Tornano le ideologie

Tornano le ideologie


Non se l’aspettava nessuno, ma il terreno di scontro e di consenso della politica è tornato a sorpresa quel suolo maledetto che non volevamo più nominare: il terreno ideologico. Le avevamo lasciate negli anni Settanta e poi vituperate per decenni, e invece sono tornate. Fateci caso. Il fallimento del grillismo, la natura dei conflitti interni e internazionali, la tirannia del politicamente corretto, il riformarsi di una coalizione egemonizzata dalla sinistra e una di centro-destra, stavolta guidata dai sovranisti, hanno una sola chiave di lettura: l’accorparsi o il contrapporsi sulla base di tesi ideologiche.

Da anni ripetiamo un mantra: è l’economia che comanda sulla politica, è la finanza, è la tecnica a disporre i margini dell’agire politico, a decidere le linee e a decretare gli esiti dei governi. Ed è vero. Ma proprio perché la politica ha un campo assai ristretto di decisione, si è rifugiata nelle battaglie simboliche, nell’annuncio delle priorità che delineano opzioni diverse, nell’uso militante delle categorie di amico e di nemico. Proprio perché la politica non può realizzare grandi cose ma solo annunciarle, non può sforare i bilanci e non può allo stesso tempo far star bene tutti, promuovere lo sviluppo e abbassare le tasse, allora la differenza tra le forze in campo è tra i tipi di promessa, le precedenze su cui insistono.

Se dico di occuparmi prima dei poveri enuncio un modello ideologico, così se dichiaro di voler alleggerire il fisco, o rafforzare l’intervento pubblico, o promettere più ordine e sicurezza. Sto indicando il modello ideologico a cui aderisco e nel nome del quale chiedo consenso. Si moltiplicano i gesti simbolici, come aprire o chiudere i porti, mostrarsi con un figlio in braccio o mentre si abbraccia un migrante. I simboli indicano una scelta ideologica. Così come è una rappresentazione ideologica dichiarare di voler proteggere le diversità o viceversa di voler tutelare la gente comune, la cosiddetta “normalità”, di puntare sull’ordine e la sicurezza o sull’inclusione e l’accoglienza. Il consenso viene raccolto sulla base del racconto ideologico.

Il tweet è un messaggio ideologico liofilizzato, come il selfie coi simpatizzanti è la nuova dichiarazione figurativa di appartenenza. I raduni di piazza attirano per il richiamo ideologico, il comizio è l’omelia ideologica per i fedeli e i neofiti, il talk show è la predicazione ideologica a mezzo tv.

Anche l’Europa, quando elegge a suo nemico principale il sovranismo, non lo fa per ragioni di bilancio e di parametri economici violati, ma lo fa per una evidente ragione ideologica: perché riconosce come principale nemico ideologico e di conseguenza politico chi ha come priorità la sovranità nazionale e i confini, chi tutela la famiglia secondo natura e tradizione, chi si pone dalla parte della civiltà cristiana contro ogni melting pot, globalismo e perdita delle identità civili-religiose. Non a caso, il sistema assorbe i grillini che su quei temi non hanno alcuna priorità e sono piuttosto neutrali, ma respinge i Salvini & affini, che muovono da un’altra rappresentazione ideologica della realtà.

È vistoso il ritorno nel lessico politico corrente di termini come fascista e antifascista, di nazista e di comunista. Non è questa una re-ideologizzazione del gergo politico e del discrimine tra noi e loro? I partiti non possono più offrire appalti, regalie e posti di lavoro, allora ti offrono appartenenza, like e condivisione ideologica di simboli e slogan.

E le battaglie per intitolare le vie o cancellare i toponimi, le giornate delle memorie, il diverso rilievo dato- secondo i moduli ideologici – ai fatti accaduti se hanno come protagonisti neri o bianchi, stranieri o nostrani, famiglie o gay, non segna il ritorno delle ideologie? Insomma, la contesa politica oggi è di marca ideologica. Anche i temi dell’ambiente, della salute, della povertà, del femminismo, sono pronunciamenti ideologici, non vengono affrontati su basi pragmatiche o aspettative di efficacia.

Un direttore d’agenzia stampa in un dibattito asseriva che loro non si occupano di slogan e ideologie ma fondano le notizie sui dati, e faceva l’esempio dei migranti, sottolineando che pochi lo sanno ma versano al nostro fisco 35 miliardi di tasse. A parte la fondatezza o meno della cifra, ecco un esempio perfetto di manipolazione ideologica sotto la finzione di una notizia fondata su un dato oggettivo: se dai solo quel dato e non dici quanti sono i migranti effettivamente regolarizzati con trattenute fiscali rispetto a quanti lavorano in nero o non lavorano affatto, se non dici quanto viceversa costano in termini di assistenza sanitaria e sociale, esenzione totale, pensioni, scuola, soggiorno, indennità, ecc. hai veicolato un’informazione ideologica.

Siamo tornati nell’era ideologica anche se non esiste una rielaborazione adeguata; non c’è una cultura politica o una filosofia politica corrispondente. Anche qui, come nell’informazione e in altri campi, sono venute meno le mediazioni, le professioni intellettuali; fanno ideologia gli stessi animatori, agitatori o influencer politici, e le stesse masse esprimono sui social un faidate ideologico.

Insieme con l’ideologia si è riacceso l’odio per chi non la pensa come noi, non giudica il mondo, i politici, le persone, i popoli, col nostro stesso metro. Ma il livello complessivamente più basso e più ringhioso, meno cerebrale, meno intellettuale, delle contrapposizioni ideologiche non esclude che si tratti di un ritorno di pancia e sottopancia a quell’abito mentale che fu l’ideologia. L’ideologia è scesa semplicemente di livello, anche anatomico, ma non d’intensità e di accanimento. Le idee scarseggiano, in compenso tornano le ideologie…

MV, La Verità 17 settembre 2019


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