«SENTI CARLETTO, IO NON POSSO VENIRE DA PADRE PIO» – Totò, una conversione mancata

Alessandro Gnocchi

«SENTI CARLETTO, IO NON POSSO VENIRE DA PADRE PIO» – Totò, una conversione mancata


TOTO E PADRE PIO: STORIA DI UN INCONTRO MAI AVVENUTO

“Senti Carletto, io non posso venire da Padre Pio. Non sono ancora preparato. Ho certi appetiti che non posso scacciare da me. Quando cesseranno, allora ci verrò”.

Carletto era Carlo Campanini, uno degli attori comici più famosi degli Anni Cinquanta e Sessanta. L’amico che recalcitrava davanti all’invito di salire a San Giovanni rotondo dal frate delle stigmate era Antonio de Curtis, in arte Totò. Il principe della risata non riuscì a fare il passo che Carletto aveva compiuto nel 1949 quando, ricco, famoso e disperato, diceva di invidiare chi trova il coraggio di farla finita.

Ma nel confessionale di San Giovanni rotondo, aveva trovato un padre e, da allora, non mancava di condurvi i suoi colleghi, così esposti al male di vivere che aveva aggredito lui (...). Con superficialità, si potrebbe dire che Totò e Walter Chiari sono due pesci sfuggiti dalla rete del santo.

Eppure, quanto più struggenti sono le dichiarazioni di inadeguatezza di quei due uomini intimoriti davanti alla santità a fronte delle conversioni a prezzo di realizzo tanto di moda oggi. Quanto, quelle dolorose ritrosie, fanno pensare alla responsabilità con cui va considerato il soffio della Grazia che pass accanto a ogni uomo. Riconoscendo l’incapacità di mettere riparo alla propria condizione di disordine e di peccato, i due attori dicevano a loro modo che la conversione è una cosa seria.

Forse non è un caso se, come ricorda la figlia Liliana, le ultime parole di Totò furono: “Ricordatevi che sono cattolico, apostolico, romano”. Certo, affrontare la pedagogia ruvida del frate sannita richiedeva una decisione libera da tentennamenti. Una volta in ginocchio nel suo confessionale, svaniva l’immagine di un Dio bonaccione con cui si è sempre possibile fare a mezzo. Per il confessore padre Pio, il peccato porta le anime alla dannazione. “La bestemmia”, diceva per esempio, “è la via più sicura per andare all’inferno”.

Avrebbe potuto dire che chi bestemmia “rompe il suo rapporto di amicizia con Dio” o che i bestemmiatori “si allontanano dalla fedeltà alla Parola”. Invece insegnava una cosa molto concreta: per quella direzione, si finisce all’inferno, che esiste e non è vuoto. Amen. Ma proprio questa severità permetteva al fedele di gustare la vera misericordia, mai scollata dalla verità. “Il mio passato, o Signore, alla Tua Misercordia. Il mio presente al Tuo Amore. Il mio avvenire alla Tua Provvidenza”: il padre amava far recitare questa invocazione ai fedeli e bastava questa breve formula per evocare la possibilità concreta di guardare la vita da una prospettiva inedita.

Si spiegano così le conversioni di veri e propri nemici di Dio. Ad esempio l’avvocato Cesare Festa, che era un massone di rango. Nel 1921 volle vedere da vicino quel fenomeno da baraccone di San Giovanni Rotondo e lui, il fenomeno da baraccone, passandogli davanti gli chiese se fosse un massone, gli prese le mani, lo portò in confessionale, gli raccontò la parabola del figlio prodigo, lo confessò e sottrasse al mondo un avversario di Dio per restituirgli un terziario francescano. Ecco chi era e cosa faceva padre Pio.

Alessandro Gnocchi

Questo articolo: “Totò: “Non portarmi da padre Pio. Sono prigioniero dei miei appetiti...” è liberamente tratto dal quotidiano “La Verità”, del 24 Settembre 2016, e riadattato dallo staff del sito allaquerciadimamre.it


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