AMERICA FATTA A MAGLIE - ORMAI LO SCANDALO RUSSIAGATE FARLOCCO NON SI RIESCE PIŁ A CONTENERE

Maria Giovanna Maglie per Dagospia

AMERICA FATTA A MAGLIE


- ORMAI LO SCANDALO INTERNAZIONALE DEL RUSSIAGATE FARLOCCO NON SI RIESCE PIÙ A CONTENERE

Maria Giovanna Maglie per Dagospia


Quindi il grande scandalo sarebbero quattro stracciaculi, con rispetto parlando, che nell'hotel più chiacchierato e spiato di Mosca parlavano di petrolio libico e di Eni, come Totò e Nino Taranto vendevano la Fontana di Trevi?  Viene da ridere pensando al vero scandalo internazionale che ora non si riesce più a nascondere.


E come mai ora Giuseppi si mette addirittura a citare Sigonella e la difesa della sovranità nazionale? A parte il paragone, per me blasfemo, con un grande statista come Bettino Craxi, chi è in questo caso il ricercato che Conte si rifiuterebbe, tardivamente, di consegnare agli americani, ammettendo così implicitamente che il personaggio è ancora qui su suolo italiano? Stiamo parlando del professore maltese Mifsud?


Nel 2015 e 2016 c'è stato il vero complotto ordito da Washington con il contributo probabile anche se ancora da dimostrare pienamente del governo italiano di allora, il governo Renzi, e che ora sta venendo prepotentemente fuori perché Trump è uno che non guarda in faccia nessuno e intende percorrere da vincitore con ignominia dell'avversario la campagna del 2020, aveva certamente come scopo principale quello di far eleggere trionfalmente Hillary Clinton, e nel corso della campagna di sventare il pericolo crescente costituito da una outsider come Donald Trump.


Ma aveva anche lo scopo di coprire strepitose malefatte internazionali, al centro delle quali c'era la Libia e la disgraziata campagna che ha portato all'eliminazione di un dittatore ormai pensionato e ridotto ad alleato come Muammar Gheddafi, ma anche al ridimensionamento del ruolo italiano nel Mediterraneo e nell'Unione europea.


Doveva coprire lo scandalo disgustoso dell'assassinio dell'ambasciatore Stevens e delle sue guardie del corpo, deciso praticamente a tavolino dalla Clinton perché a metà settembre 2012, a ridosso del voto di secondo mandato per Barack Obama, niente doveva rovinare l'immagine perfetta della vittoria in Libia, figurarsi l'appello disperato, trecento messaggi, di un ambasciatore lasciato solo e circondato da bande di terroristi islamici assassini, dagli Stati Uniti stessi sguinzagliati per agire contro Gheddafi, e divenuti incontrollabili.


Di qui il crocevia di spie, le verità inquinate, le prove montate ad arte, i docenti che fanno un altro mestiere e attirano nella trappola un ingenuo consulente della controparte ansioso di guadagnare gradi, rifilano documenti palesemente falsi, un castello di carte che non è riuscito a bloccare l'avanzata di Donald Trump, ma che, sempre con la complicità del Deep State e delle agenzie governative, ne ha inficiato l'autorevolezza o provato a farlo per i primi quattro anni di mandato.


L'inchiesta denominata Russiagate su una infiltrazione e complicità del governo e dello spionaggio russo per far vincere le elezioni a Trump è stata pensata tra Washington e  Roma.


 Se oggi si parla impunemente di impeachment e i democratici americani straparlano di questo strumento, pur sapendo che è inutilizzabile e impossibile, se il clima politico americano è avvelenato nonostante una stagione di prosperità economica senza precedenti, se il partito Democratico è ridotto a una retroguardia dell'internazionale socialista, isolati i moderati che sono sempre stati gli unici capaci di far vincere le elezioni a quel partito, se avanzano un  politically correct e metoo francamente intollerabili per qualunque civiltà, perfino se comandano le gretine del mondo, una parte preponderante di responsabilità va attribuita alle presidenza Obama e alla pretesa di continuare a governare senza ostacoli, quindi alle vicende del 2015 e 2016.


L'Italia di Renzi e Gentiloni ha giocato un ruolo di sicuro di sponda, il professore maltese, che ha fatto da postino e in qualche modo da organizzatore dall'università romana Link Campus di Enzo Scotti, è ancora qua a Roma, o era qua fino alla primavera ultima scorsa, protetto. C'è poco da minacciare querele, ricordarsi invece il viaggio di Matteo Renzi a Washington con folta corte.


Oggi lo stesso ruolo di servitù, è solo cambiato il committente, lo ha con grande furbizia esercitato Giuseppi Conte in una fase delicata della sua ardita carriera politica. Quando il giorno 15 di agosto, a crisi aperta da una settimana del primo governo Conte a trazione Di Maio Salvini, è arrivato a Roma in visita riservatissima attorney general William Barr ovvero finalmente un uomo di Trump in quel posto delicato e quindi quello in grado di indagare sul serio sul complotto internazionale, mettendoci dentro anche l'Ucraina, Giuseppi si è messo comodo e ha fatto tutte le promesse del caso, ottenendo in cambio non solo il silenzio assenso del pragmatico Trump alla sua doppia capriola verso il secondo governo, ma anche un tweet di sostegno.


Solo che poi dall'uomo dei servizi, messo a disposizione con grande disinvoltura rispetto alla sovranità nazionale da Conte in due viaggi di Barr è uscito pochissimo, gli americani si sono risentiti, la notizia è stata fatta trapelare. Il resto è tutto da vedere.


Che poi se apri qualche mail a caso della quantità sterminata di posta di Hillary Clinton, Segretario di Stato nell'era Obama e fino al momento di candidarsi a sicuro presidente degli Stati Uniti nel 2016, non fosse arrivato quel matto di Trump, ci trovi tutto quello che serve per spiegare gli avvenimenti internazionali degli ultimi 10 anni.


Figuratevi quelle che e' riuscita veramente a fare sparire dopo averle sottratte all'indirizzo sicuro del Dipartimento di Stato e averle sparse in giro tra il suo computer e il suo indirizzo mail e quello di fedeli collaboratori intimi come Huma Abedin.


Puoi giurare che ci trovi morti ammazzati, colpi di stato, stragi legate all'uranio, al petrolio, dittature foraggiate e vendite viziate, tutto il mondo della contemporanea lady Macbeth. Che però ha avuto, tanto da Segretario di Stato quanto da candidato fallito alla presidenza, molti entusiasti e pasciuti collaboratori nel cosiddetto Deep State, la tecno burocrazia di Washington che ancora non ha rinunciato a far fuori Donald Trump, e naturalmente il presidente che ha preceduto Trump, quel Barack Obama santificato appena eletto, che pure di porcherie ne ha coperte senza fine.


Obama ha consentito per esempio che Hillary Clinton pagasse i debiti da lui lasciati del Comitato Nazionale Democratico all'inizio di quella campagna del 2016, e di fatto si appropriasse della candidatura unica e del controllo totale sulla gestione della campagna. Obama ha fatto finta di non sapere nulla delle mail scomparse ma di fatto ha manovrato perché Hillary, nonostante le denunce di Wikileaks, venisse giudicata al massimo distratta e non colpevole.


Peccato che all'interno di quelle mail scomparse e poi apparse a pezzi e bocconi ci sia per esempio tutto l'orrore di Bengasi e della campagna di Libia. La campagna  fu fatta per fare un favore agli interessi americani e francesi e far fuori l'Italia che ci aveva investito e che si meritava di avere finalmente i proventi della pacificazione di Gheddafi. Una mascalzonata che paghiamo ancora adesso, non solo perché siamo completamente fuori dalla gestione di quella crisi e dallo sfruttamento futuro delle risorse petrolifere libiche, ma anche perché sono saltati gli accordi sull'immigrazione che ci tenevano lontani gli sbarchi indesiderati.


 Una tragedia per l'Italia, e certo in quel lontano 2011 di complotto, orchestrato anche dal Colle di Napolitano, i complici sono stati tra Berlino e Bruxelles, i sorrisini della Merkel e di Sarkozy, gli accordi con la Clinton, la debolezza infine di Silvio Berlusconi, che ha ceduto sotto il peso del golpe dello spread e ha tradito di fatto un alleato. La paghiamo carissima anche oggi, e l'ultima puttanata di questo governo è quella di rinunciare al cordone sanitario in Libia smettendo di finanziarlo, così alla Francia resterà lo sfruttamento delle risorse petrolifere, a noi i clandestini. Complimenti a Giuseppi e a Giggino.


Come andrà a finire e chi è quanto pagherà per una complicità che di fatto anche un tradimento della nostra sovranità, resta da vedere. Molto dipenderà anche da chi va al Copasir, se a guardia del pollaio ci metti una volpe o no.


Qualche regolamento di conti, e sostituzioni di massa, me lo aspetto anche dalle parti di via Veneto, in quella ambasciata Americana nella quale il capo missione non è riuscito in alcun modo a contenere l'iniziativa filo clintoniana e anti Tump di staff e funzionari.


Trump va avanti ed è molto difficile per gli avversari politici e per il deep state, per le agenzie governative, accusarlo di voler paralizzare l'attività di governo e la campagna con indagini di carattere persecutorio su presunti complotti contro di lui, visto che a loro volta su di lui hanno indagato per anni senza riuscire a trovare niente.


Un'ultima domanda, certo non la meno importante. Dov'è iI misterioso docente maltese Joseph Mifsud, al centro dell’indagine del Procuratore generale William Barr, che intende stabilire se l’Italia nel 2016 abbia collaborato con i democratici Usa per fabbricare false prove sul Russiagate?


Mifsud era in Italia fino ad aprile, altro che scomparso. Il suo. avvocato svizzero, Stephan Roh, ha dichiarato che il suo cliente avrebbe deciso di nascondersi dopo la pubblicazione del rapporto finale sul Russiagate del consigliere speciale Robert Mueller, ovvero fino a quando non è stato scritto nero su bianco che prove contro Trump non ce n'erano, e che la prova principale, da Mifsud fornita, era senza dubbio farlocca. Ma anche, incredibilmente, che Mueller lo continua a ritenere una spia russa e non dell'occidente. Lo fa per sostenere fino in fondo la tesi dell' FBI e James Comey, ex direttore cacciato da Trump, secondo la quale l'inchiesta era giustificata perché era sull'intromissione Russa e non per danneggiare Trump e la sua campagna.


Tutto parte dal professore della Link campus, che il fondatore Vincenzo Scotti ora sostiene che era  uno troppo chiacchierone per essere una spia.


Era stato Mifsud infatti ad affermare durante un incontro nell' aprile 2016 con George Papadopoulos, consigliere della campagna di Trump, di aver appreso che il governo russo era in possesso di “materiale compromettente”  su Hillary Clinton, ovvero pezzi delle solite mail. Da qui, nel luglio 2016, partirono le indagini dell’Fbi sui presunti collegamenti fra Trump e la Russia, accuse che in seguito Mueller ha dovuto riconoscere inconsistenti.


Mifsud ha consegnato l'estate scorsa una deposizione all’Attorney General William Barr  nella quale racconta chi e', perché ha individuato George Papadopoulos, chi lo ha spinto a farlo, con quali istruzioni. La commissione Giustizia del Senato ha copia della deposizione.


PS last but not least, puntate su tutto quello che sta venendo fuori in questi giorni lo trovate dal 2015 in avanti su Dagospia. Avevamo la palla di vetro?


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