La guerra al portafogli

MARCELLO VENEZIANI

La guerra al portafogli


Appena ha esordito, il governo giallorosso a pallini (i pallini sono del premier Conte) ha messo le mani nelle tasche degli italiani per scippare i portafogli e alleggerirli dei contanti. Nella versione buonista vuol premiare e incentivare l’uso delle carte di credito.


A me sembra un po’ ridicolo pagare il caffè con la carta di credito ma soprattutto mi pare una violenza nei confronti di chi ha una certa età, è di modeste condizioni, è poco istruito, è nato, cresciuto e affezionato al contante e vuole avere qualcosa che sia più vicino alla realtà, frusciante se non tintinnante; le carte di credito sono come le tette di plastica. Meglio lasciare che i costumi portino a una graduale sostituzione del contante, senza forzare. Per non dire delle commissioni a vantaggio dei “mediatori”.


Però non vorrei parlarvi dal punto di vista economico-finanziario o fiscale ma da quello psicologico-affettivo. Perché è inutile girarci intorno, ma l’attacco annunciato è al tabernacolo inviolato della persona, quel feticcio caro e segreto che è il portafogli. È lì che si nasconde la fortezza della nostra identità, il luogo in cui la certificazione d’essere coincide con l’avere. Provate a scippare i portafogli, e non agli estranei, ma a parenti, amici, amanti e conoscenti. Non è istigazione al furto o ebbrezza da cleptomania, ma sete di conoscenza e premurosa curiosità verso il prossimo.


Il portafogli è la scatola nera di quell’apparecchio bipede denominato uomo. Se vuoi sapere tutto di lui fin nella sua più losca intimità, scava dentro quel reliquiario che si porta addosso. L’anima di un uomo, il suo cervello, la sua coscienza, perfino le sue pulsioni affettive sono tutte racchiuse là, in quell’altarino venale chiamato portafogli. Nell’era dell’esibizionismo integrale, dove i panni sporchi si lavano in pubblico, il portafogli è rimasto l’ultima ridotta del pudore. Non i genitali, ma i portafogli si tengono celati. Lì sono le nostra pudenda. È la nostra cassaforte, anzi cassadebole, perché è morbido, estraibile e rileva i nostri punti deboli.


Già dalla collocazione del portafogli si capisce che bestia vi sta davanti (o di spalle, se puntate allo scippo malandrino). Se lo porta nella tasca interna della giacca, ad altezza del cuore, ha una venerazione mitico-affettiva dell’attrezzo. Se lo porta nella tasca posteriore ha una visione più servile del denaro, sterco del demonio, utile per pararsi le chiappe. Se lo porta in una borsa esterna o in un borsello, ha fiducia nel prossimo, e se ne vuol quasi liberare.


Da come estrae il portafogli capisci di che pasta è fatto. Se lo estrae come una pistola dalla sua fondina o come un membro eretto, vede nel portafogli il totem della sua potenza. Se lo estrae come un pisello per la minzione, lo considera un volgare ricettacolo di esigenze fisiologiche. Se lo estrae devotamente, come un messale o un ostensorio, ha una visione feticistico-sacrale del denaro. Se lo tira fuori come un bouquet di fiori, è un sentimentale borghesuccio, tutto cuore, denaro e previdenza. Se lo tira fuori guardandosi intorno, ha paura del prossimo. Anche sul nome ci si divide: chi lo chiama portafoglio punta sul contenitore, chi lo chiama portafogli punta sul contenuto.


È ricca l’umanità vista all’interno di un portafogli. Ci sono i languidi che portano la foto della mogliettina, i teneroni quella dei figli e di mammà, gli epici con l’immagine del Che o del Duce, i mistici col santino della Madonna o se meridionali di Padre Pio, i tardoviziosi con la foto della porcona che li fa ingrifare. C’è chi ha una visione necrologica del portafogli e lo riempie come un sarcofago portatile di foto di cari estinti. In questo caso, meglio ribattezzarlo mortafogli.


Nel portafogli per ogni carta di credito ci sono tre carte di discredito. Sono le tessere che rivelano appartenenze, dipendenze, malattie. Sono i punti deboli, d’appoggio o di trasporto del portatore. Gli insicuri arcaici hanno il portafoglio zeppo di soldi (nonsisamai). Gli insicuri di tipo moderno ce l’hanno pieno di carte di credito (sai, se si smagnetizza una o non ne accettano un’altra).


I povericristi hanno il portamonete, credono ancora nel valore sonante della monetina. Spiccioli d’umanità. I tirchi hanno poche banconote ma ben stirate, contate e in ordine di taglio. Le carte di credito sembrano lucidate con la cera.


Se sono tante le tessere e carte di riconoscimento che portano nel portafoglio non sono portenti e nemmeno potenti, ma persone che hanno bisogno di prove per certificare la loro esistenza. Dall’assenza di tessere si capisce invece se è gente che vuol vivere clandestinamente, dimenticando la propria identità. È il portafogli del fu Mattia Pascal. Magari vogliono rimuovere vicende penose o penali, hanno trascorsi da cancellare.


I cretini estroversi e presuntuosi hanno mazzi di biglietti da visita che sfoderano appena conoscono uno, aspettandosi quasi un bravo! I cretini introversi e timidi hanno invece mazzi di biglietti da visita altrui, avuti dai cretini di cui sopra. Temono di essere un giorno perquisiti e condannati dagli interessati per aver buttato la loro carta da visita.


Le patenti e le carte d’identità non elettroniche sono fetide mappine logorate e tappezzate di timbri, con fototessera sbiadita, lesionata e oscillano tra cinque tipologie: il Mostro, Il Ricercato, il Maniaco, il Fesso, il Defunto.


Nel mio portafogli c’è sempre un pelo. Non so di chi né come sia finito lì; lo butto via, ma lui rispunta. Con la riforma del governo sul contante verrà introdotto il pelo elettronico?


MV, La Verità 27 settembre 2019


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