica. Il secondo indizio è che si vuole accompagnare la riduzione dei parlamentari col vincolo di mandato: il parlamentare è ridotto a una pedina del calcio-balilla, se la mano che aziona la stecca gira in un senso, lui non può astenersi o girare diversamente ma si muove con tutta la sua fila secondo l’input che ha ricevuto. Un pupazzo da bigliardo senz’arte né parte.


E che questo non venga fatto per moralizzare la politica e scoraggiare i voltagabbana ma al contrario per renderlo ubbidiente e manipolabile – mamma comanda, picciotto ubbidisce – è dimostrato dal fatto che il partito stesso che lo promuove, il suo capo politico e il suo premier sono la personificazione del trasformismo, hanno cambiato alleato e programma. Loro sono stati i primi a tradire il vincolo di mandato e a farlo per tenersi il posto. Esattamente come i transfughi parlamentari. Il vincolo di mandato renderebbe superflui anche i 600 parlamentari, ridotti solo a schiacciare un tasto, in un esempio perverso di democrazia digitale, in cui il ruolo di un deputato è ridotto al suo dito; ne basterebbero una decina, come in un consiglio d’amministrazione.


Terzo, il taglio del numero di parlamentari e delle loro indennità, accompagnandosi a una perdita di ruolo, incentiva di fatto un personale scadente, squalificato, se non sfaccendato, come mostra del resto la composizione del parlamento a maggioranza grillina. Dev’essere preoccupante, per lui e per me, se mi trovo costretto a concordare con Pierferdinando Casini quando denuncia la demagogia del taglio e il degrado delle cariche pubbliche: “Solo i disoccupati e i titolari di assegno sociale riterranno conveniente fare il parlamentare.


Chi fa una professione importante evita il pubblico ludibrio connesso al titolo di onorevole”.


Vero. Propendo per una repubblica presidenziale, comunitaria e decisionista, e critico da sempre la repubblica parlamentare, partitica e delegata. Il nostro sistema aveva bisogno di un’investitura popolare diretta dell’esecutivo, che desse centralità, responsabilità e autonomia a chi governa; restituendo al parlamento il ruolo di rappresentanza qualificata, politica e territoriale e di controllo. In questo modo, invece, abbiamo una democrazia squalificata in parlamento ed eterodiretta dall’esterno della politica, telecomandata, con parlamentari ridotti a birilli senza pensiero e senza dignità.


Se a tutto questo aggiungiamo i moventi veri e meschini di questa legge – rilanciare Di Maio e i grillini in difficoltà, blindare la presente maggioranza parlamentare, bloccare la tentazione di andare a votare sapendo che gran parte dei parlamentari non saranno rieletti, gettare fumo negli occhi degli elettori e sbandierare quattro soldi di risparmio, confondendo i milioni con i miliardi che servono – allora abbiamo il quadro miserabile in cui nasce. Un’altra pagina infame e mortificante per la nostra repubblica.


MV, La Verità 9 ottobre 2019


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