La vita sotto i droni - Parte 1

Living Under Drones10 Ottobre 2012

Prima parte di un dettagliato rapporto sui droni che terrorizzano un'intera popolazione nel Pakistan nord-orientale tratto dal sito www.livingunderdrones.org.

I droni sorvolano i villaggi 24 ore al giorno, terrorizzano uomini donne e bambini, e colpiscono senza preavviso. La gente ha persino paura a partecipare ai funerali perché i droni americani colpiscono gli assembramenti «sospetti». Il «Grande Fratello» orwelliano è superato da questa realtà. Il Grande Fratello ti spia dall'alto e, quando vuole, ti uccide - o uccide i tuoi figli - senza spiegazione né motivo. (Maurizio Blondet)

Buona parte del dibattito pubblico circa gli attacchi con droni portati in Pakistan si focalizza sul tema: «svolgono il loro compito»? Il che si riduce al considerare se la maggior parte dei morti fossero ‘militanti' o meno. Un simile schema ignora la vita di tutti quelli che, stando sul territorio, vivono la presenza quotidiana nei propri cieli di droni portatori di morte, ovvero sotto la minaccia quotidiana di attacchi portati alle proprie comunità. Oltretutto, svariati resoconti hanno evidenziato la disastrosa efficienza dei droni ai danni dei talebani e di altre entità armate nel Pakistan.


Il presente resoconto, invece, vuole portare l'attenzione sulla significativa mancanza di comprensione circa la qualità della vita per chi vive sotto i droni ed all'impatto socio-economico sulla vita dei civili causato dagli attacchi nell'area del Nord Waziristan. Le prove disponibili evidenziano un impatto veramente pesante e contraddicono la versione governativa USA e dei media allineati occidentali, versione che dipinge i droni come dotati di armi di una precisione millimetrica e dai limitati danni collaterali. È decisivo che all'interno del dibattito sui droni venga dato il giusto peso alle voci di quei civili che ne pagano direttamente le conseguenze.

I danni conseguenti agli attacchi non consistono solo in feriti o morti, ma anche seri e gravi danni alle proprietà e gravi danni economici e traumi emotivi sia per i feriti che per i loro famigliari. È poi importante sottolineare che gli intervistati tengono a voler sottolineare come la presenza di droni, e la capacità americana di far sì che colpiscano ovunque ed in qualsiasi momento, abbia creato una condizione di continua e profonda paura, ansia e stress. In aggiunta, gli intervistati sottolineano che la paura degli attacchi mini nella gente il senso di sicurezza al punto da distruggere la loro volontà di intraprendere le più svariate attività, non ultime le occasioni sociali di riunione, situazioni ed opportunità educative od economiche, cerimonie funebri, così che tale paura ha alla fine minato la fiducia generale della comunità.

Da ultimo, il fatto che gli USA - colpendo abitualmente una stessa zona più volte - hanno la capacità di uccidere chi interviene per primo a portare soccorso, ha scoraggiato sia i membri della comunità che gli aiuti umanitari dall'assistere i feriti.

Le voci di chi vive sotto continui attacchi

Naturalmente, la più immediata conseguenza di un attacco di droni è la morte ed il ferimento di quelli presi a bersaglio o a loro vicini. I missili lanciati dai droni uccidono o feriscono gravemente in vari modi: incenerimento, frantumazione/schegge e produzione di una potente onda d'urto capace di spappolare gli organi interni. Chi sopravvive, riporterà quasi certamente bruciature e lacerazioni sfiguranti, amputazioni di arti, perdite di vista e/o udito.

Fra poco leggerete il resoconto di prima mano della condizione di chi si è trovato sotto gli attacchi dei droni, attacchi dei quali si hanno prove consistenti relative a gravi danni arrecati ai civili innocenti. Il presente resoconto si basa su interviste e prove recuperate da investigatori indipendenti, su resoconti stampa, su materiali inviati all'ONU ed a tribunali del Regno Unito e del Pakistan.

Troverete dettagli precisi e riferimenti chiari sulle conseguenze causate da tali attacchi, sia a danno di quelli individuati come bersagli, che di quelli loro vicini e delle rispettive famiglie.

Attacco del 17 marzo 2011


La mattina del 17 marzo 2011, gli USA hanno inviato un drone affinché lanciasse almeno due missili contro un grosso raduno nei pressi del deposito di corriere nella città di Datta Khel, nel Nord Warziristan. Ad oggi, la posizione ufficiale USA è che i morti fossero tutti insorti. Una posizione peraltro contraddetta da molte fonti - fra le quali l'esercito pakistano - da un'indagine indipendente della Associated Press, da interviste con procuratori, e da testimonianze di 9 fra testimoni oculari, sopravvissuti e famigliari. Tali prove suggeriscono che ci furono almeno 42 morti, soprattutto civili, e 14 feriti.

Stando agli intervistati, il17 marzo nel centro di Datta Khel erano riunite una quarantina di persone, fra le quali alcune figure rilevanti della comunità ed alcuni  anziani locali, tutti lì per partecipare ad una jirga: la principale istituzione sociale nei territori FATA, in pratica un'adunanza a cui presenziano gli anziani per prendere decisioni e risolvere dispute. La jirga del 17 marzo era stata indetta per risolvere la disputa su una vicina miniera di cromite.

Erano presenti importanti azionisti e capi locali - compresi 35 capi (o maliks) nominati dal Governo - funzionari governativi, e numerosi khassadars (impiegati governativi che a livello locale prendono ordini dai maliks e che fungono da forza di polizia locale).

Si ritiene fossero presenti anche 4 componenti di un gruppo Talebano locale, in quanto la loro presenza era necessaria per risolvere la disputa in modo definitivo. Presiedeva la riunione Malik Daud Khan, capo rispettato e funzionario pubblico oggetto di onorificenze.

La jirga era stata convocata a Nomada, deposito delle corriere di Datta Khel, uno spazio aperto nel centro della città delle dimensioni atte a contenere una quarantina di persone sedute in due cerchi a circa 4 metri uno dall'altro. Benché i droni sorvolino giornalmente il Nord Waziristan, i partecipanti si sentivano «sicuri ed isolati» dalla minaccia dei droni perché - per come la pensavano allora - «i droni prendono di mira i terroristi e quelli che lavorano contro il Governo» e questa era proprio una jirga sancita dal Governo ed organizzata affinché «nell'area non sorgessero problemi e nessuno creasse problemi [proprio] al Governo».

Stando al Brigadiere Abdullah Dogar - comandante dell'esercito pakistano per il Nord Waziristan - i maliks si erano anche premurati di informare con dieci giorni di preavviso la locale postazione di polizia della jirga programmata.

Più o meno alle 10 e 45 di quel mattino, mentre i due gruppi erano intenti a discuteere, un drone che volava sulla zona lanciò un missile e colpì uno dei due cerchi di uomini seduti, ognuno composto da circa 20 persone. Ahmed Jan, era seduto in uno dei 2 cerchi. Ha poi dichiarato agli investigatori di aver sentito il suono del missile solo alcuni secondi prima che centrasse il suo gruppo. La forza dell'impatto scagliò il corpo di Jan a notevole distanza, facendogli perdere conoscenza ed uccidendo tutti gli altri seduti attorno a lui nel suo cerchio. Poi furono sparati parecchi altri missili ed almeno uno colpì il secondo cerchio. Complessivamente i missili uccisero 42 persone. Mohammad Nazir Khan - un sopravvissuto dell'altro cerchio - ci ha dichiarato che molti dei cadaveri sembravano essere stati colpiti da una pioggia di pezzi volanti di roccia. Idris Farid, un altro testimone, ricorda che «era tutto devastato, pezzi di corpi sparsi ovunque, carne e sangue».

Khalil Khan, l'unico figlio di Malik Hajji Babat, uno dei khassadars presenti alla jirga, sentì l'esplosione mentre si trovava nel bazar di Datta Khel e racconta: «Ci dissero chiaramente che nessuno degli anziani presenti era sopravvissuto. Era stato distrutto tutto». Khalil Khan si recò immediatamente al deposito di Nomada, in cerca del padre. Quando arrivò sul luogo dell'esplosione, trovò solo cadaveri e corriere in fiamme. Incapace di riconoscere i corpi dai vari brandelli, l'unica cosa che poté fare fu «raccogliere dei pezzi di corpo e metterli in una cassa».

Idris Farid, sopravvissuto all'attacco con una grave ferita ad una gamba, spiega che i funerali delle vittime dell'attacco del 17 marzo furono «insoliti, diversi dagli altri». La comunità dovette raccogliere pezzi di corpi, pezzi di ossa e seppellirli in quelle condizioni, «facendo il meglio possibile per identificare pezzi e parti dei corpi» in modo che i parenti potessero accettabilmente considerarli come parti dei propri parenti.

Il trauma dell'attacco non si è ristretto ai soli testimoni ma ha incluso anche le famiglie sopravvissute che avevano perso i propri capifamiglia - e con essi il sostegno del Governo legato alla carica di maliks e khassadars. Il Malik Daud Khan - che aveva diretto la jirga - era il consigliere deputato dal Governo per tutto il Nord Waziristane e fungeva da legame politico fra il Governo e l'esercito pakistani e gli altri capi tribù. Presiedeva tutte le jirga della regione, e con le indennità ad esse connesse «più che decenti per una rispettabile qualità della vita» manteneva i suoi 6 figli e quelli dei suoi fratelli.

Ismail Khan, un altro
malik, ha lasciato una famiglia di 8 componenti due soli dei quali maschi in età da lavoro. Anche il khassadar Haji Babat ha lasciato una famiglia di 8 membri ed ora tocca al figlio maschio lottare per sfamarli ed è ancora più dura in quanto le posizioni che occupavano i padri le avevano ricevute dal Governo in quanto anziani con «la saggezza derivante dall'età e dall'esperienza», qualità che i figli non possono avere, così come non hanno probabilità di trovare dei lavori che permettano di mantenere quei livelli di vita prima permessi dalle indennità di malik o khassadar. Khalil Kha, figlio di Babat, che aveva trascorso un decennio lavorando come autista negli Emirati Arabi Uniti, ha detto ai nostri ricercatori di pensare spesso di ritornare all'estero per guadagnarsi da vivere; affermando poi: «se me ne vado, cosa accadrà alla mia famiglia?».

Il governo pakistano ha offerto alle famiglie delle vittime un compenso pari a 300.000 rupie - circa 2.500 euro - per ogni uomo rimasto ucciso, ma la maggior parte non l'ha accettato; il commento è stato: «Abbiamo perso un'intera comunità di anziani. I nostri anziani valgono ben di più».

Alcuni sopravvissuti non sono in grado di lavorare o di guadagnare come prima. Ahmed Jan, un malik che integrava la propria indennità lavorando come autista, quando si è risvegliato dall'attacco si è ritrovato in un ospedale di Peshawar dove ha saputo che gli serviva l'equivalente di una cifra fra i 4.000 ed i 5.000 euro per l'impianto chirurgico di un chiodo nella gamba e per arrestare l'emorragia dalla faccia e dal naso. Da quel giorno ha perso quasi completamente sia l'udito che l'uso di un piede. Non è più in grado di guidare l'auto ed ora dipende completamente dai figli, anche loro autisti. 

Idris Farid, ci ha detto che - oltre ad avere dei perni impiantati nella gamba - ha subìto un trauma che gli ha fatto «dimenticare quel poco di educazione ricevuta da bambino» e dal giorno dell'attacco prova terrore per qualsiasi rumore forte.

Non è mai stato determinato il numero esatto delle vittime dell'attacco del 17 marzo 2011, anche se tutte le fonti disponibili - fra le quali i sopravvissuti - lo calcolano in 40 e più persone rimaste uccise. Un'indagine indipendente dell'Associated Press indica il totale in 42. Fonti ufficiali dei servizi pakistani parlarono all'inizio di 12 o 13 talebani. Investigazioni indipendenti del TBIJ, hanno finora portato all'identificazione di 24 dei civili uccisi.

Traduzione per EFFEDIEFFE.com a cura di Massimo Frulla, revisione di Lorenzo de Vita

Fonte>
  livingunderdrones.org


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